lunedì 20 maggio 2013

Breve Storia delle Origini Biblioteche Popolari in Italia

Le grandi trasformazioni economiche e sociali che caratterizzano i primi decenni del XIX° secolo (rivoluzione industriale, urbanesimo, pauperismo, nascita del movimento operaio) ed anche i loro risvolti politici (diffusione dei regimi liberal-democratici, estensione del diritto di voto) sono l'ambiente entro cui nasce e si sviluppa il movimento per l'educazione popolare, che si propone di introdurre nuove forme di controllo sociale e contemporaneamente di innalzamento delle competenze culturali e tecniche delle classi subalterne, condizioni indispensabili per lo sviluppo della società moderna.

Dapprima frutto dell'impegno filantropico, le scuole popolari e poi le biblioteche popolari che completano e consolidano nel tempo la loro azione, diventano ben presto oggetto dei primi interventi di quello che oggi chiameremmo stato sociale.

L'Inghilterra vittoriana possiede il vanto di esserne stata il battistrada: nel 1851 il Parlamento approva il Public Library Act che autorizza le comunità locali a destinare alla istituzione di biblioteche pubbliche una quota delle tasse, previo referendum favorevole dei contribuenti. Molto forti sono in questo movimento i due fattori dell'educazione tecnica e dell'educazione morale e politica.

Anche l'Italia, appena unificata, ha consapevolezza che il suo vero nemico non sono gli Austriaci ma l'ignoranza del popolo: il "quadrilatero di 17 milioni di analfabeti e 3 milioni di arcadi" paventato realisticamente da Pasquale Villari.

Nel 1861 il giovane pratese Antonio Bruni avvia la sua impresa di costruire piccole bibliotechine (nel 1869 saranno 250 ma con non più di 20 volumi ciascuna!) sparse per tutto il territorio nazionale allo scopo di "... preparare il popolo e specialmente la crescente generazione a sentire altamente la propria dignità [...] i sentimenti del dovere verso Dio, verso la Patria, Verso la Società [...] amare la fatica e il lavoro". (Bruni, 1866)
Perchè:
"il popolo ama le letture, col saper leggere, nasce la voglia di leggere, e se non si dà buone cose da leggere ci è il pericolo di vederlo correre ancora a leggere cose cattive". (Bruni, 1866)

Ben presto tuttavia l'azione propriamente filantropica dei borghesi illuminati viene affiancata, quando non sopravanzata, dall'opera del nascente movimento operaio, all'interno delle organizzazioni mutualistiche spesso si costituiscono piccole biblioteche di formazione politico-sindacale, ma anche tecnico-culturale, che accompagnano i corsi di alfabetizzazione, la cui importanza per il movimento democratico derivava anche dall'essere il saper leggere e scrivere un requisito per il diritto di voto (introdotto nel 1872, sarà completamente abolito solo nel 1919.

Ma sarà l'età giolittiana a vedere il trionfo, seppur effimero di questa politica democratica dell'istruzione e dell'informazione. A Milano, nel 1903, la Società Umanitaria, nata dieci anni prima, per "aiutare i diseredati a rilevarsi da sé medesimi", promuove insieme all'Università Popolare, alla Camera del Lavoro ed alla Società promotrice delle Biblioteche Popolari fondata la Lugi Luzzati fin dal 1867, la costruzione di un Consorzio delle Biblioteche Popolari che, in pochi anni, col sostegno finanziario del Comune, della Cassa di Risparmio e della Camera di Commercio, riuscì a creare numerose biblioteche che oggi diremmo "di quartiere".

Alla guida del Consorzio erano il Presidente Filippo Turati ed il Direttore Ettore Fabietti, che nel 1908, tentarono un salto di qualità sul piano nazionale organizzando a Roma il primo Congresso Nazionale delle Biblioteche Popolari, in cui furono con molta chiarezza e sorprendente modernità discussi i temi del rapporto fra biblioteca popolare ed educazione permanente, come imposti dalle esigenze di una economia in rapida evoluzione e di un regime democratico in espansione.
L'esito politico più rilevante fu la costituzione di una Federazione Italiana delle Biblioteche Popolari che, per un quindicennio, svolse una importante funzione di promozione ed anche di supporto tecnico per le sempre più numerose biblioteche popolari sorgenti in tutto il paese (nel 1914 se ne contavano circa 1.500) finché nel 1932 viene assorbita dal neo-costituito Ente Nazionale per le Biblioteche Popolari e Scolastiche.
Ma già nel 1926 il più allineato Leo Pollini era subentrato nella direzione della Federazione al fondatore Ettore Fabietti,  il cui Manuale delle Biblioteche Popolari resta nelle sue varie edizioni una viva testimonianza dell'impegno tecnico e politico di un grande bibliotecario. 

Nella edizione del 1933 egli giunge infine a superare il nome stesso di biblioteca popolare per assumere e diffondere il concetto di biblioteca per tutti, che altro non è se non la biblioteca pubblica, espressione con cui si traduce alla lettera e con piena correttezza quella Public Library nata in Inghilterra centocinquant'anni fa il cui spirito, rinnovato nelle forme ma sempre in profondità democratico e partecipativo, ci onoriamo di servire.

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