lunedì 3 giugno 2013

Un albero: simbolo di protesta

In questi giorni la Turchia è teatro di forti scontri tra manifestanti e polizia, scontri che hanno avuto la loro origine ad Istanbul, con epicentro della protesta il Gezi Park.
Questo è un parco che si trova a fianco di piazza Taksim, nel distretto di Beyoglu. 
Ospita circa 600 alberi ed è una delle aree verdi storiche della città turca. 
Il parco è stato aperto al pubblico per la prima volta nel 1943 con il nome di Inonu Park, in onore del secondo presidente turco Ismet Inonu che ha guidato il paese dal 1938 al 1950. La sua realizzazione, però, è stata voluta dal padre della Repubblica e primo presidente, Mustafa Kemal Ataturk, e ha comportato la demolizione di una caserma militare nel 1940, la stessa che ora vorrebbe essere ricostruita al posto del parco. Nel corso degli anni la sua estensione è stata ridotta più volte per fare spazio a diverse strutture alberghiere pur rimanendo uno dei luoghi più importanti e amati dai cittadini di Istanbul per rilassarsi e incontrarsi.
Da ultimo il governo di Ankara, in combine con la municipalità di Istanbul, ha dato il via libera al progetto per la realizzazione del più grande centro commerciale della città, come se, peraltro, Istanbul  ne avesse bisogno ancora di altri.

Da qui la nascita del forte dissenso tramutatosi poi in vera e propria protesta urbana.
I disordini sono iniziati martedì scorso, quando la polizia è intervenuta pesantemente per sgomberare i manifestanti che presidiavano il parco. Al momento dell'intervento gli occupanti erano pacificamente seduti e stavano leggendo e cantando, sulle panchine o dentro le tende montate per l'occupazione.
La determinazione dell'azione delle forze di polizia, al limite della legalità, unita all'impreparazione dei manifestanti a fronte di un'azione di simile intensità ha prodotto decine di feriti, ma da quel momento la protesta non si è più fermata. 
Nelle ultime ore si è anzi estesa alle maggiori città della Turchia, saldando la difesa del parco di Istanbul alla richiesta di maggior democrazia e al malcontento suscitato dalle scelte del primo ministro Erdogan, al potere ormai da dieci anni.

Un crescendo di manganellate, gas lacrimogeni, idranti, scontri. L’ultimo bilancio parla di centinaia di feriti, molti dei quali gravi. In ospedale anche un parlamentare di opposizione.
A questo punto ci si chiede se la Turchia erdoganiana, attualmente metà della nazione votante, volterà le spalle all’Ataturk islamico e se il rifiuto prenderà spunto dall'affaristico restyling di un angolo del centro di Istanbul che si priva d’una romantica oasi verde sul Bosforo. Certo è che la rivolta di questi giorni ha assunto esplicite tinte politiche. Vede impegnata la sinistra movimentista, minoritaria e già di per sé repressa da un sistema-regime con cui è in reciproco conflitto, e vede presente anche il maggiore partito d’opposizione che ha portato prima alcuni deputati poi i suoi attivisti in strada a contestare direttamente il premier.
Gran parte dei manifestanti non sono solo contrari al progetto ma protestano contro il comportamento del governo che "non prende mai in considerazione il punto di vista dei cittadini".
Anche perché un tema ritorna imperioso nella globalizzazione che viaggia a latere dei programmi faraonici divulgati con impegno propagandistico: la redistribuzione d’una ricchezza che, come per la Cina campione mondiale del Pil, non è per tutti.

E quindi un albero diventa il simbolo di una lotta, non solo politica, non solo ambientale, ma sociale e culturale.
Un simbolo per un cambiamento che, anche se in maniere e modi diversi, unisce, come un filo conduttore, le proteste e le battaglie che si sviluppano su molti territori, compresi quelli nostrani.
Qui, in Turchia, non ci sono valligiani ottusi e restii al progresso, non ci sono irresponsabili siciliani che non vogliono garantire la sicurezza militare della propria nazione, qui non ci sono allarmati ecologisti che vedono negli inceneritori dei rifiuti una causa di tumori: qui non c'è niente di tutto questo.
Qui c'è un altro contesto, ci sono altri soggetti e attori coinvolti, ci sono altre modalità di protesta, ma anche qui un albero risulta essere, ancora una volta, più importante del cemento.


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