lunedì 27 maggio 2013

Un Milione di Firme per Fermare la Privatizzazione dell'Acqua


L'iniziativa dei cittadini europei (ICE) è un nuovo strumento introdotto dal Trattato di Lisbona ed entrato in vigore ad aprile del 2012. Esso consente ai cittadini ed alle organizzazioni della società civile di proporre alla Commissione Europea un'iniziativa legislativa raccogliendo un milione di firme in almeno sette paesi dell'UE nell'arco di 12 mesi.

Inoltre per ogni paese è stabilita una soglia minima necessaria a rendere valide tutte le firme, per l'Italia tale soglia è fissata in 54.750 Le iniziative proposte devono essere coerenti con I Trattati dell'Unione Europea e devono ricadere nei settori di competenza della Commissione, come ad esempio ambiente, agricoltura, trasporti o salute pubblica. Il regolamento che disciplina il funzionamento dell'iniziativa è stato approvato dal Parlamento e dal Consiglio Europeo nel 2011.

L' iniziativa volta a rendere l'acqua un diritto umano è stata tra le prime ad essere registrata dall' 'Unione Sindacale Europea dei Servizi Pubblici (EPSU). Le altre iniziative aperte sono reperibili qui.

L'iniziativa pur connotandosi come il primo strumento di partecipazione diretta adottato dall'Unione Europea presenta numerosi limiti, primo fra tutti la non obbligatorietà per la Commissione di istruire un percorso legislativo. Come la Commissione dovrà rispondere alle diverse iniziative deve ancora essere chiarito nel dettaglio.

Riteniamo però importante utilizzare questo strumento per rafforzare l'azione comune del Movimento Europeo per l'Acqua e per portare in Europa la voce dei 27 milioni di italiani che il 12 e 13 giugno hanno votato per la gestione pubblica del servizio idrico.

Per queste ragioni e per frenare l'onda privatizzatrice che ci arriva dall'Europa, il Forum Italiano dei Movimenti per l'acqua promuove l'iniziative in Italia insieme alla CGIL-Funzione pubblica.

Firmate e fate firmare per rendere l'acqua un diritto umano in tutta Europa!

mercoledì 22 maggio 2013

"Su la testa!". Ciao Don Gallo, prete, comunista, Uomo.



Andrea Gallo, è partito per l'ultimo viaggio oggi nel suo 85° anno di vita.
Don Gallo, prima ancora di essere un uomo di chiesa, è stato un Uomo, capace di non soffocare negli egoismi di oggi e nell'indifferenza dilagante, la propria umanità.

Partigiano, da sempre critico e irriverente nei confronti della gerarchia ecclesiastica, ha saputo raccogliere apprezzamenti sia dai non credenti sia dai cattolici, offrendo loro un cattolicesimo più umano e schierato realmente con disinteresse dalla parte dei bisognosi. (verrebbe da dire "un cattolicesimo dal volto umano")

Dalla parte dei più deboli fin dai suoi inizi, ha sempre fatto del suo ruolo religioso una leva da mettere nelle mani di chi, oppresso dal tallone di ferro del potere, potesse così trovare una valida sponda per emergere e tentare di farsi valere. Per questi motivi ha dovuto anche subire all'interno della chiesa "l'accusa" di essere comunista, come se potesse essere una colpa o uno svilimento della persona. Anzi, nel libro "Angelicamente Anarchico" (2005) scrive, "Comunque è vero, sono comunista. Non dimentico mai la Bibbia e il Vangelo. E non dimentico mai quello che ha scritto Marx."

Tra le sue ultime battaglie ricordiamo la lotta per la pace al fianco del movimento No Dal Molin, la parità di diritti di ogni scelta di genere, la rivendicazione delle radici antifasciste, la lotta No TAV, il referendum per l'acqua pubblica.

Gli uomini passano e quello che lasciano, nel bene e nel male, è il loro esempio.
Andrea Gallo, che era anche un prete, ci ha lasciato l'alto esempio di chi rende attiva la propria cittadinanza e di chi, con umiltà e risolutezza, mette al servizio di chi ha ragione ma non ottiene giustizia la propria "posizione privilegiata", dalla quale è meno arduo ottenere ascolto.

Ma c'è un altro esempio che Don Gallo ci ha lasciato e a cui teniamo molto: è esercitare il diritto spesso disconosciuto dagli stessi oppressi, di alzare la testa ed esprimere con fermezza la propria disobbedienza allo status quo e alle sue gerarchie.

Come sempre non limitiamoci a dispiacerci della scomparsa di un uomo, che pure ci mancherà, ma rinnoviamo in noi quanto di buono ha avuto l'ardire di ricordarci, praticandolo a nostra volta e tramandandolo a chi ci è accanto.

Hasta siempre, Compagno Andrea!

lunedì 20 maggio 2013

Breve Storia delle Origini Biblioteche Popolari in Italia

Le grandi trasformazioni economiche e sociali che caratterizzano i primi decenni del XIX° secolo (rivoluzione industriale, urbanesimo, pauperismo, nascita del movimento operaio) ed anche i loro risvolti politici (diffusione dei regimi liberal-democratici, estensione del diritto di voto) sono l'ambiente entro cui nasce e si sviluppa il movimento per l'educazione popolare, che si propone di introdurre nuove forme di controllo sociale e contemporaneamente di innalzamento delle competenze culturali e tecniche delle classi subalterne, condizioni indispensabili per lo sviluppo della società moderna.

Dapprima frutto dell'impegno filantropico, le scuole popolari e poi le biblioteche popolari che completano e consolidano nel tempo la loro azione, diventano ben presto oggetto dei primi interventi di quello che oggi chiameremmo stato sociale.

L'Inghilterra vittoriana possiede il vanto di esserne stata il battistrada: nel 1851 il Parlamento approva il Public Library Act che autorizza le comunità locali a destinare alla istituzione di biblioteche pubbliche una quota delle tasse, previo referendum favorevole dei contribuenti. Molto forti sono in questo movimento i due fattori dell'educazione tecnica e dell'educazione morale e politica.

Anche l'Italia, appena unificata, ha consapevolezza che il suo vero nemico non sono gli Austriaci ma l'ignoranza del popolo: il "quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e 3 milioni di arcadi" paventato realisticamente da Pasquale Villari.

Nel 1861 il giovane pratese Antonio Bruni avvia la sua impresa di costruire piccole bibliotechine (nel 1869 saranno 250 ma con non più di 20 volumi ciascuna!) sparse per tutto il territorio nazionale allo scopo di "... preparare il popolo e specialmente la crescente generazione a sentire altamente la propria dignità [...] i sentimenti del dovere verso Dio, verso la Patria, Verso la Società [...] amare la fatica e il lavoro". (Bruni, 1866)
Perchè:
"il popolo ama le letture, col saper leggere, nasce la voglia di leggere, e se non si dà buone cose da leggere ci è il pericolo di vederlo correre ancora a leggere cose cattive". (Bruni, 1866)

Ben presto tuttavia l'azione propriamente filantropica dei borghesi illuminati viene affiancata, quando non sopravanzata, dall'opera del nascente movimento operaio, all'interno delle organizzazioni mutualistiche spesso si costituiscono piccole biblioteche di formazione politico-sindacale, ma anche tecnico-culturale, che accompagnano i corsi di alfabetizzazione, la cui importanza per il movimento democratico derivava anche dall'essere il saper leggere e scrivere un requisito per il diritto di voto (introdotto nel 1872, sarà completamente abolito solo nel 1919.

Ma sarà l'età giolittiana a vedere il trionfo, seppur effimero di questa politica democratica dell'istruzione e dell'informazione. A Milano, nel 1903, la Società Umanitaria, nata dieci anni prima, per "aiutare i diseredati a rilevarsi da sé medesimi", promuove insieme all'Università Popolare, alla Camera del Lavoro ed alla Società promotrice delle Biblioteche Popolari fondata la Lugi Luzzati fin dal 1867, la costruzione di un Consorzio delle Biblioteche Popolari che, in pochi anni, col sostegno finanziario del Comune, della Cassa di Risparmio e della Camera di Commercio, riuscì a creare numerose biblioteche che oggi diremmo "di quartiere".

Alla guida del Consorzio erano il Presidente Filippo Turati ed il Direttore Ettore Fabietti, che nel 1908, tentarono un salto di qualità sul piano nazionale organizzando a Roma il primo Congresso Nazionale delle Biblioteche Popolari, in cui furono con molta chiarezza e sorprendente modernità discussi i temi del rapporto fra biblioteca popolare ed educazione permanente, come imposti dalle esigenze di una economia in rapida evoluzione e di un regime democratico in espansione.
L'esito politico più rilevante fu la costituzione di una Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari che, per un quindicennio, svolse una importante funzione di promozione ed anche di supporto tecnico per le sempre più numerose biblioteche popolari sorgenti in tutto il paese (nel 1914 se ne contavano circa 1.500) finché nel 1932 viene assorbita dal neo-costituito Ente Nazionale per le Biblioteche Popolari e Scolastiche.
Ma già nel 1926 il più allineato Leo Pollini era subentrato nella direzione della Federazione al fondatore Ettore Fabietti,  il cui Manuale delle Biblioteche Popolari resta nelle sue varie edizioni una viva testimonianza dell'impegno tecnico e politico di un grande bibliotecario. 

Nella edizione del 1933 egli giunge infine a superare il nome stesso di biblioteca popolare per assumere e diffondere il concetto di biblioteca per tutti, che altro non è se non la biblioteca pubblica, espressione con cui si traduce alla lettera e con piena correttezza quella Public Library nata in Inghilterra centocinquant'anni fa il cui spirito, rinnovato nelle forme ma sempre in profondità democratico e partecipativo, ci onoriamo di servire.

La Storia delle Cose: Consumismo o Sostenibilità


La seconda vita di un libro.

Secondo l’Associazione Italiana Editori su 262 milioni di volumi stampati ogni anno l’invenduto è del 35% circa. Tradotto in numeri non percentuali fanno 75 milioni di volumi che rimangono sugli scaffali, diretti al macero ogni anno. Le grandi aziende editoriali indicano nel 5-6% circa la quota di macerazione “strutturale” dei libri invenduti. Non esistono a oggi dati ufficiali sulla macerazione dei libri, ma ogni editore “cartaceo” segna a bilancio una voce sul macero che al termine dell’anno risulta consistente, senza contare che nei calcoli dell’Aie non finiscono i dati relativi alla macerazione dei libri diffusi nelle edicole o nelle biblioteche. 
Costi economici e soprattutto ecologici legati al riciclo, sempre più alti. Dati alla mano risulta infatti che la quantità di libri destinati alla macerazione supera di molto la necessità della filiera del riciclaggio. Secondo Comieco (Consorzio nazionale per la raccolta e il recupero degli imballaggi a bes e cellulosica) e l’Unionmaceri (associazione che rappresenta le aziende del recupero della carta) risulta che 150mila tonnellate di carta derivante dalla raccolta differenziata e destinata al riciclo sia ferma nei depositi.

Per gli editori mandare libri invenduti al macero non offre vantaggi economici e apre una serie di procedure obbligatorie lunghe e stringenti. 

Realtà come GCS offrono la possibilità di dare una seconda vita, a questi preziosi volumi.
Non solo sottraendoli al deleterio processo del rifiuto, spesso con conseguenze nefaste per l'ambiente (si pensi alla destinazione dell'inceneritore), ma anche rimettendoli a disposizione del pubblico che ama la lettura.

La Biblioteca Popolare punta ad essere un polo di rigenerazione del "libro scartato": essendo estranei a necessità commerciali, da noi troveranno posto anche tutti quei volumi che in altre sedi, per motivi prettamente estetici, non potrebbero essere presentati.

Chi verrà a trovarci molto probabilmente non troverà le prime scelte, non troverà copertine perfette, ma di sicuro potrà apprezzare la meraviglia di sfogliare un libro che, per il commercio non avrebbe avuto più spazio, e il lettore sfogliandolo, gli permetterà di sentirsi ancora vivo.

sabato 18 maggio 2013

Limiti dello Sviluppo

Le esperienze negative prodotte dalla visione degli stadi di sviluppo, e in particolare dall'imperativo della industrializzazione, hanno alimentato numerosi e importanti studi critici che nel corso degli ultimi vent'anni hanno contribuito ad introdurre approcci diversi al problema dello sviluppo. In primo luogo va ricordato il lavoro di un gruppo di studio del M.I.T. (Massachusetts Institute of Technology, Stati Uniti) che nel 1972 produsse un rapporto, tradotto in italiano col titolo I limiti dello sviluppo, che ebbe un'enorme risonanza nell'opinione pubblica internazionale. In Italia esso venne attivamente diffuso da un gruppo di studiosi raccolti nel Club di Roma. Questo rapporto può essere considerato il capostipite di una visione problematica dello sviluppo economico su scala mondiale, la quale mette in discussione la cosiddetta ideologia sviluppista, ossia che
* i paesi industrializzati potessero continuare a crescere secondo i ritmi e i modi dei decenni precedenti,
* la soluzione dei problemi dei paesi poveri fosse seguire il modello della industrializzazione.
La critica di questa ideologia da parte del gruppo di ricerca del M.I.T. era basata sull'esistenza di limiti invalicabili imposti alla crescita economica mondiale dalle risorse naturali disponibili sul pianeta, e più in generale dalla necessità di rispettare le leggi naturali di conservazione dell'ambiente. Da qui si è sviluppato un importante campo di ricerca scientifica ed economica e di indirizzo delle politiche per uno sviluppo sostenibile. Dall'idea dei limiti dello sviluppo e dai fallimenti della industrializzazione è sorto un secondo movimento di studi e di opinione guidato da economisti e sociologi come Ivan Illich (Austria, 1926-2003), Serge Latouche (Francia) Ernst F. Schumacher (Germania), Wolfgang Sachs (Germania), noti anche come antisviluppisti. Infatti, questo movimento ha assunto una posizione più radicale della precedente, fino a sostenere la necessità di abbandonare l'idea dello sviluppo e dell'aiuto allo sviluppo. In primo luogo, con il riconoscimento dell'esistenza di limiti naturali allo sviluppo globale, viene considerato errato cercare di aumentare il ritmo di crescita dei paesi poveri: è necessario, piuttosto, rallentare quello dei paesi ricchi. In secondo luogo, collegandosi alle versioni moderne delle teorie dello sfruttamento e ai critici della globalizzazione, la semplice esistenza di relazioni economiche, sociali e culturali coi paesi occidentali viene vista come portatrice di effetti negativi per paesi con caratteristiche ambientali, sociali e culturali profondamente diverse tra loro e rispetto ai paesi occidentali. Di conseguenza, si arriva a proporre che non ci si occupi più del cosiddetto problema del sottosviluppo, lasciando che ogni paese, comunità o villaggio trovi la propria via per raggiungere una desiderabile condizione di vita. "Quaranta anni di sviluppo ci hanno portato ad una situazione in cui i paesi che correvano in testa e quelli che correvano negli ultimi posti non si sono raggiunti [...] Le nostre società sono voraci, guardano alla natura da un lato come una miniera e dall'altro come a una discarica [...] Tutti dobbiamo prendere il passo più lento [...] La felicità si trova più nell'agire sui desideri che nell'agire sulle cose possedute, nel desiderare di meno piuttosto che nell'accumulare di più" (Wolfgang Sachs).

La città sostenibile

Uno dei cardini della sostenibilità e del modello di vita sostenibile, si basa sulla struttura dell'ambiente dove maggiormente vive l'essere umano.
E' impensabile credere di poter cambiare modello di vita senza considerare di apportare delle modifiche anche ai nostri centri abitati, i quali per conformazione, struttura e caratteristiche sono i primi indici di criticità per la sostenibilità.
Ecco un bel video dove si tiene conto di questo aspetto e si presentano alcune proposte e soluzioni.


venerdì 17 maggio 2013

La Democrazia alla prova della Val Susa

di Livio Pepino

Rielaborazione, arricchita di alcuni passaggi e corredata di note, dell'intervento svolto nella manifestazione «La città deve sapere!», tenutasi al cinema Massimo di Torino il 23 febbraio 2013.

1. Il 13 febbraio 2012 si è concluso a Torino il dibattimento di primo grado per le morti da amianto dell'Eternit, a Casale Monferrato e altrove. Le prime avvisaglie di quella strage (2300 vittime solo in Italia) risalgono agli anni Cinquanta. E c'è chi, tra i famigliari delle vittime, ricorda le risposte dei responsabili degli stabilimenti alle domande degli operai sull'origine della polvere bianca che si depositava sulle loro tute: «Non preoccupatevi e pensate piuttosto di essere su una di quelle spiagge bianchissime dei Caraibi che finora avete visto solo in cartolina».
Allora la città non sapeva, anche se avrebbe dovuto sapere. Oggi, di fronte al rischio-salute connesso con lo scavo, in Valsusa, di montagne piene di amianto e di uranio, i vertici di LTF (la società costruita per la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lyon) e delle istituzioni minimizzano accusando i No TAV (e il Coordinamento dei medici della Valle) di allarmismo ingiustificato. Eppure basterebbe leggere il lancio 3 1 luglio 2012 scorso delle agenzie ANSA e Adnkronos in cui sta scritto: «Ancora superamenti di amianto nell'aria a Sauze d'Oulx, in località Jouvenceaux in Valsusa. Secondo gli ultimi rilevamenti dello scorso 18 luglio, nei pressi di una seggiovia, e mentre poco distante si stava disputando una gara di mountain bike, il livello di amianto accertato era pari a 7,2 fibre litro, di gran lunga superiore al limite di pericolosità stabilito dalla Organizzazione mondiale della sanità che indica come soglia massima 1 fibra litro». 
Sta qui l'inizio della questione TAV in Valsusa. La città, il Paese devono saperlo. Perché, almeno questa volta, è meglio che i problemi si affrontino subito piuttosto che essere costretti a chiedere giustizia, magari fra cinquant'anni, per centinaia di morti che si potevano e dovevano evitare.
La città deve sapere che questo - la vita dei valsusini e dei loro figli - è il primo dei molti problemi posti sul tappeto dall'opposizione di una valle al Treno ad alta velocità Torino-Lyon. Negli anni, poi, altri se ne sono aggiunti, tutt'altro che secondari o localistici: l'effettiva utilità di una grande opera pensata oltre vent'anni fa, la tollerabilità dei relativi costi, gli sprechi che accompagnano nel nostro Paese tutte le grandi opere' e che già stanno accompagnando la costruzione del cantiere della Maddalena e via elencando.

2. Ma, ad ostacolare questa presa di coscienza, c'è, oltre alla generale disinformazione dei media (per la cui spiegazione basta controllare i loro pacchetti azionari e i componenti dei loro consigli di amministrazione), un
ulteriore elemento. È un'affermazione diffusa, quasi un mantra, che si aggira in ogni dibattito sul TAV Torino-Lyon, veicolata soprattutto da settori progressisti benpensanti e dai media che li rappresentano, che suona più o meno così: «I No TAV hanno pure delle buone ragioni (bontà loro, ndR) ma la democrazia ha delle regole e quando la maggioranza ha deciso la scelta non può essere paralizzata da una minoranza. E, poi, "il tempo è scaduto": non si può continuare a discutere in eterno e, dopo anni di attesa, il confronto deve lasciare il posto ai fatti. Infine, nessuno vuole impedire critiche e perplessità ma se esse portano con sé sopraffazioni e violenze la risposta delle istituzioni non può che essere una repressione senza incertezze e cedimenti».
L'argomentazione è ben costruita e contiene pezzi di verità che la rendono suggestiva. Ma, a bene guardare, è una delle tante manifestazioni di un pensiero unico autoreferenziale che si nutre di luoghi comuni e di non detti, come risulta evidente sol che la si scorpori e se ne analizzino i singoli passaggi.

3. Anzitutto, identificare tout court la democrazia con la volontà della maggioranza è un pericoloso errore, sia sul piano politico che su quello giuridico.
Sul piano politico è sufficiente ricordare uno dei padri del pensiero liberale, l'aristocratico magistrato francese Alexis de Tocqueville che, ritornando da una lunga permanenza in America, nel 1831-32, alla ricerca delle fonti e delle forme della democrazia, scriveva: «Quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte [. . .] non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo perché un milione di braccia me lo porge. [. . .] Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere». Il senso è evidente e sempre attuale. Il principio di maggioranza serve per democratizzare il governo delle società, sottraendolo all'arbitrio di uno solo o di pochi, ma una scelta ingiusta non cessa di essere tale sol perché adottata dalla maggioranza. Tanto ciò è vero che alcune costituzioni contemporanee prevedono esplicitamente un diritto/dovere di resistenza dei cittadini a fronte di decisioni politiche che violano diritti e principi fondamentali. Ciò sta scritto, per esempio, nell'articolo 20 della Costituzione portoghese del 1976 che prevede il «diritto di opporsi» anche «con la forza» a qualunque
aggressione ai diritti fondamentali. Analogamente, l'art. 21 del progetto di Costituzione francese del 19 aprile 1946, sottoposto - con esito negativo - a referendum, stabiliva: ((Qualora il governo violi la libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri)). Una analoga proposta («Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino») venne formulata alla nostra assemblea costituente dall'on. Dossetti e non fu approvata solo perché ritenuta implicita nel sistema. Di ciò deve tener conto ogni sistema democratico che voglia essere realmente tale.
Ma il passaggio dalla elaborazione politica al diritto non si ferma qui. 
La Costituzione del 1948 afferma, infatti, in modo esplicito e univoco, fin dal secondo comma dell'articolo 1, che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». 
È un salto epocale: non solo nel passaggio della sovranità dal re (cioè dal potere istituzionale tramandato) al popolo, ma anche e soprattutto nella precisazione che tale sovranità e le attribuzioni che la accompagnano non sono appannaggio indiscriminato della maggioranza ma richiedono delle forme predeterminate e incontrano dei limiti.
Detto in altri termini; la democrazia non coincide con il principio di maggioranza, che è certamente uno dei suoi cardini ma non l'unico. La maggioranza decide, con il voto, chi deve governare e con lo stesso sistema si prendono le decisioni politiche, che sono, peraltro, frutto di percorsi e confronti necessitati e hanno dei vincoli contenutistici. L'assolutizzazione del principio di maggioranza provoca la fuoruscita dal modello democratico nel quale, del resto, diverse funzioni sono guidate da princìpi diversi: in particolare, per limitarsi a due esempi, le pronunce dei giudici sono assunte in base a regole e criteri prestabiliti e non ai desiderata dei più e il controllo di costituzionalità delle leggi è effettuato dalla Corte costituzionale in base a verifiche interpretative che possono condurre alla abrogazione di leggi pur approvate dalla maggioranza e, al limite, dalla totalità del Parlamento.
Quanto alle forme previste per l'esercizio della sovranità, due sono le norme fondamentali della Costituzione: l'articolo 2, in forza del quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come
singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», e l'articolo 5, secondo cui «la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomia locali». Evidente la necessità, indotta da tali norme, di un confronto, ai fini delle decisioni politiche di maggior rilievo, con le popolazioni e i territori interessati. Sì che - come scrive Dahrendorf - «dimostrazioni, manifestazioni, esercizi attivi di giudizio critico [. . .] sono un utile memento dell'enorme divario esistente nel nostro mondo democratico tra popolo e potere. E finché non troviamo un altro modo per riempire questo vuoto, finché coloro che sono eletti non scopriranno altre vie per mettere in condizione il popolo di avere voce in decisioni sempre più prese in sedi remote e irraggiungibili, quelle manifestazioni restano comunque un buon segno. Perché ci dicono qualcosa di importante: che la gente non accetta questo stato di c o s e» .
Quanto ai limiti invalicabili dell'attività legislativa e dell'azione politica i riferimenti fondamentali sono gli articoli 9 («La Repubblica [. . .] tutela il paesaggio [. . .] della Nazione») e 32 («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività [. . .]»): i diritti previsti da tali norme hanno carattere assoluto, a differenza, per esempio, del diritto di iniziativa economica che - secondo l'art. 41 - è bensì «libera» ma «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Ciò significa due cose decisive: che qualunque progetto, pur di riconosciuta utilità sociale, è illegittimo, in base alla Costituzione della Repubblica, se lede il diritto alla salute
di alcuni (ovviamente ove ciò sia provato) e che la protesta e la richiesta dirette a realizzare quei princìpi costituzionali non hanno nulla a che fare con la sindrome Nimby (''Non nel mio giardino"), e ciò a prescindere dal fatto che anche quella sindrome ha in sé elementi su cui discutere e non solo connotazioni egoistiche.
Una prima conclusione, a questo punto, si impone: il confronto con le popolazioni e le istituzioni locali (mai realizzato in Valsusa, dopo il timido tentativo della fase iniziale dell'Osservatorio, presto superata dalla pregiudiziale secondo cui «di tutto si può discutere ma non della necessità che l'opera sia fatta») non è un lusso o un di più ma un passaggio ineludibile in un sistema democratico, e continuare a ignorarlo realizza non solo una rottura sempre più difficile da sanare con la valle ma anche una ferita profonda alla democrazia dell'intero Paese.

4. Ancor più infondata e, a ben guardare, di stampo genuinamente autoritario è l'affermazione secondo cui le decisioni politiche sono vincolate nei tempi. È vero esattamente il contrario. La politica è, per definizione, un'attività dinamica e le decisioni che ne sono espressione, a differenza di quelle giudiziarie, non passano in giudicato. Non per motivi formali ma per la decisiva ragione che la verità politica è la sua conformità all'interesse pubblico, che ben può mutare - e muta - nel tempo, esigendo aggiustamenti, variazioni, adattamenti delle scelte (di tutte le scelte) effettuate. Lo dimostra la realtà quotidiana, in cui le decisioni politiche sono oggetto di continui cambiamenti, e non solo in caso di capovolgimento delle maggioranze parlamentari. E lo conferma l'organizzazione istituzionale che non prevede limiti alla possibilità di modifica delle leggi e persino - con le dovute procedure - delle norme costituzionali, mentre l'unico limite riguarda la promozione e gli effetti dei referendum. È davvero curioso, dunque, che si parli di sopravvenuta intangibilità di scelte compiute: a maggior ragione nei giorni conclusivi di una campagna elettorale in cui si è fatto a gara nel promettere il ribaltamento di normative appena introdotte.
L'unico limite temporale alla modificabilità delle scelte politiche è la intervenuta realizzazione delle opere previste, con impossibilità materiale di ne delle ipotesi di concorso (o compartecipazione) nel reato e così via. Questa impostazione è stata superata, sul piano dei principi, dalla Costituzione del 1948, in particolare con le norme in tema di libertà di riunione, libertà di associazione, libertà di manifestazione del pensiero, diritto di sciopero (articoli 17, 18, 21 e 40). Non per questo il conflitto è uscito dall'orizzonte della repressione nelle piazze e nelle aule di giustizia, anche se, sul piano teorico, l'intervento repressivo non riguarda più il conflitto in sé bensì specifiche manifestazioni da esso originate o in esso emerse. 
Gli anni Cinquanta e Sessanta ne sono stati la dimostrazione scolastica: nelle piazze, ma anche nei tribunali. Un caso per tutti: la sentenza 18 luglio 1962 con cui il Tribunale di Roma - a cui il processo era stato trasferito per ragioni di ordine pubblico - condannò tutti gli imputati per i fatti avvenuti a Genova il 30 giugno 1960, in reazione alla decisione di tenere a Genova il congresso del Movimento sociale, in base alla considerazione che «in una manifestazione di massa come quella del 30 giugno la sola presenza dei partecipanti, di qualunque partecipante che non sia in grado di dimostrare categoricamente la propria estraneità, costituisce di per sé elemento costitutivo necessario e sufficiente ad affermare la responsabilità».
La contrapposizione muscolare non è, peraltro, la sola strategia praticabile.
Così nel nostro Paese, a partire dagli anni Settanta, il conflitto sociale e la sua gestione da parte delle istituzioni e degli apparati assunsero aspetti di forte novità rispetto ai decenni precedenti, pur nel drammatico contesto degli anni di piombo e delle stragi. Non per caso, ma per il concorrere di due fattori convergenti: la scelta della strada della moderazione da parte delle grandi organizzazioni sindacali e del Partito comunista e la parallela opzione di analogo segno della maggioranza politica di governo e degli apparati di polizia. Questa
opzione fu favorita e veicolata dalla amnistia politica concessa con l'art. 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970 per chiudere la stagione del '68-'69 nella quale - con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969 - erano state denunciate, secondo i dati del Ministero dell'interno (contestati nel dibattito parlamentare per la loro inesattezza per difetto), 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Disse, allora, il relatore della legge di amnistia che occorreva dare risposta al «disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un'epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli Stati moderni». Fu così che, parallelamente a quanto avveniva su scala europea, si attenuò la strategia di controllo della piazza fondata sulla escalation nell'uso della forza e si diffuse «una strategia di controllo negoziato, in cui il diritto di manifestare pacificamente è considerato prioritario, forme anche dirompenti di protesta vengono tollerate, la comunicazione fra manifestanti e polizia viene considerata come fondamentale per una evoluzione pacifica della protesta, si evita il più possibile l'utilizzazione di mezzi coercitivi puntando alla selettività degli interventi))".
Ma la situazione è nuovamente cambiata a fine secolo con il riemergere della fuga della politica e di forme di delega della gestione del conflitto sociale in via esclusiva agli apparati (polizia e magistratura). Lo spartiacque, per il nostro Paese, è stata l'imponente manifestazione di Genova del luglio 2001 contro il G8. Da allora sono cambiate, con le modalità del conflitto sociale e politico, le risposte istituzionali, sia sul versante della cosiddetta prevenzione speciale che su quello della repressione in senso proprio.

6. Quel che sta accadendo in questi mesi e anni in Valsusa è una espressione della strategia ora delineata e, insieme, la prova generale di un suo ulteriore inasprimento. I1 salto di qualità sta nella drastica restrizione (praticata o tentata) degli spazi di libertà di manifestazione: 

a1) le zone rosse e la militarizzazione del territorio in occasione di eventi potenzialmente generatori di conflitto sono diventate regola: basta percorrere le strade della valle (ed è accaduto nell'agosto 2012 persino a Taranto in occasione delle manifestazioni che hanno accompagnato il sequestro degli impianti dell'ILVA);

a2) in Valsusa ogni manifestazione nei pressi del cantiere della Maddalena è preceduta da ordinanze prefettizie che restringono (più esattamente, aboliscono) la libertà di movimento in zona (già limitata in via ordinaria), spingendosi sino a disporre, per la durata di due giorni e più, il divieto di accesso «a tutti i sentieri e alle aree prative e silvestri)) dei Comuni prossimi al cantiere «che comunque conducano)) allo stesso e persino di ((esercizio di qualsiasi attività venatoria)) nel territorio di quattro Comuni circostanti (così l'ordinanza 20 ottobre 201 1). Inutile dire che non si tratta di una vessazione isolata ché, per esempio, il sindaco di Roma, con ordinanze 17 ottobre e 18 novembre 201 1, vietò per un mese i cortei in città adducendo insuperabili esigenze di traffico (sic!);

a3) l'uso dei fogli di via per impedire la partecipazione a manifestazioni (inaugurato anch'esso in modo massiccio a Genova nel luglio 2001) è diventato, in Valsusa, imponente;

a4) anche il quadro legislativo di riferimento è cambiato, in assenza di qualsivoglia opposizione. La legge 12 novembre 2011, n. 183 (fotocopia, sul punto, del decreto legge 23 maggio 2008, n. 90, relativa alle discariche per i rifiuti in Campania) ha previsto che «i siti, le aree, le sedi degli uffici e gli impianti comunque connessi all'attività di gestione dei rifiuti)) e «le aree e i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l'installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione)) «costituiscono aree di interesse strategico nazionale)) con la conseguenza che «fatta salva l'ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale ovvero impedisce o rende più difficoltoso l'accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma del17articolo 682 del codice penale)). In forza di tale legge è, dunque, reato, a Chiomonte (come già in Campania), non solo ((introdursi abusivamente)) nelle aree indicate ma persino «rendere più difficoltoso l'accesso autorizzato alle stesse)), con conseguente potenziale criminalizzazione anche dei più pacifici sit in.
In questo contesto si collocano significativi irrigidimenti repressivi e cadute nel sistema delle garanzie, coerentemente con quanto avvenuto nella storia quando l'establishment ha chiesto alla giurisdizione di farsi carico anche (e a volte soprattutto) delle esigenze di tutela dell'ordine pubblico.
Accade così, per limitarsi alla Valsusa, che:

b1) si dilata la portata del concorso di persone nel reato (cioè de1l'area della responsabilità penale in caso di compresenza in fatti di massa) sino a ritenerne la sussistenza anche in presenza di condotte di semplice presenza in occasione della commissione dei reati. Illuminante, tra le molte, una ordinanza del Tribunale del riesame di Torino confermativa dell'arresto per resistenza e violenza di una ragazza partecipante a un assedio al cantiere della Maddalena.
Né si tratta di un orientamento isolato, essendosi - in epoca successiva - arrivati persino a sostenere che singole condotte di resistenza o violenza, accompagnate dal ((permanere nel contesto degli scontri)), legittimano la contestazione di lesioni in danno di 50 agenti, dovendo ritenersi «superflua l'individuazione dell'oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell'ordine rimasto ferito, come lo è l'individuazione del manifestante che l'ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati (preventivati o anche solo prevedibili) commessi in quel frangente, nel luogo dove si trovavano)) (GIP Torino, ordinanza applicativa di misura cautelare, 20 gennaio 2012);

b2) si consolida il metodo di isolare i fatti dal loro contesto spaziale e temporale, con conseguente sparizione dalla scena di condotte pur giuridicamente di primario rilievo. Esemplare, nelle ordinanze cautelari relative
agli scontri avvenuti alla Maddalena nell'estate 201 1, la scomparsa, nelle ricostruzioni accusatorie, del lancio (fittissimo) di lacrimogeni da parte delle forze dell'ordine, con conseguente configurazione del possesso di fazzoletti, occhialini, maschere antigas, limoni e finanche farmaci come ((elemento fortemente indiziante la preordinazione e il perseguimento di un unico, comune, obiettivo violento)) anziché come (possibile) mezzo per proteggersi dal fumo e dai gas;

b3) si disegna in maniera sempre più accentuata un tipo d'autore, il manifestante (potenzialmente) violento, tratteggiato in base non già alla commissione di analoghi reati ma alla partecipazione ad analoghe manifestazioni con evidenti improprie conseguenze in punto giudizio prognostico di pericolosità
o addirittura conferma di indizi di reità;

b4) si gestisce il doveroso intervento giudiziario con modalità eclatanti (come la celebrazione dei dibattimenti penali -persino di quello nei confronti di due sindaci imputati di lesioni.. . - in aule bunker abitualmente utilizzate per processi di mafia e terrorismo) così lanciando il messaggio di una (inesistente) affinità tra opposizione al TAV e fenomeni di criminalità organizzata (sic!) e si assumono, contestualmente, iniziative a dir poco sorprendenti di analogo impatto mediatico (come le inchieste sociali disposte dalla Procura minorile di Torino nei confronti di alcuni ragazzi che hanno partecipato a iniziative No TAV, per di più senza riportare denunce penali.. .);

b5) emerge in maniera massiccia una disparità di trattamento nella gestione dei procedimenti a seconda dei soggetti coinvolti. Basta pensare ai tempi: mentre i processi per resistenza e violenza a carico di manifestanti hanno, per lo più, corsie preferenziali (con tutti i particolari diffusi a mezzo stampa), le indagini per (denunciati) soprusi o violenze da parte delle forze dell'ordine, pur soggetti a termini di prescrizione brevi, procedono per lo più - quando procedono - a rilento (e nel più totale riserbo).
Questa, pur sommaria, carrellata consente di trarre una terza conclusione.
La sostituzione della risposta politica con quella esclusivamente repressiva è, ormai, un fatto acquisito. Ma la militarizzazione del territorio e il progressivo affermarsi di quello che è stato definito "il diritto penale del nemico" non hanno risolto i problemi e, anzi, si rivelano sempre più dei boomerang.
Come è stato scritto, «un diritto penale che vede nemici ogni dove rischia di accreditare l'immagine di una società percorsa da una generalizzata guerra civile, contribuendo così a fomentare una conflittualità, anzi uno spirito sociale d'inimicizia, che è del tutto contrario alla sua vera missione di stabilizzazione e pacificazione della società»'5 e, più nello specifico, «fra i

7. Sono molte, dunque, le cose che il Paese deve sapere.
Una crescita di conoscenza e consapevolezza è necessaria per dar vita a una nuova stagione in cui si apra finalmente un dibattito nazionale e pubblico sul TAV in Valsusa nel quadro più generale del senso delle grandi opere e delle politiche per uscire dalla crisi e dare effettiva tutela al territorio e alla salute. Un dibattito a cui si accompagni una diversa modalità di gestione del conflitto sociale e politico: senza dimenticare che, nel 1960, una nuova politica del lavoro, aperta con lo statuto dei lavoratori, andò di pari passo con
l'amnistia per i reati commessi nell'autunno caldo.

giovedì 16 maggio 2013

Breve storia dell’Alta Velocità


di Claudio Cancelli - 

L’alta velocità ferroviaria è nata a metà degli anni 80 in sede politica. Gli ingegneri dell’Ansaldo, a cui un paio di anni prima era stato affidato il compito di progettare, per quanto riguardava il settore ferroviario, il Piano Generale dei Trasporti, non l’avevano prevista. In questa prima anomalia si trova il segno dell’intera vicenda; se in effetti limitassimo la discussione sull’alta velocità italiana nei termini tecnici ed economici della scienza classica, l’argomento potrebbe essere chiuso in tre righe. I treni A. V. sono treni passeggeri che si spingono al limite della tecnologia ferroviaria pagandone, poiché i miracoli sono rari, il prezzo relativo: una linea interamente nuova, con modificate caratteristiche geometriche dei binari e con diversa alimentazione, un costo di manutenzione e di ammortamento all’incirca triplicato rispetto a quello delle linee convenzionali. In termini economici, l’investimento può tuttavia risultare conveniente quando un numero sufficientemente alto di passeggeri - tra 30 e 50 mila al giorno, tanto per dare dei numeri - sia disposto a pagare il relativo biglietto. Fatti i conti, risulta che questo è possibile quando si hanno città di qualche milione di abitanti, poste ad una distanza compresa tra 300 e 500 km, e con una pianura in mezzo possibilmente poco abitata. Si tratta del caso della Parigi – Lyon, la cui realizzazione viene considerata un successo commerciale. Si tratta anche della maggior parte delle linee costruite in Francia e Germania. Una notevole eccezione è rappresentata dal collegamento Parigi – Londra; il destino ha voluto che qui si trovasse in mezzo non solo della pianura, ma anche un braccio di mare. Il problema è stato tuttavia risolto con un crack da 20000 miliardi di lire, addossato in parte alle migliaia di poveri scemi che avevano investito i loro soldi nella costruzione del tunnel, e per il resto a tutti i cittadini francesi. Si tratta di un metodo brillante, ma non ripetibile in tempi brevi, per ragioni che non vale la pena di spiegare.
Seppure tagliato con l’accetta, questo schema permette di capire per quale motivo le linee A. V. siano state costruite in Francia, in Germania e nei Paesi Bassi, e non in Inghilterra, Svezia o in Svizzera, sebbene anche in questi paesi la possibilità di costruirne sia stata presa in considerazione. Non serve a capire come mai si sia deciso di farle in Italia; in questo paese mancano tutte le condizioni favorevoli e si accumulano tutte quelle negative, per le caratteristiche orografiche, la distribuzione e la densità degli abitati, l’urbanizzazione diffusa et cet. Proprio per questi motivi nessun tecnico ferroviario l’aveva proposta, prima che apparisse la società T. A. V., di cui parleremo tra poco. In Italia ci si era orientati su un criterio diverso per rendere più veloci i collegamenti, ed era stata sviluppata, prima che in altri paesi, la tecnica dei treni ad assetto variabile – i pendolini. Con questi treni si potevano raggiungere velocità attorno ai 200 Km/h e ridurre i tempi di percorrenza di circa il 30%, senza dover costruire nuove linee. Che per guadagnare ancora qualche minuto – una decina tra Milano e Roma – ci si lanciasse in un investimento dell’ordine dei 100 mila miliardi, sembrava incredibile.
Invece è accaduto; ma prima di raccontare brevemente come, conviene mettere a fuoco un punto cruciale. Nel giudicare economicamente infondata tutta l’impresa ci siamo attenuti al criterio dichiarato del capitalismo, quello per cui è accettabile qualunque investimento che comporti un profitto superiore o almeno uguale a quello medio. Non ci siamo affidati né a considerazioni etiche, né a modelli di vita e di sviluppo alternativi. La peculiarità di questa vicenda è che ci si trova di fronte al mistero di persone che hanno apparentemente programmato un disastro economico, sapendo perfettamente di farlo. La spiegazione non è difficile; per capire è sufficiente sostituire alla regola del capitalismo teorico quella del capitalismo reale, la quale dice, più o meno: è accettabile qualunque disastro economico purché le perdite siano addossate all’intera comunità e i guadagni rimangano nelle mani di chi gestisce l’operazione. Il che, per dirla tutta, non è una grande novità; ma in questo caso l’applicazione del principio è stata veramente grandiosa, lo schieramento di forze che l’ha sostenuta nuovo e impressionante, e il cambiamento di regole che l’iniziativa ha comportato tale da modificare strutturalmente i lineamenti del diritto.
Tornando alla storia, è il ministro Signorile a introdurre il progetto nel Piano. Al tavolo siedono personaggi come Emo Danesi e Publio Fiori. Presidente delle Ferrovie (FS) è, per la prima volta da quando l’ente è stato creato, un politico, il democristiano Ligato. A nessuno viene in mente che per adottare un piano di investimenti da 90.000 miliardi, con le FS praticamente alla bancarotta, occorrerebbe almeno un’analisi comparata della redditività. Nonostante la felice partenza, il progetto passa per fasi alterne. Ligato in particolare ha qualche problema con le lenzuola e si dimette, prima di essere ucciso in una resa di conti in Calabria. Probabilmente per ragioni di immagine, viene nominato un commissario esterno nella persona di Schimberni, di provenienza Montedison. Con grande sorpresa di chi lo aveva nominato, Schimberni ha la mania di fare i conti: cancella l’alta velocità sostenendo, all’incirca, che se uno ha una cinquecento che non funziona, non può pensare di risolvere il problema comprandosi una Ferrari. Il nuovo ministro dei trasporti, Bernini, cancella Schimberni. E finalmente, con Necci sul ponte di comando delle FS, l’operazione parte.
Per gestire l’operazione viene costituita la società T.A.V., in cui le FS entrano come soci di minoranza, essendo ufficialmente la maggioranza in mano ai privati. Le FS affidano in concessione lo sfruttamento delle linee alla T.A.V., la quale di rimando affida alle FS la gestione tecnica della realizzazione delle linee e il loro futuro esercizio. Come gestore tecnico le FS firmano un contratto in cui restituiscono alla T.A.V. l’affidamento dei lavori; la T.A.V. subappalta la costruzione a tre general contractors, FIAT, ENI, IRI, di cui gli ultimi due al momento di concludere si defilano lasciando il campo al ben noto gruppo di Romiti e soci. Il quale subaffitta la progettazione a Fiat Engineering e incarica una sua controllata, la Cogefar – Impresit, di costituire due consorzi per la costruzione delle linee. Vi sono anche altri consorzi che entrano… lasciamo perdere. Tanto avete capito poco, diciamo la verità. Se vi consola neppure chi scrive ha mai capito esattamente come il tutto funzioni, salvo il fatto che si tratta di un artificio destinato a permettere l’appropriazione di denaro per pure attività di transazione.
Prima di spiegare, aggiungiamo un tassello che riguarda il finanziamento delle opere. Nella architettura finanziaria prevista sulla carta, il 40% della cifra veniva messo a disposizione dallo Stato a fondo perduto più, in grazioso regalo, la direttissima Firenze – Roma, già costruita vent’anni prima; il rimanente 60% doveva essere reperito dai privati. Ma nessuno presta cifre di decine e decine di migliaia di miliardi ad una società, la T.A.V., con capitale di appena 140 miliardi, perché manca qualsiasi garanzia di restituzione. Qui è il colpo di genio. I soldi saranno dei privati, almeno in parte, ma i loro interessi e la loro restituzione saranno garantiti integralmente dallo Stato (dal Tesoro), con solo questa sottigliezza: che il pagamento degli interessi verrà messo a bilancio, ma la restituzione del capitale no, il suo inizio verrà rimandato di una quindicina di anni, in modo da non sforare i parametri di Maastricht. Chiamare privato questo finanziamento è un volgare gioco di parole. E l’altro caposaldo della presunta natura privata dell’affare, quello che riguarda la composizione societaria della T.A.V., è semplicemente falso. Fin dall’inizio la maggioranza delle azioni è in mano alle FS, solo che la cosa è mascherata tramite la partecipazione di una banca interamente posseduta dalle ferrovie di stato. Il rimanente è in mano ad altre banche. Di queste, tuttavia, la stragrande maggioranza sono istituti di diritto pubblico. Di privato vi è, sì e no, una ventina di miliardi.
Eppure la natura privata dell’impresa è condizione essenziale perché il tutto risulti formalmente accettabile. Forse perché non più all’altezza dei tempi, ma lo Stato liberale classico possiede alcuni meccanismi di difesa contro l’appropriazione o l’uso privato di denaro pubblico. Senza questa panzana del privato, non sarebbe stato possibile né disegnare questo incredibile garbuglio di società, buona parte delle quali svolge semplicemente funzioni di intermediario, né scegliere i general contractors, o le ditte di progettazione, o quelle di consulenza e costruzione, a trattativa privata, al di fuori di qualsiasi meccanismo competitivo. Ma specialmente non sarebbe stato possibile dilatare le dimensioni e i costi del progetto senza alcuna analisi dei benefici ottenibili. Ed anche questo è un aspetto essenziale; serve a spiegare per assurdo la forza dell’impresa.
La straordinaria trovata di addossare i costi alle generazioni future, ha aperto di fatto un pozzo senza fondo. Di lì si pesca per coinvolgere partiti, consulenti, chiunque esprima dubbi; per promettere agli enti locali che devono acconsentire al passaggio delle nuove linee faraoniche opere di compensazione, per firmare impegni di qualsiasi tipo con la tranquilla convinzione di non dover, a proprie spese, mantenere nulla. 
Fioriscono nuove figure professionali: Prodi viene nominato garante, non si sa di che cosa, e retribuito per questa sua misteriosa funzione; una signora di nome Agnelli, la quale sa di treni più o meno quello che chi scrive sa di sanscrito, entra nel comitato che deve studiare il difficilissimo problema dei nodi ferroviari; un istituto di ricerca privato, Nomisma, di cui Prodi è stato fondatore - ci sembra di ricordare - e sicuramente presidente del Comitato Scientifico, riceve la modica cifra di 10 miliardi per studiare l’impatto socioeconomico dell’opera. Ci fermiamo qui, anche se potremmo andare avanti, nomi e cognomi, per qualche decina di pagine. Se qualcuno non ha ancora capito, non capirà mai. E’ che non vuole capire.
Come abbiamo già ricordato, l’appropriazione di denaro pubblico è una costante del normale funzionamento dell’economia. Ma in questo caso non si può che rimanere perplessi della copertura che l’operazione ha ricevuto a tutti i livelli. Lasciamo perdere le mazzette, l’argent de poche di Pacini Battaglia a Necci o a sua figlia, la farsa insomma. C’è di peggio. La costituzione della T.A.V. è stata autorizzata dal governo e dal parlamento con decreto legge, successivamente convertito; l’opera ha passato il vaglio del Consiglio di Stato il cui presidente, Giorgio Corsini, detto per inciso, è passato in pochi mesi da presiedere il Consiglio a presiedere le FS - e dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato; lo schema di restituzione ritardata dei prestiti, quella specie di gioco delle tre carte su cui si basa il carattere privato del finanziamento, è stato inserito in dispositivi di legge; i sindacati confederali si sono schierati a corpo morto in favore del progetto. Per arrivare al dunque, è accaduto che le dimensioni dell’affare sono state tali da coinvolgere, salvo rare eccezioni, tutte le forze organizzate in qualche modo capaci di influire nel processo - con l’eccezione di Rifondazione Comunista e dei Verdi, i quali almeno formalmente si sono opposti. Ma sul carattere di questa opposizione si possono avere ampi dubbi.
Concludo con qualche osservazione sulla natura di questo imponente schieramento, a cui concorrono i grandi gruppi economici e finanziari, i partiti politici, i sindacati confederali, la delinquenza organizzata. Non vorrei generalizzare troppo, ma l’affare del secolo ha caratteristiche troppo illuminanti perché uno non si faccia delle opinioni.
Sui così detti poteri forti non credo vi sia molto da dire; il loro ruolo è del tutto evidente. Mi limito a notare che tangentopoli non li ha affatto danneggiati, al di là di qualche condanna ininfluente. Anzi, nel generale sconquasso della politica, sono arrivati nei posti di comando direttamente i loro uomini. I partiti hanno subito qualche sconquasso con la stagione di tangentopoli, ma hanno conservato un forte potere contrattuale. Rappresentano infatti un anello fondamentale del processo di appropriazione, poiché controllano il meccanismo elettorale: hanno quindi, in ultima analisi, le mani sul rubinetto del denaro pubblico. Le indagini di Di Pietro li hanno tuttavia costretti a raffinare i metodi; le borse ventiquattrore o le scatole di cioccolatini si sono rivelati di colpo strumenti alquanto rozzi per la circolazione del denaro. Questo ha portato ad una forte accelerazione di un processo già in atto, il fiorire di attività parallele: studi professionali, società di progettazione, enti precipitosamente privatizzati, collocati in gran parte nel settore dei lavori pubblici, e tutti apparentemente clienti del partito. Tuttavia è molto probabile che i clienti siano oramai divenuti padroni, se non altro a causa del trasferimento massiccio di persone dalla sfera partitica a quella, almeno ufficialmente, privata. I partiti sembrano essere poco più che scatole vuote la cui funzione è la cattura del consenso elettorale, con tecniche professionali di vendita dell’immagine. Il che spiega, tra l’altro, il carattere del tutto trasversale dello schieramento che si trova dietro le operazioni che contano, ed il balletto di contrapposizione sui grandi temi istituzionali: presidenzialismo, semipresidenzialismo, tre quarti di presidenzialismo e un quarto di cancellierato.
Veniamo ora ai sindacati confederali. Vi è stato un continuo trasferimento di dirigenti dalla struttura sindacale a quella di FS, T.A.V., Metropolis; in altre parole alle tante società costruite attorno al progetto A.V. La cooptazione della dirigenza sindacale nella élite al potere, che è tratto caratteristico di questi ultimi venti anni, ha trovato il suo percorso privilegiato nella formazione di queste società di comodo, oltre che nell’invasione e nella moltiplicazione dei ruoli di dirigente delle ferrovie stesse. Inoltre, i sindacati confederali hanno goduto di un vantaggio decisivo, nell’espandere la loro influenza rispetto ad altri attori della partita. Pur essendo di fatto protagonisti istituzionali, almeno dall’82, dotati grazie alla concertazione di un notevole potere di pressione o di interdizione su eventi macroeconomici, non sono soggetti ad alcun vincolo di legge, semplicemente perché questo loro ruolo non era previsto nello stato liberale classico. I loro uomini sono rimasti immuni da tangentopoli e hanno invaso gli spazi che la procura di Milano apriva nei territori della politica. Per intendersi con un esempio, l’imprenditore Lodigiani ha confessato a Di Pietro una lunga e dettagliata storia di tangenti connesse con l’alta velocità. Tra quelli che avevano battuto cassa figurava la CISL. Lodigiani dichiarò di avere versato il denaro (100 milioni di lire, una miseria) direttamente al segretario nazionale Sergio D’Antoni. Di Pietro convocò D’Antoni per interrogarlo e subito dopo lo rilasciò; il che diede il via ad una memorabile conferenza stampa del sindacato, durante la quale il vice di D’Antoni dichiarò l’amico Sergio innocente, vergine e santo, oltre che assolto da ogni turpe sospetto. Eppure il racconto di Lodigiani era circostanziato, preciso, puntuale; non vi era motivo di non credergli su D’Antoni, almeno che la sua attendibilità non fosse contestata in blocco anche nei confronti di tutti gli altri, numerosi e noti, tirati in ballo. Cosa che non è affatto accaduta. Solo che D’Antoni non rivestiva alcuna carica pubblica, e quindi la donazione di Lodigiani figurava come un affare tra privati, senza alcuna rilevanza penale. Di Pietro lo aveva sentito solo come persona informata dei fatti.
Infine, un accenno alla delinquenza organizzata. Con questo termine intendo le organizzazioni che derivano i loro proventi dal contrabbando della droga o dai rapimenti, seguendo il criterio convenzionale che classifica come persone per bene quelle che vendono le mine della Valsella ai paesi in guerra, aggirando i divieti internazionali con l’artificio della triangolazione con un paese terzo. Tirare in ballo gli spacciatori di eroina all’ingrosso sembra un’esagerazione. Eppure l’inchiesta sugli appalti dell’alta velocità sulla tratta Napoli – Roma ha portato un agente infiltrato negli ambienti della camorra a salire, gradino dopo gradino, una inaspettata scala arrivando prima in alcune stanze influenti della politica, e poi addirittura alle porte del Parlamento. Con il relativo scandalo e mobilitazione generale dei parlamentari per la violazione dell’immunità, come qualcuno probabilmente ricorda.
Il fatto è che anche in questo aspetto della vicenda si incontra un dato strutturale. Il commercio della droga è in grado di procurare un fiume impressionante di denaro; ma per trasformare questa ricchezza sporca in ricchezza rispettabile occorre farla defluire nel fiume della finanza lecita, con qualche artificio di copertura, una attività simulata. Il gioco dei noli delle macchine movimento–terra, acquistate da queste organizzazioni e affittate ai cantieri, è uno dei mezzi più semplici ed efficaci per questa conversione. Tra l’altro, e per qualche misterioso motivo, i nostri legislatori hanno lasciato un grazioso buco, proprio a questo riguardo, nella legislazione antimafia. Conosco un signore che pensa che la cosa non sia casuale; probabilmente è pazzo. Personalmente non so cosa pensare; forse potremmo fare un sondaggio.
I dati e gli argomenti tecnici sono ripresi dal libro "Alta velocità. Valutazione economica, tecnologica e ambientale del progetto". Quelli giuridici o amministrativi da articoli di Zambrini e Marco Ponti e dal libro di I. Cicconi "La storia del futuro di tangentopoli" che consiglio a tutti di leggere. I giudizi politici sono miei. Il signore pazzo è un mio doppio che si fa vivo quando sono stufo di passare, per amore di garantismo, da imbecille.

(Claudio Cancelli è docente al Politecnico di Torino, consulente tecnico della Comunità Montana Bassa Valle Susa per l’Alta Velocità, coautore del libro "Alta velocità. Valutazione economica, tecnologica e ambientale del progetto" Ed. CUEN-Ecologia)
da notavtorino.org del Marzo 2004

martedì 14 maggio 2013

LIP Rifiuti Zero: perchè e come

La sovranità popolare garantita dalla nostra Costituzione, nata dalla Resistenza, può essere esercitata in molte forme. Oltre alle istituzioni, ad ogni livello, oltre alle formazioni sociali, sindacali e politiche nelle quali si svolge la vita e si sviluppa la personalità dei cittadini, i Costituenti avevano previsto anche la possibilità per le persone di organizzarsi e proporre leggi d’iniziativa popolare.
Una di queste ci vede coinvolti proprio in questi mesi ed è la proposta di legge di iniziativa popolare sui rifiuti zero, che contiene in sé la cultura della sostenibilità: i rifiuti devono essere ridotti, riutilizzati e riciclati perché abbiamo raggiunto ormai i limiti della crescita. Ciò che l’umanità presente produce con le proprie attività deve essere in armonia con la natura e l’ambiente (la terra, l’acqua, l’aria) nel quale si svolge la sua vita e quella delle generazioni future. Per raggiungere questo obiettivo è necessario il cambiamento del paradigma culturale nel quale si svolgono la nostra vita e le nostre azioni quotidiane, abbiamo il dovere di impegnarci per compiere ogni possibile azione – sia pratica, sia di lotta e sia in ambito istituzionale –volta alla soppressione dell’attuale organizzazione improntata sullo schema lavora-compra-consuma-crepa e al raggiungimento dell’equilibrio con l’ecosistema in ogni attività antropica. La qual cosa, oltre ad essere un orizzonte luminoso nel rapporto tra la nostra specie e il pianeta, costituisce anche una tappa fondamentale per l’evoluzione sociale e politica della nostra civiltà in termini di libertà, uguaglianza e giustizia sociale, quale sol dell’avvenir di una nuova era dell’uomo, già presente e futura umanità.

Le finalità generali del  presente disegno di legge di iniziativa popolare si fondano sulle seguenti linee direttrici:
  1. far rientrare il ciclo produzione-consumo all’interno dei limiti delle risorse del pianeta
  2. rispettare gli indirizzi della Carta di Ottawa, 1986
  3. rafforzare la prevenzione primaria delle malattie attribuibili a inadeguate modalità di gestione dei rifiuti
  4. assicurare l'informazione continua e trasparente alle comunità in materia di ambiente e rifiuti
  5. riduzione della produzione dei rifiuti del 20% al 2020 e del 50% al 2050 rispetto alla produzione del 2000;
  6. recepire ed applicare la Direttiva quadro 2008/98/CE
  7. recepire ed applicare il risultato referendario del giugno 2011 sull’affidamento della gestione dei servizi pubblici locali
Per perseguire le suddette finalità, il presente progetto di legge contiene una serie di misure finalizzate a:
  1. Promuovere e incentivare anche economicamente una corretta filiera di trattamento dei materiali post-utilizzo
  2. spostare risorse dallo smaltimento e dall’incenerimento verso la riduzione, il riuso e il riciclo
  3. contrastare il ricorso crescente alle pratiche di smaltimento dei rifiuti distruttive dei materiali
  4. ridurre progressivamente il conferimento in discarica e l'incenerimento
  5. Sancire il principio “chi inquina paga” prevedendo la responsabilità civile e penale  per il reato di danno ambientale
  6. Dettare le norme che regolano l'accesso dei cittadini all'informazione e alla partecipazione in materia di rifiuti
  7. Introdurre forme di cooperazione tra Comuni per la raccolta porta a porta e la filiera di trattamento al fine di sviluppare l'occupazione locale in bacini di piccola-media dimensione, che favoriscano le attività di produzione e commercializzazione di materiali e prodotti derivati da riciclo e recupero di materia.

domenica 12 maggio 2013

Eccoci qua...

GRUGLIASCO, L'ALLEGRIA STA ARRIVANDO!

Eccoci qui, finalmente.
Oggi abbiamo avuto l'occasione di presentarci ufficialmente ad un pubblico individuato tra coloro che, nello stretto giro delle conoscenze, ha sempre manifestato una certa sensibilità per i temi di cui si vuole fare carico questa associazione.
Il nostro desiderio più grande è di operare e di renderci attivi fin da subito per essere una realtà presente sul territorio, e per stimolare un dibattito libero e aperto all'interno della comunità.
Nell'arco di poco tempo riusciremo ad avviare quello che è uno degli aspetti fondamentali di GCS: la Biblioteca popolare.
Non vediamo l'ora di diventare un punto di ritrovo per tutti coloro che hanno bisogno di qualcosa di culturalmente attivo all'interno della loro comunità.

Crediamo fortemente in ciò che vogliamo fare e in ciò per cui lottiamo, ma non ci riusciremo facilmente senza l'apporto di tutti.

E adesso, si parte!

Il Manifesto

Il Manifesto

Noi, liberi e antifascisti, abbiamo deciso di costituire l’Associazione Grugliasco Comunità Sostenibile per dare solidità ad un percorso di crescita all’interno della nostra comunità, al di là degli effimeri movimenti, per essere una realtà esistente di riferimento per i cittadini stessi. Escludendo il concetto elitario, ma viaggiando orizzontalmente, vogliamo coinvolgere tutte quelle persone che sappiano portare avanti il mandato degli ideali che ci siamo preposti al momento di costituirci associazione.
Il nostro progetto intende diventare una realtà locale ben definita sul territorio, consci comunque del fatto che l’apporto di proprie esperienze da parte di altre realtà all’infuori della nostra associazione non potrebbe far altro che giovarne in fatto di salute intellettuale.
In questi anni, ed in special modo in questi ultimi tempi, si è constatato un distacco pericoloso tra la cittadinanza e le strutture partitiche che governano il territorio, provocando uno scostamento dell’attenzione dalla cosa pubblica che di fatto è degenerato in un’indifferenza lesiva del benessere pubblico.
La mancanza di interesse e di partecipazione alla vita pubblica ha portato i cittadini ad interessarsi di tutt’altre questioni che non siano la politica legata al territorio e all’ambiente dove vivono. Questi comportamenti hanno generato degli scompensi conoscitivi che hanno compromesso l’attenzione e quindi la presa di posizione riguardo a situazioni socialmente critiche e a scelte determinanti per la collettività, anche in fatto i salute pubblica.
Questa distrazione, volontaria o meno, è molto diffusa ed è sempre più culturalmente accettata, e trova la sua legittimazione laddove venga alimentato, anche a livello mediatico, quel senso di sconforto derivato dalla sensazione che il cittadino sia fondamentalmente impotente di fronte alle scelte della politica.
Noi crediamo che molti risultati conseguiti dalla partecipazione diretta alle scelte della politica da parte dei cittadini, siano l’affermazione dell’esatto contrario, ovvero che le persone che decidono di impegnarsi e di portare a termine una battaglia siano in grado di farlo conseguendo successi importanti, come nel caso degli esiti referendari del 2011, in particolar modo quelli riguardanti il tema dell’acqua.
La necessità di dare origine ad un’Associazione si basa proprio su questo: ridare ai cittadini la netta e chiara percezione del loro ruolo all’interno della comunità.
Vogliamo creare sul nostro territorio una struttura capace di accogliere dentro di sé i valori dell’antifascismo, la concezione della decrescita sostenibile, le dinamiche della dialettica politica e che sia capace di spronare la creazione di un punto di vista critico riguardo agli eventi e ai progetti che riguardano la comunità.

Perché la decrescita
Il principio messo in atto dal concetto del benessere basato sul consumo ha deteriorato il tessuto economico e sociale a cui apparteniamo.
Il modello economico e sociale attualmente dominante nel mondo, basato sull’idea di una illimitata espansione di produzione e consumi, sia ormai diventato un meccanismo dannoso  per la natura, per la società, per lo stesso equilibrio psichico individuale, e che sia destinato ad un collasso con implicazioni sociali considerevoli.
È necessario innescare un forte processo di rivisitazione dello status vivendi attuale, portato all’eccesso dal consumo sfrenato fatto passare come mezzo per la salvaguardia dell’economia, quindi del nostro benessere, quindi della nostra tranquillità mentale.
Si rende necessario cominciare una vasta e multilaterale opera culturale, organizzativa, trasformatrice delle attuali forme di consumo. Il criterio principale per una tale riorganizzazione è la decrescita. Il dogma della crescita è ciò che sta demolendo la natura e l’uomo; che erode il livello di vita della maggior parte delle popolazioni; che attacca selvaggiamente tutti i beni comuni per assoggettarli allo sfruttamento privato.
Si tratta di iniziare a diffondere un modello di pace e di convivenza tra le civiltà, e questo non si potrà realizzare finché non si darà sostanza al concetto basato sul rispetto dei diritti fondamentali di tutti all’esistenza. Bisogna rendere principio attivo il concetto che tutti noi nasciamo esseri liberi, con diritti inalienabili e doveri riconosciuti.
La società potrà trovare la sua vera via di sviluppo solo in condizioni di solidarietà, di condivisione dei problemi, di redistribuzione equa delle risorse esistenti.
Purtroppo sappiamo anche che l’attuale panorama politico è interno al dogma dello sviluppo così come è stato diffuso finora, e che senza un cambiamento radicale anche all’interno delle fila della politica, non si riusciranno ad intraprendere quei cambiamenti che potranno portare ai risultati sperati.
GCS con queste idee intende rivolgersi a tutti coloro che hanno preso coscienza dell’incipiente crisi della nostra civiltà, qualsiasi sia la loro provenienza culturale e politica, coscienti che tutte le tradizioni culturali serie del Novecento contengono spunti di un pensiero critico nei confronti dell’attuale capitalismo distruttivo, e che tutte devono essere criticate e superate per elaborare un pensiero e una politica all’altezza dei problemi attuali.
GCS ritiene che i valori fondanti della Costituzione Italiana costituiscano i pilastri di questa costruzione umana, pacifica, solidale.
Occorre quindi imparare a riconoscere quando la nostra Costituzione non viene attuata e quindi adoperarsi in modo deciso e determinato per assolvere alle mancanze o alle inadempienze createsi.
In questa fase lo strumento fondamentale non può che essere la partecipazione democratica dei cittadini, che devono essere direttamente coinvolti nelle scelte politiche delle amministrazioni pubbliche. Ad ogni livello e su ogni problema. Lo strumento fondamentale per questa lotta deve essere la difesa dei territori, nella sua accezione più vasta.
Territori sono la terra, la salute, la città, la cultura, la scuola, l’educazione, l’energia, l’acqua. In una parola le condizioni di vita. Ogni attentato, ogni disattenzione, ogni indifferenza a queste condizioni è un attentato alla democrazia e alla convivenza pacifica.
Sappiamo che questo cambiamento potrà nascere dalla confluenza di una miriade di esperienze rinnovatrici già esistenti e in fase di sviluppo.
Per crearla c’è urgente bisogno di un nuovo spunto che abbracci questi valori e che ne sappia incrementare la portata. C’è bisogno di un mondo diverso, di una società partecipata altra e possibile, di una COMUNITà SOSTENIBILE.

Come vogliamo operare
Vogliamo operare nell’ottica dell’impegno civico, schierandoci e prendendo posizione sulle questioni nodali che possono riguardare il nostro territorio, locale e nazionale.
Abbiamo a cuore la salvaguardia della nostra comunità e ci ripromettiamo un impegno costante che operi in tal senso.  Il nostro lavoro si espleterà secondo diversi metodi:
lavoro volontario;
- iniziative rivolte all’ambiente;
- formazione civile e civica presso la nostra sede o ospiti di chi si promuoverà di intraprendere attività contigue alle nostre;
- presa di posizione nelle manifestazioni a sostegno di cause cui l’associazione si senta partecipe;
- diffusione delle nostre attività attraverso la estensione di documenti e volantini, e con utilizzo degli strumenti web source.