giovedì 6 giugno 2013

Demolizione ex-Diatto: la fine di una speranza, l'inizio di un'altra battaglia.

Quando, nell'ottobre del 2012, i militanti del Gabrio insieme ai residenti della Zona San Paolo di Torino, decisero di occupare l'area dell'ex-Diatto, lo fecero con un preciso intento: impedire che quell'area di 14.000 mq  finisse nelle solite mani di speculatori e cementificatori.
Iniziarono così attività parallele a quelle che già solitamente si svolgono nel CSOA di via Revello, dando vita a momenti di incontro, mercatini e fiere con possibilità di presentazione di prodotti artigianali e alternativi ai canali commerciali di consumo tradizionale.
Scopo principale dell'occupazione è sempre stato quello di richiamare l'attenzione sui problemi delle criticità che si vengono a creare nelle zone di Torino, con ammonimenti all'uso smodato del cemento come strumento di garanzia economica per i soliti del giro di affari dell'edilizia, e come entrata garantita per il Comune, il quale, afflitto dai soliti problemi economici, non si cerca soluzioni a lungo raggio più sostenibili, preferendo invece espedienti rapidi, benché deleteri, che servano a dimostrare entrate fresche in un bilancio martoriato da una politica perennemente irresponsabile.
Con queste prerogative il Comitato SniaRischiosa, formato dagli abitanti della zona, aveva impostato la propria attività in questi mesi. 
«Ciò che abbiamo fatto dall'occupazione a oggi – sostiene Manuel Coser, portavoce del Comitato - è stato formarci in merito alle questioni edilizie, per comprendere le modifiche della città, convocando in seminari e convegni anche grandi nomi del giornalismo e dell'economia; abbiamo creato socialità e cultura all'interno di uno spazio che era abbandonato, restituendolo alla città. Nell'arco di un mese e mezzo abbiamo raccolto più di cinquecento firme da presentare in Comune per evitare la demolizione. E sappiamo che le procedure burocratiche per procedere con l'inizio dei lavori non sono ancora state espletate».
Il Comune di Torino aveva garantito, agli abitanti del quartiere, il diritto di tribuna per il 18 giugno, i quali chiedevano la bonifica dell'ex fabbrica anziché la demolizione.
Altro che dialogo.

Alle 6.30 di ieri mattina la zona interessata è stata completamente militarizzata, con tanto di camionette di polizia e carabinieri, in tenuta antisommossa, nonché diversi agenti della DIGOS. Il tutto, a protezione dello sgombero e delle procedure di demolizione, tuttora in corso.
Copione già visto e ripetuto sistematicamente: ormai la polizia è diventata strumento di garanzia dell'edificazione speculativa.
A fare ulteriormente scalpore è la più totale noncuranza nella gestione dello smantellamento e della demolizione, in quanto risultano notevoli quantità di amianto che andrebbero trattate in tutt'altro modo piuttosto che con l'abbattimento tramite i bracci meccanici delle ruspe.
A completare il quadro dell'irresponsabilità e del totale menefreghismo culturale di questa politica, c'è il doppio aspetto storico: primo la struttura in demolizione era una di quelle opere che si identificano nel concetto di archeologia industriale, in quanto esempio di stile liberty prestato all'attività di produzione; secondo al suo interno sono collocati i resti di un acquedotto romano che gli occupanti si erano premuniti di sistemare in modo tale che non rischiassero di subire danni di sorta dallo svolgimento delle loro attività.
E' su questo aspetto che l'associazione Pro Natura ha presentato un esposto in Procura sostenendo che tra le pietre conservate alcune siano state "distrutte" nel corso dell'intervento.
"In tutti i mesi di occupazione - scrive l'avvocato Fabio Balocco, che chiede l'immediato sequestro dell'area - il Comitato di cittadini ha avuto cura di conservare tali materiali nella speranza che la Soprintendenza per i beni archeologici del Piemonte venisse a ritirarli per conservarli in un luogo più idoneo. Purtroppo, quello che si temeva è avvenuto".

L'incontro previsto in Comune, adesso, assume inevitabilmente il sapore della beffa, visto che come detto le ruspe sono già entrate in azione.
I militanti del Gabrio e gli abitanti del quartiere restano in presidio in via Frejus.

Ma noi ci chiediamo se le solidarietà per lotte di altri popoli non debbano smettere di fermarsi sulla carta e debbano invece prendere un percorso più deciso, riaffermando il diritto inalienabile dell'essere umano al rispetto dell'ambiente di vita.
Ci sono territori che sanguinano a causa del sangue dei loro abitanti che si riversa per le strade in nome di una libertà agognata, ci sono territori in cui a sanguinare è la Terra stessa, ferita a morte da scelte fatali di umani scellerati.
A tutto questo bisogna dire BASTA!

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