venerdì 17 maggio 2013

La Democrazia alla prova della Val Susa

di Livio Pepino

Rielaborazione, arricchita di alcuni passaggi e corredata di note, dell'intervento svolto nella manifestazione «La città deve sapere!», tenutasi al cinema Massimo di Torino il 23 febbraio 2013.

1. Il 13 febbraio 2012 si è concluso a Torino il dibattimento di primo grado per le morti da amianto dell'Eternit, a Casale Monferrato e altrove. Le prime avvisaglie di quella strage (2300 vittime solo in Italia) risalgono agli anni Cinquanta. E c'è chi, tra i famigliari delle vittime, ricorda le risposte dei responsabili degli stabilimenti alle domande degli operai sull'origine della polvere bianca che si depositava sulle loro tute: «Non preoccupatevi e pensate piuttosto di essere su una di quelle spiagge bianchissime dei Caraibi che finora avete visto solo in cartolina».
Allora la città non sapeva, anche se avrebbe dovuto sapere. Oggi, di fronte al rischio-salute connesso con lo scavo, in Valsusa, di montagne piene di amianto e di uranio, i vertici di LTF (la società costruita per la realizzazione della linea ferroviaria Torino-Lyon) e delle istituzioni minimizzano accusando i No TAV (e il Coordinamento dei medici della Valle) di allarmismo ingiustificato. Eppure basterebbe leggere il lancio 3 1 luglio 2012 scorso delle agenzie ANSA e Adnkronos in cui sta scritto: «Ancora superamenti di amianto nell'aria a Sauze d'Oulx, in località Jouvenceaux in Valsusa. Secondo gli ultimi rilevamenti dello scorso 18 luglio, nei pressi di una seggiovia, e mentre poco distante si stava disputando una gara di mountain bike, il livello di amianto accertato era pari a 7,2 fibre litro, di gran lunga superiore al limite di pericolosità stabilito dalla Organizzazione mondiale della sanità che indica come soglia massima 1 fibra litro». 
Sta qui l'inizio della questione TAV in Valsusa. La città, il Paese devono saperlo. Perché, almeno questa volta, è meglio che i problemi si affrontino subito piuttosto che essere costretti a chiedere giustizia, magari fra cinquant'anni, per centinaia di morti che si potevano e dovevano evitare.
La città deve sapere che questo - la vita dei valsusini e dei loro figli - è il primo dei molti problemi posti sul tappeto dall'opposizione di una valle al Treno ad alta velocità Torino-Lyon. Negli anni, poi, altri se ne sono aggiunti, tutt'altro che secondari o localistici: l'effettiva utilità di una grande opera pensata oltre vent'anni fa, la tollerabilità dei relativi costi, gli sprechi che accompagnano nel nostro Paese tutte le grandi opere' e che già stanno accompagnando la costruzione del cantiere della Maddalena e via elencando.

2. Ma, ad ostacolare questa presa di coscienza, c'è, oltre alla generale disinformazione dei media (per la cui spiegazione basta controllare i loro pacchetti azionari e i componenti dei loro consigli di amministrazione), un
ulteriore elemento. È un'affermazione diffusa, quasi un mantra, che si aggira in ogni dibattito sul TAV Torino-Lyon, veicolata soprattutto da settori progressisti benpensanti e dai media che li rappresentano, che suona più o meno così: «I No TAV hanno pure delle buone ragioni (bontà loro, ndR) ma la democrazia ha delle regole e quando la maggioranza ha deciso la scelta non può essere paralizzata da una minoranza. E, poi, "il tempo è scaduto": non si può continuare a discutere in eterno e, dopo anni di attesa, il confronto deve lasciare il posto ai fatti. Infine, nessuno vuole impedire critiche e perplessità ma se esse portano con sé sopraffazioni e violenze la risposta delle istituzioni non può che essere una repressione senza incertezze e cedimenti».
L'argomentazione è ben costruita e contiene pezzi di verità che la rendono suggestiva. Ma, a bene guardare, è una delle tante manifestazioni di un pensiero unico autoreferenziale che si nutre di luoghi comuni e di non detti, come risulta evidente sol che la si scorpori e se ne analizzino i singoli passaggi.

3. Anzitutto, identificare tout court la democrazia con la volontà della maggioranza è un pericoloso errore, sia sul piano politico che su quello giuridico.
Sul piano politico è sufficiente ricordare uno dei padri del pensiero liberale, l'aristocratico magistrato francese Alexis de Tocqueville che, ritornando da una lunga permanenza in America, nel 1831-32, alla ricerca delle fonti e delle forme della democrazia, scriveva: «Quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte [. . .] non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo perché un milione di braccia me lo porge. [. . .] Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere». Il senso è evidente e sempre attuale. Il principio di maggioranza serve per democratizzare il governo delle società, sottraendolo all'arbitrio di uno solo o di pochi, ma una scelta ingiusta non cessa di essere tale sol perché adottata dalla maggioranza. Tanto ciò è vero che alcune costituzioni contemporanee prevedono esplicitamente un diritto/dovere di resistenza dei cittadini a fronte di decisioni politiche che violano diritti e principi fondamentali. Ciò sta scritto, per esempio, nell'articolo 20 della Costituzione portoghese del 1976 che prevede il «diritto di opporsi» anche «con la forza» a qualunque
aggressione ai diritti fondamentali. Analogamente, l'art. 21 del progetto di Costituzione francese del 19 aprile 1946, sottoposto - con esito negativo - a referendum, stabiliva: ((Qualora il governo violi la libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza, sotto ogni forma, è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri)). Una analoga proposta («Quando i poteri pubblici violano le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all'oppressione è un diritto e un dovere del cittadino») venne formulata alla nostra assemblea costituente dall'on. Dossetti e non fu approvata solo perché ritenuta implicita nel sistema. Di ciò deve tener conto ogni sistema democratico che voglia essere realmente tale.
Ma il passaggio dalla elaborazione politica al diritto non si ferma qui. 
La Costituzione del 1948 afferma, infatti, in modo esplicito e univoco, fin dal secondo comma dell'articolo 1, che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». 
È un salto epocale: non solo nel passaggio della sovranità dal re (cioè dal potere istituzionale tramandato) al popolo, ma anche e soprattutto nella precisazione che tale sovranità e le attribuzioni che la accompagnano non sono appannaggio indiscriminato della maggioranza ma richiedono delle forme predeterminate e incontrano dei limiti.
Detto in altri termini; la democrazia non coincide con il principio di maggioranza, che è certamente uno dei suoi cardini ma non l'unico. La maggioranza decide, con il voto, chi deve governare e con lo stesso sistema si prendono le decisioni politiche, che sono, peraltro, frutto di percorsi e confronti necessitati e hanno dei vincoli contenutistici. L'assolutizzazione del principio di maggioranza provoca la fuoruscita dal modello democratico nel quale, del resto, diverse funzioni sono guidate da princìpi diversi: in particolare, per limitarsi a due esempi, le pronunce dei giudici sono assunte in base a regole e criteri prestabiliti e non ai desiderata dei più e il controllo di costituzionalità delle leggi è effettuato dalla Corte costituzionale in base a verifiche interpretative che possono condurre alla abrogazione di leggi pur approvate dalla maggioranza e, al limite, dalla totalità del Parlamento.
Quanto alle forme previste per l'esercizio della sovranità, due sono le norme fondamentali della Costituzione: l'articolo 2, in forza del quale «la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come
singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità», e l'articolo 5, secondo cui «la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomia locali». Evidente la necessità, indotta da tali norme, di un confronto, ai fini delle decisioni politiche di maggior rilievo, con le popolazioni e i territori interessati. Sì che - come scrive Dahrendorf - «dimostrazioni, manifestazioni, esercizi attivi di giudizio critico [. . .] sono un utile memento dell'enorme divario esistente nel nostro mondo democratico tra popolo e potere. E finché non troviamo un altro modo per riempire questo vuoto, finché coloro che sono eletti non scopriranno altre vie per mettere in condizione il popolo di avere voce in decisioni sempre più prese in sedi remote e irraggiungibili, quelle manifestazioni restano comunque un buon segno. Perché ci dicono qualcosa di importante: che la gente non accetta questo stato di c o s e» .
Quanto ai limiti invalicabili dell'attività legislativa e dell'azione politica i riferimenti fondamentali sono gli articoli 9 («La Repubblica [. . .] tutela il paesaggio [. . .] della Nazione») e 32 («La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività [. . .]»): i diritti previsti da tali norme hanno carattere assoluto, a differenza, per esempio, del diritto di iniziativa economica che - secondo l'art. 41 - è bensì «libera» ma «non può svolgersi in contrasto con l'utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana». Ciò significa due cose decisive: che qualunque progetto, pur di riconosciuta utilità sociale, è illegittimo, in base alla Costituzione della Repubblica, se lede il diritto alla salute
di alcuni (ovviamente ove ciò sia provato) e che la protesta e la richiesta dirette a realizzare quei princìpi costituzionali non hanno nulla a che fare con la sindrome Nimby (''Non nel mio giardino"), e ciò a prescindere dal fatto che anche quella sindrome ha in sé elementi su cui discutere e non solo connotazioni egoistiche.
Una prima conclusione, a questo punto, si impone: il confronto con le popolazioni e le istituzioni locali (mai realizzato in Valsusa, dopo il timido tentativo della fase iniziale dell'Osservatorio, presto superata dalla pregiudiziale secondo cui «di tutto si può discutere ma non della necessità che l'opera sia fatta») non è un lusso o un di più ma un passaggio ineludibile in un sistema democratico, e continuare a ignorarlo realizza non solo una rottura sempre più difficile da sanare con la valle ma anche una ferita profonda alla democrazia dell'intero Paese.

4. Ancor più infondata e, a ben guardare, di stampo genuinamente autoritario è l'affermazione secondo cui le decisioni politiche sono vincolate nei tempi. È vero esattamente il contrario. La politica è, per definizione, un'attività dinamica e le decisioni che ne sono espressione, a differenza di quelle giudiziarie, non passano in giudicato. Non per motivi formali ma per la decisiva ragione che la verità politica è la sua conformità all'interesse pubblico, che ben può mutare - e muta - nel tempo, esigendo aggiustamenti, variazioni, adattamenti delle scelte (di tutte le scelte) effettuate. Lo dimostra la realtà quotidiana, in cui le decisioni politiche sono oggetto di continui cambiamenti, e non solo in caso di capovolgimento delle maggioranze parlamentari. E lo conferma l'organizzazione istituzionale che non prevede limiti alla possibilità di modifica delle leggi e persino - con le dovute procedure - delle norme costituzionali, mentre l'unico limite riguarda la promozione e gli effetti dei referendum. È davvero curioso, dunque, che si parli di sopravvenuta intangibilità di scelte compiute: a maggior ragione nei giorni conclusivi di una campagna elettorale in cui si è fatto a gara nel promettere il ribaltamento di normative appena introdotte.
L'unico limite temporale alla modificabilità delle scelte politiche è la intervenuta realizzazione delle opere previste, con impossibilità materiale di ne delle ipotesi di concorso (o compartecipazione) nel reato e così via. Questa impostazione è stata superata, sul piano dei principi, dalla Costituzione del 1948, in particolare con le norme in tema di libertà di riunione, libertà di associazione, libertà di manifestazione del pensiero, diritto di sciopero (articoli 17, 18, 21 e 40). Non per questo il conflitto è uscito dall'orizzonte della repressione nelle piazze e nelle aule di giustizia, anche se, sul piano teorico, l'intervento repressivo non riguarda più il conflitto in sé bensì specifiche manifestazioni da esso originate o in esso emerse. 
Gli anni Cinquanta e Sessanta ne sono stati la dimostrazione scolastica: nelle piazze, ma anche nei tribunali. Un caso per tutti: la sentenza 18 luglio 1962 con cui il Tribunale di Roma - a cui il processo era stato trasferito per ragioni di ordine pubblico - condannò tutti gli imputati per i fatti avvenuti a Genova il 30 giugno 1960, in reazione alla decisione di tenere a Genova il congresso del Movimento sociale, in base alla considerazione che «in una manifestazione di massa come quella del 30 giugno la sola presenza dei partecipanti, di qualunque partecipante che non sia in grado di dimostrare categoricamente la propria estraneità, costituisce di per sé elemento costitutivo necessario e sufficiente ad affermare la responsabilità».
La contrapposizione muscolare non è, peraltro, la sola strategia praticabile.
Così nel nostro Paese, a partire dagli anni Settanta, il conflitto sociale e la sua gestione da parte delle istituzioni e degli apparati assunsero aspetti di forte novità rispetto ai decenni precedenti, pur nel drammatico contesto degli anni di piombo e delle stragi. Non per caso, ma per il concorrere di due fattori convergenti: la scelta della strada della moderazione da parte delle grandi organizzazioni sindacali e del Partito comunista e la parallela opzione di analogo segno della maggioranza politica di governo e degli apparati di polizia. Questa
opzione fu favorita e veicolata dalla amnistia politica concessa con l'art. 1 del decreto presidenziale 22 maggio 1970 per chiudere la stagione del '68-'69 nella quale - con riferimento al solo ultimo quadrimestre del 1969 - erano state denunciate, secondo i dati del Ministero dell'interno (contestati nel dibattito parlamentare per la loro inesattezza per difetto), 8.396 persone per 14.036 reati, tra i quali 235 per lesioni personali, 19 per devastazione e saccheggio, 4 per sequestro di persona, 124 per violenza privata, 1.610 per blocchi stradali e ferroviari, 29 per attentati alla sicurezza dei trasporti, 3.325 per invasione di aziende, terreni ed edifici e 1.376 per interruzione di pubblici servizi. Disse, allora, il relatore della legge di amnistia che occorreva dare risposta al «disagio diffuso nella pubblica opinione che, pur deprecando taluni episodi di autentica delittuosità e pericolosità sociale, ritiene in gran parte sproporzionata e sostanzialmente ingiusta la rubricazione di quelle vicende sotto titoli di reato che erano stati dettati in un'epoca in cui era sconosciuta la realtà storica dei conflitti che caratterizzano tutti gli Stati moderni». Fu così che, parallelamente a quanto avveniva su scala europea, si attenuò la strategia di controllo della piazza fondata sulla escalation nell'uso della forza e si diffuse «una strategia di controllo negoziato, in cui il diritto di manifestare pacificamente è considerato prioritario, forme anche dirompenti di protesta vengono tollerate, la comunicazione fra manifestanti e polizia viene considerata come fondamentale per una evoluzione pacifica della protesta, si evita il più possibile l'utilizzazione di mezzi coercitivi puntando alla selettività degli interventi))".
Ma la situazione è nuovamente cambiata a fine secolo con il riemergere della fuga della politica e di forme di delega della gestione del conflitto sociale in via esclusiva agli apparati (polizia e magistratura). Lo spartiacque, per il nostro Paese, è stata l'imponente manifestazione di Genova del luglio 2001 contro il G8. Da allora sono cambiate, con le modalità del conflitto sociale e politico, le risposte istituzionali, sia sul versante della cosiddetta prevenzione speciale che su quello della repressione in senso proprio.

6. Quel che sta accadendo in questi mesi e anni in Valsusa è una espressione della strategia ora delineata e, insieme, la prova generale di un suo ulteriore inasprimento. I1 salto di qualità sta nella drastica restrizione (praticata o tentata) degli spazi di libertà di manifestazione: 

a1) le zone rosse e la militarizzazione del territorio in occasione di eventi potenzialmente generatori di conflitto sono diventate regola: basta percorrere le strade della valle (ed è accaduto nell'agosto 2012 persino a Taranto in occasione delle manifestazioni che hanno accompagnato il sequestro degli impianti dell'ILVA);

a2) in Valsusa ogni manifestazione nei pressi del cantiere della Maddalena è preceduta da ordinanze prefettizie che restringono (più esattamente, aboliscono) la libertà di movimento in zona (già limitata in via ordinaria), spingendosi sino a disporre, per la durata di due giorni e più, il divieto di accesso «a tutti i sentieri e alle aree prative e silvestri)) dei Comuni prossimi al cantiere «che comunque conducano)) allo stesso e persino di ((esercizio di qualsiasi attività venatoria)) nel territorio di quattro Comuni circostanti (così l'ordinanza 20 ottobre 201 1). Inutile dire che non si tratta di una vessazione isolata ché, per esempio, il sindaco di Roma, con ordinanze 17 ottobre e 18 novembre 201 1, vietò per un mese i cortei in città adducendo insuperabili esigenze di traffico (sic!);

a3) l'uso dei fogli di via per impedire la partecipazione a manifestazioni (inaugurato anch'esso in modo massiccio a Genova nel luglio 2001) è diventato, in Valsusa, imponente;

a4) anche il quadro legislativo di riferimento è cambiato, in assenza di qualsivoglia opposizione. La legge 12 novembre 2011, n. 183 (fotocopia, sul punto, del decreto legge 23 maggio 2008, n. 90, relativa alle discariche per i rifiuti in Campania) ha previsto che «i siti, le aree, le sedi degli uffici e gli impianti comunque connessi all'attività di gestione dei rifiuti)) e «le aree e i siti del Comune di Chiomonte, individuati per l'installazione del cantiere della galleria geognostica e per la realizzazione del tunnel di base della linea ferroviaria Torino-Lione)) «costituiscono aree di interesse strategico nazionale)) con la conseguenza che «fatta salva l'ipotesi di più grave reato, chiunque si introduce abusivamente nelle aree di interesse strategico nazionale ovvero impedisce o rende più difficoltoso l'accesso autorizzato alle aree medesime è punito a norma del17articolo 682 del codice penale)). In forza di tale legge è, dunque, reato, a Chiomonte (come già in Campania), non solo ((introdursi abusivamente)) nelle aree indicate ma persino «rendere più difficoltoso l'accesso autorizzato alle stesse)), con conseguente potenziale criminalizzazione anche dei più pacifici sit in.
In questo contesto si collocano significativi irrigidimenti repressivi e cadute nel sistema delle garanzie, coerentemente con quanto avvenuto nella storia quando l'establishment ha chiesto alla giurisdizione di farsi carico anche (e a volte soprattutto) delle esigenze di tutela dell'ordine pubblico.
Accade così, per limitarsi alla Valsusa, che:

b1) si dilata la portata del concorso di persone nel reato (cioè de1l'area della responsabilità penale in caso di compresenza in fatti di massa) sino a ritenerne la sussistenza anche in presenza di condotte di semplice presenza in occasione della commissione dei reati. Illuminante, tra le molte, una ordinanza del Tribunale del riesame di Torino confermativa dell'arresto per resistenza e violenza di una ragazza partecipante a un assedio al cantiere della Maddalena.
Né si tratta di un orientamento isolato, essendosi - in epoca successiva - arrivati persino a sostenere che singole condotte di resistenza o violenza, accompagnate dal ((permanere nel contesto degli scontri)), legittimano la contestazione di lesioni in danno di 50 agenti, dovendo ritenersi «superflua l'individuazione dell'oggetto specifico che ha raggiunto ogni singolo appartenente alle forze dell'ordine rimasto ferito, come lo è l'individuazione del manifestante che l'ha lanciato, atteso che tutti i partecipanti agli scontri devono rispondere di tutti i reati (preventivati o anche solo prevedibili) commessi in quel frangente, nel luogo dove si trovavano)) (GIP Torino, ordinanza applicativa di misura cautelare, 20 gennaio 2012);

b2) si consolida il metodo di isolare i fatti dal loro contesto spaziale e temporale, con conseguente sparizione dalla scena di condotte pur giuridicamente di primario rilievo. Esemplare, nelle ordinanze cautelari relative
agli scontri avvenuti alla Maddalena nell'estate 201 1, la scomparsa, nelle ricostruzioni accusatorie, del lancio (fittissimo) di lacrimogeni da parte delle forze dell'ordine, con conseguente configurazione del possesso di fazzoletti, occhialini, maschere antigas, limoni e finanche farmaci come ((elemento fortemente indiziante la preordinazione e il perseguimento di un unico, comune, obiettivo violento)) anziché come (possibile) mezzo per proteggersi dal fumo e dai gas;

b3) si disegna in maniera sempre più accentuata un tipo d'autore, il manifestante (potenzialmente) violento, tratteggiato in base non già alla commissione di analoghi reati ma alla partecipazione ad analoghe manifestazioni con evidenti improprie conseguenze in punto giudizio prognostico di pericolosità
o addirittura conferma di indizi di reità;

b4) si gestisce il doveroso intervento giudiziario con modalità eclatanti (come la celebrazione dei dibattimenti penali -persino di quello nei confronti di due sindaci imputati di lesioni.. . - in aule bunker abitualmente utilizzate per processi di mafia e terrorismo) così lanciando il messaggio di una (inesistente) affinità tra opposizione al TAV e fenomeni di criminalità organizzata (sic!) e si assumono, contestualmente, iniziative a dir poco sorprendenti di analogo impatto mediatico (come le inchieste sociali disposte dalla Procura minorile di Torino nei confronti di alcuni ragazzi che hanno partecipato a iniziative No TAV, per di più senza riportare denunce penali.. .);

b5) emerge in maniera massiccia una disparità di trattamento nella gestione dei procedimenti a seconda dei soggetti coinvolti. Basta pensare ai tempi: mentre i processi per resistenza e violenza a carico di manifestanti hanno, per lo più, corsie preferenziali (con tutti i particolari diffusi a mezzo stampa), le indagini per (denunciati) soprusi o violenze da parte delle forze dell'ordine, pur soggetti a termini di prescrizione brevi, procedono per lo più - quando procedono - a rilento (e nel più totale riserbo).
Questa, pur sommaria, carrellata consente di trarre una terza conclusione.
La sostituzione della risposta politica con quella esclusivamente repressiva è, ormai, un fatto acquisito. Ma la militarizzazione del territorio e il progressivo affermarsi di quello che è stato definito "il diritto penale del nemico" non hanno risolto i problemi e, anzi, si rivelano sempre più dei boomerang.
Come è stato scritto, «un diritto penale che vede nemici ogni dove rischia di accreditare l'immagine di una società percorsa da una generalizzata guerra civile, contribuendo così a fomentare una conflittualità, anzi uno spirito sociale d'inimicizia, che è del tutto contrario alla sua vera missione di stabilizzazione e pacificazione della società»'5 e, più nello specifico, «fra i

7. Sono molte, dunque, le cose che il Paese deve sapere.
Una crescita di conoscenza e consapevolezza è necessaria per dar vita a una nuova stagione in cui si apra finalmente un dibattito nazionale e pubblico sul TAV in Valsusa nel quadro più generale del senso delle grandi opere e delle politiche per uscire dalla crisi e dare effettiva tutela al territorio e alla salute. Un dibattito a cui si accompagni una diversa modalità di gestione del conflitto sociale e politico: senza dimenticare che, nel 1960, una nuova politica del lavoro, aperta con lo statuto dei lavoratori, andò di pari passo con
l'amnistia per i reati commessi nell'autunno caldo.

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