mercoledì 19 giugno 2013

Stop al consumo di suolo! Comunicato congiunto Fillea Cgil e Salviamo il Paesaggio

Riportiamo qui di seguito il comunicato congiunto FILLEA CGIL e Salviamo il Paesaggio.

Per la tutela del territorio e del paesaggio, per un futuro alle lavoratrici e ai lavoratori delle costruzioni: CONSUMO DI SUOLO ZERO!

Al convegno organizzato a Roma dal WWF il 31 maggio e il 1° giugno 2013 si è molto dibattuto, con interventi di grande autorevolezza, su “riutilizziamo l’Italia”, “contenere il consumo di suolo” e “riqualificare il belpaese”. Il 1° giugno “La Repubblica” ha pubblicato un articolo di Salvatore Settis dal titolo “La strana alleanza in salsa verde”. Nei giorni precedenti sono stati depositati da parte di diversi gruppi parlamentari disegni di legge che rientrano entro il perimetro del consumo di suolo e delle aree urbane e altri gruppi parlamentari hanno annunciato la presentazione di nuovi ddl.
Le istituzioni, i partiti e i loro gruppi parlamentari, l’associazionismo e il sindacalismo imprenditoriali e dei lavoratori dipendenti, specialmente delle costruzioni, devono, a nostro avviso, affrontare un dilemma: viene prima il territorio e dopo le aree urbane e gli appartamenti o prima vengono gli appartamenti, le aree urbane e, poi, il territorio? Fare una scelta anziché un’altra non è indolore.
Da tantissimi anni gli italiani che “partecipano” alla filiera decisionale del costruire hanno scelto, con i risultati disastrosi che sono stati evidenziati per ultimo dalla totalità degli intervenuti al già richiamato convegno, di soddisfare la fame (o l’ingordigia) di case, di immobili singoli o condominiali, di capannoni. Il tutto con la partecipazione di chi il territorio lo deve governare nel rispetto della Costituzione e della legislazione, che certamente non prevede i colossali processi di cementificazione privata o pubblica di cui il BELPAESE è vittima. Invece, nello stesso periodo, del territorio se ne sono occupati solamente qualche professore o qualche associazione sindacale o di cittadini.
Tra le ultima iniziative evidenziamo quella organizzata a Torino il 22 marzo 2013 dalla FILLEA CGIL dal titolo “Consumo di suolo ZERO” e l’assemblea organizzata il 4 maggio u.s. a Bologna dal Forum nazionale “Salviamo il Paesaggio”. Nel corso di queste ennesime iniziative si è approfondito il tema, assumendo la convinzione che la drammaticità della situazione non ammette subordinate.
Il Consiglio Europeo sta già per varare una Direttiva Comunitaria che identifica bene la questione attraverso l’analisi del fenomeno, la definizione di contenuti chiari e univoci dei termini che si usano (cos’è suolo, impermeabilizzazione, cementificazione, etc…), la predisposizione di programmi precisi e vincolanti finalizzati a raggiungere l’obiettivo “ZERO consumo di suolo”.
Gli istituti più autorevoli ci dicono che si consumano in Italia giornalmente circa 100 ettari (moltiplicare per 10.000 per avere i mq) e non sarebbe difficile calcolare per quanto si moltiplica il valore in Euro di un mq di terreno non impermeabilizzato fino alla fase in cui un cittadino acquista l’appartamento o altro manufatto che impermeabilizza il suolo.
La FILLEA, a Torino, ha lanciato la proposta di ridurre entro il 2020 il consumo di suolo in Italia di almeno il 50%, e che da subito tutte le decisioni che fanno capo all’edificazione dipendente dalle pubbliche amministrazioni e collegate, a qualsiasi titolo destinati, o che fanno capo a risorse finanziarie date a privati per lo stesso scopo, siano edificati solo su terreno impermeabilizzato, possibilmente già di proprietà pubblica.
Il Forum Salviamo il Paesaggio, a Bologna, ha suggerito diverse azioni immediate, tra cui la considerazione dell’identità dei suoli liberi o fertili come assoluto Bene Comune e come Valore ecologico ed economico (turistico, culturale, agricolo, enogastronomico …) e il rapido inserimento nel calendario dei lavori parlamentari delle commissioni competenti del ddl “Salva suoli”, per il contenimento del consumo di suolo e la valorizzazione delle aree agricole.
A partire da “adesso” riteniamo che gli Enti Locali, in coerenza con l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo, debbano rivalutare le scelte operate che comportano l’utilizzo del suolo non impermeabilizzato.
Convinti di essere all’interno dei solchi degli articoli 9, 41, 44 e 137 della Costituzione, ci sembra che le proposte di cui sopra possano essere assunte “velocemente e adesso” da tutti gli Enti Locali che hanno formale competenza sul “GOVERNO DEL TERRITORIO E DELLE AREE URBANE”.
Il pubblico può decidere sul pubblico, e può decidere se una superficie deve essere impermeabilizzata e no. Sulla terra e sul suolo, a differenza dell’acqua e dell’aria, da secoli gli esseri umani vantano diritti di proprietà e di uso. Ma su di essi è la Costituzione, nei modi previsti, che esercita un diritto pubblico primario.
Pertanto prima si eserciti, finalmente, questo diritto primario e conseguentemente nello stesso provvedimento si affronti il tema della ristrutturazione, della riqualificazione e del riutilizzo delle aree urbane e non urbane. Il prima e il dopo non sono temporali, ma politici e di tutela degli interessi generali.
Chiudiamo il recinto prima che i buoi scappino definitivamente, intendendo per recinto il territorio e per buoi le aree urbane e gli edifici.
Continuano a essere tante le scelte di cementificare fatte per fini nobili, tra gli ultimi un terreno non impermeabilizzato confiscato alla mafia destinato al Comune di Palermo e ceduto alla Curia palermitana per costruire la chiesa a Padre Puglisi sul territorio in cui operava. Ma a Brancaccio non ci sono luoghi già impermeabilizzati dove edificare la chiesa? Sono rari i casi di amministrazioni che dicono “no” alla costruzione su terreno non impermeabilizzato come ha fatto nei mesi scorsi la provincia di Torino negando all’Ikea l’autorizzazione di costruire un centro commerciale su una superficie di 18 ettari.
Le proposte della Fillea e del Forum si possono approfondire nelle pagine:
http://www.filleacgil.it/nazionale/?option=com_content&view=category&layout=blog&id=113&
Itemid=204 e www.salviamoilpaesaggio.it .
Chi avrà voglia di approfondire, leggerà che il principale sindacato della filiera delle costruzioni e il Forum che comprende più di 900 organizzazioni e migliaia di cittadini non sono diventati degli “integralisti del territorio”. Più semplicemente una crisi che ha determinato 400 mila disoccupati su un milione di occupati non può essere affrontata con pannicelli caldi o con qualche nominale “eco” o “bio”, fermo restando che l’importante è continuare a costruire dappertutto.

Abbiamo sempre pensato che la fase di crescita o di arricchimento non corrisponde con quella di sviluppo del nostro paese e alle centinaia di migliaia di lavoratrici e di lavoratori che oggi piangono le conseguenze di questa crisi strutturale vogliamo dare una prospettiva non più basata su quanto Sciascia prima e Rosi dopo fin dagli anni ’60 hanno scritto e raccontato nel libro “Il giorno della civetta” e nel film “Mani sulla città”.

Il pubblico (eletti e funzionari) DEVE governare il territorio e non favorire gli interessi privati (palazzinari, cementificatori, tangentisti e mafiosi).
I privati di cui sopra, come hanno dimostrato i grandi sequestri di mafia operati sul fronte degli impianti eolici, sono pronti a sfruttare qualsiasi tecnologia o tendenza ambientalista. Il pubblico, di cui sopra, affermi la determinazione di voler governare il paese sul solco di tutto ciò ha fatto diventare l’Italia il “BELPAESE”.
Roma, 18 giugno 2013
Fillea Cgil
Forum Nazionale “Salviamo il Paesaggio” 

venerdì 14 giugno 2013

Emissioni fuori controllo il 2 maggio 2013 confermate dall'ARPA - Segnalazione alla magistratura

L'inceneritore del Gerbido di Grugliasco è il tema più delicato che in questi mesi ha preoccupato la nostra comunità.
Il suo principio di funzionamento, il suo utilizzo e i suoi scopi, oltrechè la natura stessa del progetto di smaltimento dei rifiuti per cui è stato concepito, non sono un sinonimo di efficienza verde e di garanzia in termini di salute per la popolazione.
Le criticità dell'opera sono state più volte evidenziate, sia in sede di Comitato di Controllo Locale, con le sottolineature del tecnico di Rivalta, Michele Bertolino persona di grande esperienza, per anni responsabile del settore rifiuti in Legambiente Piemonte, che nell'ambito delle manifestazioni di piazza e degli incontri aperti tenuti, anche, dai promotori della Proposta di Legge RIFIUTI ZERO.
La società TRM, responsabile della costruzione e delle attività dell'inceneritore, ha la volontà di mantenere alta la produttività e quindi, in parole povere, di bruciare più tonnellate di rifiuti possibili, ma i limiti della struttura sembrano essere emersi già dopo pochi giorni di attività.
A seguito degli ultimi eventi occorsi, CARP, il Coordinamento Ambientalista Rifiuti Piemonte, ha voluto esprimere le sue perplessità producendo un documento, riportato qui di seguito, e segnalando la questione alla magistratura.
In attesa di chiarimenti, siamo tutti invitati a non abbassare l'attenzione su un problema di natura salutare/ambientale che riguarderà tutti noi.



Ven, 14/06/2013 - 10:15 — CARP
Nel corso della riunione del Comitato Locale di Controllo del 13/6/2013, ARPA ha confermato che durante l'incidente occorso all'inceneritore del Gerbido il 2 e 3 maggio 2013 non si sa che emissioni inquinanti ci siano state, perché la centralina di controllo posta a camino è andata in black-out.

Insomma, nel momento più critico quando sarebbe stato necessario il massimo controllo, la centralina di controllo delle emissioni a camino era spenta, pur essendo teoricamente collegata al quadro elettrico del gruppo elettrogeno di emergenza. Come mai?

Forse "per sbaglio" è stata scollegata per evitare che rilevasse picchi elevatissimi di emissione, ben dimostrati dalle fotografie? Oppure la gestione di un impianto altamente inquinante viene fatta in maniera approssimativa e superficiale? Tentativo doloso di insabbiare dati scomodi o incapacità? Lo stabilità la magistratura.

Infatti, ARPA ha evidenziato che i comportamenti di TRM durante l'incidente sono stati ritenuti non conformi alle autorizzazioni ambientali, e pertanto ARPA stessa ha segnalatoil comportamento di TRM alla magistratura. Non sono stati forniti paricolari perchè coperti dal segreto istruttorio.

Naturalmente, silenzio assoluto sugli organi di (dis)informazione: sarebbe cattiva pubblicità a TRM e all'inceneritore nuovo di zecca voluto dal PD di Saitta-Chiamparino-Fassino & C. ed appena regalato ai privati da quest'ultimo per salvare la sua poltrona di Sindaco dal commissariamento. Alla faccia della salute di tutti.

giovedì 6 giugno 2013

Demolizione ex-Diatto: la fine di una speranza, l'inizio di un'altra battaglia.

Quando, nell'ottobre del 2012, i militanti del Gabrio insieme ai residenti della Zona San Paolo di Torino, decisero di occupare l'area dell'ex-Diatto, lo fecero con un preciso intento: impedire che quell'area di 14.000 mq  finisse nelle solite mani di speculatori e cementificatori.
Iniziarono così attività parallele a quelle che già solitamente si svolgono nel CSOA di via Revello, dando vita a momenti di incontro, mercatini e fiere con possibilità di presentazione di prodotti artigianali e alternativi ai canali commerciali di consumo tradizionale.
Scopo principale dell'occupazione è sempre stato quello di richiamare l'attenzione sui problemi delle criticità che si vengono a creare nelle zone di Torino, con ammonimenti all'uso smodato del cemento come strumento di garanzia economica per i soliti del giro di affari dell'edilizia, e come entrata garantita per il Comune, il quale, afflitto dai soliti problemi economici, non si cerca soluzioni a lungo raggio più sostenibili, preferendo invece espedienti rapidi, benché deleteri, che servano a dimostrare entrate fresche in un bilancio martoriato da una politica perennemente irresponsabile.
Con queste prerogative il Comitato SniaRischiosa, formato dagli abitanti della zona, aveva impostato la propria attività in questi mesi. 
«Ciò che abbiamo fatto dall'occupazione a oggi – sostiene Manuel Coser, portavoce del Comitato - è stato formarci in merito alle questioni edilizie, per comprendere le modifiche della città, convocando in seminari e convegni anche grandi nomi del giornalismo e dell'economia; abbiamo creato socialità e cultura all'interno di uno spazio che era abbandonato, restituendolo alla città. Nell'arco di un mese e mezzo abbiamo raccolto più di cinquecento firme da presentare in Comune per evitare la demolizione. E sappiamo che le procedure burocratiche per procedere con l'inizio dei lavori non sono ancora state espletate».
Il Comune di Torino aveva garantito, agli abitanti del quartiere, il diritto di tribuna per il 18 giugno, i quali chiedevano la bonifica dell'ex fabbrica anziché la demolizione.
Altro che dialogo.

Alle 6.30 di ieri mattina la zona interessata è stata completamente militarizzata, con tanto di camionette di polizia e carabinieri, in tenuta antisommossa, nonché diversi agenti della DIGOS. Il tutto, a protezione dello sgombero e delle procedure di demolizione, tuttora in corso.
Copione già visto e ripetuto sistematicamente: ormai la polizia è diventata strumento di garanzia dell'edificazione speculativa.
A fare ulteriormente scalpore è la più totale noncuranza nella gestione dello smantellamento e della demolizione, in quanto risultano notevoli quantità di amianto che andrebbero trattate in tutt'altro modo piuttosto che con l'abbattimento tramite i bracci meccanici delle ruspe.
A completare il quadro dell'irresponsabilità e del totale menefreghismo culturale di questa politica, c'è il doppio aspetto storico: primo la struttura in demolizione era una di quelle opere che si identificano nel concetto di archeologia industriale, in quanto esempio di stile liberty prestato all'attività di produzione; secondo al suo interno sono collocati i resti di un acquedotto romano che gli occupanti si erano premuniti di sistemare in modo tale che non rischiassero di subire danni di sorta dallo svolgimento delle loro attività.
E' su questo aspetto che l'associazione Pro Natura ha presentato un esposto in Procura sostenendo che tra le pietre conservate alcune siano state "distrutte" nel corso dell'intervento.
"In tutti i mesi di occupazione - scrive l'avvocato Fabio Balocco, che chiede l'immediato sequestro dell'area - il Comitato di cittadini ha avuto cura di conservare tali materiali nella speranza che la Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte venisse a ritirarli per conservarli in un luogo più idoneo. Purtroppo, quello che si temeva è avvenuto".

L'incontro previsto in Comune, adesso, assume inevitabilmente il sapore della beffa, visto che come detto le ruspe sono già entrate in azione.
I militanti del Gabrio e gli abitanti del quartiere restano in presidio in via Frejus.

Ma noi ci chiediamo se le solidarietà per lotte di altri popoli non debbano smettere di fermarsi sulla carta e debbano invece prendere un percorso più deciso, riaffermando il diritto inalienabile dell'essere umano al rispetto dell'ambiente di vita.
Ci sono territori che sanguinano a causa del sangue dei loro abitanti che si riversa per le strade in nome di una libertà agognata, ci sono territori in cui a sanguinare è la Terra stessa, ferita a morte da scelte fatali di umani scellerati.
A tutto questo bisogna dire BASTA!

lunedì 3 giugno 2013

Un albero: simbolo di protesta

In questi giorni la Turchia è teatro di forti scontri tra manifestanti e polizia, scontri che hanno avuto la loro origine ad Istanbul, con epicentro della protesta il Gezi Park.
Questo è un parco che si trova a fianco di piazza Taksim, nel distretto di Beyoglu. 
Ospita circa 600 alberi ed è una delle aree verdi storiche della città turca. 
Il parco è stato aperto al pubblico per la prima volta nel 1943 con il nome di Inonu Park, in onore del secondo presidente turco Ismet Inonu che ha guidato il paese dal 1938 al 1950. La sua realizzazione, però, è stata voluta dal padre della Repubblica e primo presidente, Mustafa Kemal Ataturk, e ha comportato la demolizione di una caserma militare nel 1940, la stessa che ora vorrebbe essere ricostruita al posto del parco. Nel corso degli anni la sua estensione è stata ridotta più volte per fare spazio a diverse strutture alberghiere pur rimanendo uno dei luoghi più importanti e amati dai cittadini di Istanbul per rilassarsi e incontrarsi.
Da ultimo il governo di Ankara, in combine con la municipalità di Istanbul, ha dato il via libera al progetto per la realizzazione del più grande centro commerciale della città, come se, peraltro, Istanbul  ne avesse bisogno ancora di altri.

Da qui la nascita del forte dissenso tramutatosi poi in vera e propria protesta urbana.
I disordini sono iniziati martedì scorso, quando la polizia è intervenuta pesantemente per sgomberare i manifestanti che presidiavano il parco. Al momento dell'intervento gli occupanti erano pacificamente seduti e stavano leggendo e cantando, sulle panchine o dentro le tende montate per l'occupazione.
La determinazione dell'azione delle forze di polizia, al limite della legalità, unita all'impreparazione dei manifestanti a fronte di un'azione di simile intensità ha prodotto decine di feriti, ma da quel momento la protesta non si è più fermata. 
Nelle ultime ore si è anzi estesa alle maggiori città della Turchia, saldando la difesa del parco di Istanbul alla richiesta di maggior democrazia e al malcontento suscitato dalle scelte del primo ministro Erdogan, al potere ormai da dieci anni.

Un crescendo di manganellate, gas lacrimogeni, idranti, scontri. L’ultimo bilancio parla di centinaia di feriti, molti dei quali gravi. In ospedale anche un parlamentare di opposizione.
A questo punto ci si chiede se la Turchia erdoganiana, attualmente metà della nazione votante, volterà le spalle all’Ataturk islamico e se il rifiuto prenderà spunto dall'affaristico restyling di un angolo del centro di Istanbul che si priva d’una romantica oasi verde sul Bosforo. Certo è che la rivolta di questi giorni ha assunto esplicite tinte politiche. Vede impegnata la sinistra movimentista, minoritaria e già di per sé repressa da un sistema-regime con cui è in reciproco conflitto, e vede presente anche il maggiore partito d’opposizione che ha portato prima alcuni deputati poi i suoi attivisti in strada a contestare direttamente il premier.
Gran parte dei manifestanti non sono solo contrari al progetto ma protestano contro il comportamento del governo che "non prende mai in considerazione il punto di vista dei cittadini".
Anche perché un tema ritorna imperioso nella globalizzazione che viaggia a latere dei programmi faraonici divulgati con impegno propagandistico: la redistribuzione d’una ricchezza che, come per la Cina campione mondiale del Pil, non è per tutti.

E quindi un albero diventa il simbolo di una lotta, non solo politica, non solo ambientale, ma sociale e culturale.
Un simbolo per un cambiamento che, anche se in maniere e modi diversi, unisce, come un filo conduttore, le proteste e le battaglie che si sviluppano su molti territori, compresi quelli nostrani.
Qui, in Turchia, non ci sono valligiani ottusi e restii al progresso, non ci sono irresponsabili siciliani che non vogliono garantire la sicurezza militare della propria nazione, qui non ci sono allarmati ecologisti che vedono negli inceneritori dei rifiuti una causa di tumori: qui non c'è niente di tutto questo.
Qui c'è un altro contesto, ci sono altri soggetti e attori coinvolti, ci sono altre modalità di protesta, ma anche qui un albero risulta essere, ancora una volta, più importante del cemento.