venerdì 19 dicembre 2014

Piano delle Opere: si marcia a vista


Nell’ambito ferroviario esiste un tipo di condotta chiamata “marcia a vista”.
Questa si basa sulla capacità del conducente di stabilire la velocità del veicolo guidato in modo da arrestarlo in tempo al presentarsi di una qualunque situazione di ostacolo soprattutto in quei casi di forte abbassamento della visibilità.
Il piano delle opere pubblico di Grugliasco viene portato avanti, consapevolmente o meno, seguendo questo criterio, e la Commissione Lavori Pubblici ce ne ha dato nuovamente dimostrazione.
Dal presidente Soncin viene fatto sapere che la commissione LL. PP. è stata indetta per evitare di intasare quella Controllo e Garanzia (3 -TRE!- convocazioni in 2 anni e mezzo. nda), e con questo esordio ci introduce al clima surreale che si verrà a creare di lì a poco.

Si devono illustrare gli stati d’avanzamento dei lavori riguardanti la Piazza Matteotti, o meglio le due, quella alta e quella bassa, e della scuola media Europa Unita, nonché il Piano delle Opere pubbliche previste per la nostra città.
Quadro generale: i lavori della piazza e quelli della scuola appartengono ad un appalto unico (espediente per avere risorse derivate dall’alienazione di immobili e terreni da utilizzare a seconda delle necessità) che portò ad una gara per un valore complessivo di 6.400.000,00 Euro, la quale alla prima indizione andò deserta, e alla seconda chiamata vide la partecipazione di una sola impresa che si aggiudicò i lavori presentando un ribasso dello 0,01% (???!!!).
Ci racconta l’assessore, nonché vicesindaco, Musarò che nell’idea iniziale la piazza doveva diventare il cuore della città stipandola di palazzi e di attività commerciali, spostando i parcheggi sottoterra sia dei dipendenti pubblici che degli abitanti di quel palazzo con lo spaccato sul campanile, e mettendola così in condizione di ospitare il Palio cittadino.
Così si deduce perché questi volevano spostare il Comune all’interno del Parco Porporati: anche quell’area sarebbe stata immolata alla costruzione di altri palazzi.
Ma la realtà è un’altra, come sempre.
Piazza Matteotti adesso è letteralmente divisa in due da un trincerone (quel sottopasso nel quale le auto che ci passano ci lasciano il sottomotore) che presenta  con quella piccola passerella, un unico collegamento tra la parte alta e quella bassa, tutti gli spazi in superficie sono adibiti a parcheggio e la vivibilità è andata a farsi benedire, benché Musarò provi ancora a difenderla definendola “Agorà”.
Dai banchi dei commissari di opposizione arriva la correzione: le Agorà greche non erano invase da carretti di trasporto (vedi automobili) ed erano espressione di un’attività culturale che nulla ha a che vedere con quello che ci vogliono vendere oggi.
Come mai? Cos’è accaduto, nel frattempo, che ha portato il generarsi di questa situazione?
Lo si capisce meglio quando si passa alla parte della scuola.
L’Europa Unita è anch’essa un progetto del 2008/2009.
L’edificio in origine doveva semplicemente essere ristrutturato e ampliato partendo dalla struttura già esistente, ma nel frattempo si scoprì che in realtà questa non era a norma con le nuove disposizioni antisismiche e quindi risultava più conveniente abbatterla e ricostruirla, che modificarla.
De facto viene modificata la natura dell’appalto.
Inoltre in corso d’opera si decide di aumentare la sua capienza aggiungendo tre aule, questo per l’effetto dell’accorpamento che verrà con la Gramsci.
Apertura e nuova inaugurazione: settembre 2015, garanzia di assessore. Bene.

Adesso, come mai la piazza si ferma, mentre invece la scuola và avanti?
Semplice: i fondi a disposizione sono andati per l’ampliamento scolastico, perché si sperava di incamerare gli oneri dalla vendita della SUL (Superficie Utile Lorda) del palazzo che avrebbe dovuto nascere al posto dell’attuale parcheggio dei dipendenti, e utilizzare quelli per eseguire la seconda parte della piazza.
Solo che nel frattempo il mercato immobiliare ha subito le sue flessioni, benché questi continuino a vedere in questo meccanismo la soluzione dei conti pubblici, e le imprese che avrebbero dovuto versare denaro sonante nelle casse comunali si sono ben guardate dall’impegolarsi in un incastro simile.
Una scelta dettata anche dalla necessità di non rimanere con due opere incompiute, come peraltro si stava verificando.
Tutto saltato, dunque, e quindi adesso si studiano le varianti per rendere la piazza meno penosa di com’è attualmente, soprattutto in previsione del Palio, e per capire cosa farsene del secondo piano, attualmente al grezzo, scavato sotto la fila di garage già esistenti, che nelle intenzioni avrebbe dovuto essere gestito da qualcuno (me la vorrei proprio vedere l’impresa che decide di venire a gestire un parcheggio interrato a Grugliasco).
Comunque grandi soluzioni, all’orizzonte, non sembrano essercene.

E la futura Gramsci elementare/materna? A ottobre era stato presentato un preliminare che avevamo descritto in un nostro post, ma dall’epoca, nonostante le ripetute richieste da parte dei commissari, il progetto non è mai stato messo a disposizione per poterlo studiare in modo più attento.
Chissà perché.
Anche qua, vien da chiedere: i fondi ci sono? Non ci sono? Da dove verranno recuperati? Son previste alinazioni di immobili? Altri saccheggiamenti?
Non è dato sapere.
Dunque si marcia a vista, il piano delle opere è qualcosa tutto da scoprire, e credo non solo per noi che siamo fuori dalle “segrete stanze”, ma anche per i responsabili.
Staremo a vedere, nel frattempo Grugliaschesi, godiamoci il sapore dell’incognita, il gusto dell’incerto sempre presente, di sicuro non ci si annoia, però...

 GPC

giovedì 18 dicembre 2014

Crack De Tomaso: la lettera del peccato


Quante storie all’ombra della torre blu.

Questa riguarda un dramma in stile anni 2000, quello della precarietà generata per speculazione e profitto. Quei drammi che permettono ad una parte, quella sempre più piccola e ristretta, di salire sugli yacht per raggiungere lontane isole caraibiche, e dall’altra, quella sempre più grande e diffusa, di stravolgere letteralmente le vite di famiglie, di persone vere, con sogni e progetti per la testa, anche minimi e giusti, ma quanto basta per sentirsi dignitosi.
Quelle persone che il destino ha collocato all’interno di uno stabilimento che, in quelle logiche sociali di qualche decennio fa, avrebbe dovuto fungere da traghetto sicuro verso un riscatto dei sacrifici fatti in gioventù.
Un articolo uscito in questi giorni sulle pagine di Repubblica torna a far luce su una vicenda che era già stata denunciata anni fa, ma  si sa, come diceva Rodari, “nel paese della bugia, la verità è una malattia”.
Dunque si torna a parlare di Rossignolo-De Tomaso e dell’accordo che ne fu con la Regione Piemonte, periodo giunta Bresso, e se ne torna a parlare soprattutto nelle aule di Corso Vittorio Emanuele II, perché il crack della De Tomaso sta tirando a fondo la Sit, partecipata della Finpiemonte, società che sborsò 14 milioni di Euro per l’acquisizione dell’area industriale ex-Pininfarina.
Il tutto ruota intorno ad una lettera, che mai vide neppure di sfuggita il Consiglio Comunale, a firma dell’allora sindaco Marcello Mazzù, nella quale si esprimeva la disponibilità a trasformare, con una variante al PRG, quell’area da industriale a residenziale.
Questo atto garantì la Sit che si vide coperta nel caso in cui l’operazione industriale non fosse andata a buon fine, come infatti poi successe, e adesso, proprio per evitare il fallimento, la società richiede che quella lettera assuma valore.
Ma se ciò dovesse accadere gli operai che stanno firmando le lettere per la mobilità perderebbero anche questo piccolo appiglio di sopravvivenza, in quanto il reindirizzamento dell’area farebbe scadere gli accordi lavorativi presi.
Un altro pezzo di quella partitica che invece di fare il suo dovere e di sorvegliare sulle operazioni economiche ha preferito fungere da garante di situazioni palesemente insostenibili.
Una scelta fatta sulla pelle stanca e affaticata di persone ormai indebolite dalle mille lotte, e intanto chiediamoci perché, sempre più decisioni politiche prese in questi ultimi anni, stanno trovando, alla luce di ciò che han generato, l’interesse delle procure.


GPC

martedì 16 dicembre 2014

Il Parco dei divertimenti


La Commissione Controllo e Garanzia, presieduta dal consigliere Lopedote, che si è riunita l’altra sera, ha permesso di capire alcune cose, relativamente ai punti all’ordine del giorno.
Non molto, per la verità, ma di sicuro ha rafforzato ancora di più il quadro culturalmente e psicologicamente devastante che questo momento ci viene restituito, dal piano nazionale fino ad arrivare a quello locale.
Si doveva discutere dello stato della gestione della società Le Serre, delle eventuali pendenze economiche nonché delle segnalazioni alla corte dei conti, della gestione appalti, subappalti e contratti stipulati e portati avanti nel triennio 2010-2013.
Sì perché a Grugliasco abbiamo questa multiservice che si occupa di tutto, dall’intrattenimento culturale al cambio della lampadina del lampione.
A sentire gli Amministratori attuali sembrerebbe una cosa vantaggiosa, avere una società di questo tipo, che pensa praticamente a tutto: c’è bisogno di organizzare la stagione teatrale? Ecco START (il Perempruner per loro non esiste). Serve un restyling al Parco Porporati? Pronto un lavoro progettato ed eseguito. Un impianto fotovoltaico? Eccoli già salire sul tetto. Qualcosa incastrato tra i denti? Nessun problema, ci pensano loro. 
Un affare.

Ma cosa sono Le Serre? 
Dal sito: Attualmente Le Serre s.r.l., società pubblica interamente partecipata del Comune di Grugliasco, opera a supporto dell’amministrazione comunale nei settori della cultura, dell’arte, delle attività socio-educative e del tempo libero e promuove in tutte le sue attività valori di multiculturalità, solidarietà, pace, legalità e attenzione verso l’ambiente.
Bene, ma allora cosa c’entrano i lavori stradali e gli interventi nei parchi pubblici con tale descrizione? A ben vedere niente, ma se si guarda la provenienza di alcune cariche cittadine, magari due conti tornano.
Per approfondimenti, rimando ad altri siti e blog, sicuramente più dettagliati e specializzati sull’argomento.

E a proposito di conti, ecco spuntare quelli relativi al rifacimento del Porporati: circa 720.000 Euro per… bhé, Grugliaschesi, è tutto sotto ai vostri occhi, fatevi una bella passeggiata nel nostro parco cittadino e potrete ammirarne il risultato, compresa la potatura straordinaria da ben 30.000 Euro (ma l’importo stanziato non avrebbe dovuto riguardare solo gli interventi edili?).

Vengono anche presentate le perizie di variante (quelle che si devono fare quando l’oggetto dell’opera viene parzialmente o interamente modificato, incidendo sul valore economico) relative alle lavorazioni eseguite lungo vie cittadine e rotonde.
Qualche commissario appartenente alla maggioranza (no, non mi sono sbagliato a scrivere) mugugna, insoddisfatto delle risposte che gli giungono dallo schieramento della Società, ed esterna questo suo disagio sottolineando che provvederà a presenterà puntuale interrogazione scritta: vedremo.

Le domande dan fastidio, probabilmente perché toccano punti sensibili, nervi semiscoperti che al solo sfioramento fan saltare sulle sedie come se queste scottassero, e l’argomento del “tendone”,  quello bianco-sporco messo con eleganza all’interno di un parco settecentesco, è uno di questi. Recentemente è stato oggetto di un passaggio economico Le Serre-Comune per un valore totale di 280.000 Euro. Si dovrebbe chiedere di sia la proprietà adesso, del tendone, visto che Le Serre dovrebbero essere il “Comune”.
Non l’ho capito, colpa mia.

Si parla anche di pendenze, e qualcuna c’è, ad esempio la società ha un credito, non esorbitante, ma politicamente rilevante: quello nei confronti della Città del Bio, l’associazione dell’ex sindaco ed ex-presidente, che ne presiede peraltro ancora il Comitato Scientifico, Mazzù, che si trova indebitata di circa 5.600 Euro, per non aver versato la quota d’affitto alla proprietà dei locali dove risiedeva l’associazione: il Parco Le Serre.
Visto che tale associazione sta ancora aspettando il contributo associativo del Comune per ripianare i debiti contratti, alla fine chi pagherà secondo voi?

Ultimo punto, le compensazioni, argomento noi tanto caro, per due motivi:
1) - provengono da quell’immonda e indifendibile opera che è l’inceneritore, e solo per questo andrebbero rispedite al mittente, ma vorrebbe dire, oltre al danno (ambientale e salutare) la beffa (nemmeno il supporto economico per affrontare le urgenti questioni del territorio);
2) - noi avevamo proposto, quando era stata data la possibilità nell’ambito delle proposte di modifica al PRG, che una parte di queste compensazioni venisse utilizzata per rimettere a posto la scuola materna Don Milani, ma ci era stato risposto che non si poteva accogliere tale richiesta in quanto tali somme erano già destinate ad altro, peccato scoprire adesso che le destinazioni sono state riviste, e l’ammontare totale di 6.200.000 Euro è stato ridistribuito secondo criteri ancora da conoscere.

 - Ricordiamoci che stanno sacrificando una scuola, in nome di un bilancio, di un interesse immobiliare e del cemento che ne verrà sversato sopra; ricordiamoci che stanno facendo vivere a circa 100 bambini tra i 3 e i 6 anni una situazione pessima in un edificio discriminante; ricordiamoci che stanno creando un disagio professionale non indifferente al personale operante all’interno di questa c.d. “struttura provvisoria”, e tutto per non aver voluto mettere quei soldi a disposizione della scuola. -

Nella teoria delle tabelle presenti sul sito del Comitato Locale di Controllo, quelle somme andavano destinate a ciclabili improbabili (la passerella su C.so Allamano) e a quell’assurdità del parco urbano, che qualcuno ancora deve spiegarci la sua utilità, adesso staremo a vedere dove verranno dirottate.

Questo è lo stile, da Roma a Grugliasco, passando per la Regione, questo è ciò che viene permesso loro di fare, in un sonnecchiante silenzio intriso di desolante indifferenza.


GPC

martedì 2 dicembre 2014

Il Jobs Act? Una pericolosa riforma di destra


di Giacomo Russo Spena

Domani, mercoledì 3 dicembre, è il fatidico giorno. Il premier Renzi, l’Europa e i mercati lo auspicano da tempo, meno gli operai, i precari e gli studenti che saranno in piazza ad assediare il Senato. Finito l’iter il Jobs Act sarà legge, per il sociologo Luciano Gallino siamo “alla mercificazione del lavoro, è un provvedimento stantio e pericoloso”.

Scusi professore, lei parla di un progetto vecchio eppure il governo – che del nuovismo ha fatto un cavallo di battaglia – lo sponsorizza proprio per modernizzare il Paese. Dov’è l’imbroglio?
Nel Jobs Act non vi è alcun elemento né innovativo né rivoluzionario, tutto già visto 15-20 anni fa. E’ una creatura del passato che getta le proprie basi nella riforma del mercato anglosassone di stampo blairiano, nell’agenda sul lavoro del 2003 in Germania e, più in generale, nelle ricerche dell’Ocse della metà anni ’90. Inoltre si tratta di una legge delega, un grosso contenitore semivuoto che sarà riempito nei prossimi mesi o chissà quando. Non mi sembra un provvedimento che arginerà la piaga della precarietà né che rilancerà l’occupazione nel Paese.

Una bocciatura netta. E del premier che giudizio esprime, molti iniziano a considerare il renzismo come il compimento del berlusconismo. E’ d’accordo?
Per certi aspetti sì, il Jobs Act potrebbe tranquillamente esser stato scritto da un ministro di un passato governo Berlusconi. Non a caso Maurizio Sacconi è uno dei politici più entusiasti. Renzi continua nel solco di politiche di destra impostate sul taglio ai diritti sul lavoro, sulla compressione salariale e sulla possibilità di un maggiore controllo delle imprese sui dipendenti, vedi l’uso delle telecamere.

In un recente editoriale su Repubblica ha contrapposto alla Leopolda renziana, la piazza della Cgil. Eppure in altre occasioni passate aveva espresso dubbi sull’organizzazione di Susanna Camusso, accusandola di aver “appannato la bandiera del sindacato”. Ha cambiato idea?
Negli ultimi mesi ad esser cambiata è la Cgil. In diversi frangenti non ha contrastato i nefasti provvedimenti avanzati dai governi, come nel caso della riforma pensionistica. Ha accettato supinamente leggi micidiali e lo smantellamento del nostro welfare. Sul Jobs Act è stata incisiva mettendo in piedi una dura resistenza. E le divergenze tra Cgil e Fiom – che invece ha sempre mantenuto la barra dritta – ora sono minori, questo va salutato positivamente.

Le nostre politiche economiche vengono dettate da quell’Europa che sta imponendo soprattutto ai Paesi del Sud Europa dure misure di austerity e privatizzazioni. Che credibilità ha Renzi quando minaccia di sbattere i pugni a Bruxelles?
Dagli anni ’90 i socialisti europei e le differenti branche della socialdemocrazia hanno abdicato e sono stati contagiati dall’ideologia neoliberale abbracciando così l’idea dei mercati da anteporre alla democrazia. Alla finanza che disciplina i governi. In questo quadro, le affermazioni del premier sono vuote, alle invettive non corrispondono i fatti: il Jobs Act e la legge di Stabilità ne sono la palese prova. Persiste l’ortodossa ubbidienza ai diktat dell’Europa, Renzi non è altro che un fedele esecutore della Troika.

Non crede in repentine svolte in Europa e a strade alternative?
Siamo lontani dal contrastare le politiche imposte da Bruxelles. La sinistra italiana come espressione di massa di fatto non esiste più. Sono rimaste delle schegge, anche interessanti, ma politicamente ininfluenti soprattutto di fronte a quel che dovrebbe essere il domani di una sinistra in grado di rappresentare una valida opzione e un’opposizione solida in Parlamento. In Europa Podemos e Syriza rappresentano segnali importanti, iniziano ad avere una valenza di massa. In generale, le recenti elezioni hanno confermato quasi ovunque governi di destra o, ad essere gentili, di centrodestra. Ciò significa che la maggioranza degli elettori dell’eurozona preferisce lo status quo, purtroppo. La Germania ha rivotato in massa la cancelliera Angela Merkel e il ministro Wolfgang Schäuble malgrado le politiche restrittive e del rigore.

Per l’Italia auspica la nascita di un forte soggetto a sinistra del renzismo?
Detesto le sfere di cristallo, il futuro non è prevedibile. Bisogna costruirlo. E di certo nel Paese esistono milioni di persone mosse da ideali e sensibilità di sinistra alla ricerca di una nuova modalità di aggregazione. Le varie schegge esistenti dovrebbero riformularsi, diventare un’unica forza per poter così rappresentare una reale alternativa. Ma c’è molta strada da percorrere, molta.

Lei ha firmato insieme agli economisti Biagio Bossone, Marco Cattaneo, Enrico Grazzini e Stefano Sylos Labini un appello che propone la nascita di una moneta parallela all’euro per uscire dalla trappola della liquidità e del debito. In che consiste?
Qui non si tratta di uscire dall’euro ma di avere in Italia dei titoli pubblici con la possibilità di poterli spendere e scambiare come se fossero una moneta. Nel manifesto si parla esplicitamente della fuoriuscita dall’euro come atto con conseguenze disastrose per la nostra economia. Penso alla fuga dei capitali, alla possibile svalutazione della nuova moneta e alle complicazioni burocratiche. Ci sono milioni di contratti con soggetti esteri denominati in euro, che dovrebbero essere ritoccati e modificati. Un’assurdità. Nell’euro ci siamo, consci che ci sono gravissimi problemi che andrebbero analizzati e discussi mentre Bruxelles e in primis la Germania lo vietano in maniera categorica. La nostra proposta è un modo per ovviare a livello nazionale alle rigidità dell’euro e far circolare contante a chi ne ha meno, compresi lavoratori e medie e piccole imprese.

Un modo di riottenere la sovranità perduta?
Certamente. Il trasferimento di poteri da Roma a Bruxelles forse è andato oltre anche a quel che era previsto a Maastricht. Viviamo in un’Europa delle diseguaglianze che necessita di alcuni urgenti interventi, al momento non sembra ci siano le condizioni: la Commissione non vuole modificare la propria linea economica con Junker sostenuto convintamente dalla Germania. L’euro sarà destinato a propagare guai ancora per molto tempo e l’emissione in Italia di Certificati di Credito Fiscale (CCF) potrebbe mitigare i disastri della moneta unica, così pensata.

Pablo Iglesias, leader di Podemos, parla esplicitamente di una Spagna “colonia della Germania”. Il discorso può valere per l’Italia?
Il termine colonia è un po’ forte. Però di fatto le politiche che stanno strangolando i Paesi con tagli alla spesa pubblica, con l’ossessione dell’avanzo primario – quindi tartassare sempre maggiormente i cittadini e nello stesso momento diminuire servizi – sono procedimenti suicidi e insensati. E molte di queste imposizioni sono volute dalla Germania, dietro alla durezza del governo tedesco ci sono le banche tedesche che si erano esposte con l’acquisto di titoli internazionali. La Germania ha pensato di salvare le proprie banche. Forse non siamo una colonia, di certo soggetti ad una forma di imposizione esterna. Come noi anche gli altri Paesi dell’Europa del Sud e la Francia.

Anche la Francia?
Di meno, è sempre la seconda economia dell’eurozona ed ha legami storici con la Germania dai tempi di Mitterrand. Ma ha subito forte pressioni ed è stato costretta a tagliare salari, pensioni e sanità. Lo stesso governo tedesco ha introdotto nel proprio Paese le misure d’austerity, a partire dall’agenda 2010 del 2003, arrivando alla creazione del settore dei lavoratori poveri più ampio d’Europa: 15 milioni di persone che guadagnano meno di 6 euro l’ora oppure occupati 15 ore alla settimana per 450 euro al mese. 15 milioni è circa un quarto della forza lavoro tedesca…
 
fonte Micromega

mercoledì 26 novembre 2014

Roma-Grugliasco: il lungo filo della responsabilità


Roma, Camera dei deputati, ore 18,00 circa.
Passa il voto sul Job Acts.
Grandi proteste dalle inutili frange di un PD sempre più egemonizzato dai poteri economici e sempre più distante dalla realtà sociale (siamo dolenti, on. Livia Turco, comprendiamo la sua commozione, ma il “suo” partito è già da un po’ che ha preferito cambiare sponda).
Si stracciano le vesti, gridano allo scandalo e manifestano con violente prese di posizione (hanno addirittura abbandonato l’aula, roba da fucilazione) ma quel vergognoso disegno di legge viene approvato, andando così a scalfire ulteriormente altri tasselli del mosaico, sempre più ridimensionato, dei diritti dei cittadini.
Prima di ringraziare i deputati “fedeli” su twitter per aver appoggiato questo disegno di legge scellerato, il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si era appellato al “senso di responsabilità” che deve sempre prevalere in questi casi.
L’opposizione interna prêt-à-porter si ritira su un Aventino comodo comodo e, con la boccuccia messa a “culo di gallina”, fa la stizzita e dichiara la sua netta contrarietà al provvedimento.
Mancava solo dicessero“Renzi è brutto e cattivo”. Ma forse sarebbe stato troppo.

Grugliasco, Sala Consiliare, Ore 19.03.
Causa assenza del numero legale, il Consiglio Comunale viene rinviato alla seconda convocazione.
Cose che succedono, anche se hai una maggioranza che definire bulgara è dire poco.
Una di quelle maggioranze che ti permette di sfoggiare i muscoli appena la situazione si presta per poterlo fare.
Una di quelle maggioranze che ti consente di sfidare il parere contrario dell’opposizione, facendoti procedere come un rullo compressore senza tener conto di opinioni o proposte utili alla corretta amministrazione della città.
L’opposizione c’è, quasi tutta, ma non spetta a loro garantire il numero necessario di consiglieri per validare l’assemblea.
Dovrebbe essere la maggioranza, espressione della volontà cittadina, deputata in primis a portare avanti i lavori per i quali si era proposta in fase di candidatura, dunque a garantire la sua presenza.
All’ordine del giorno tra i vari punti, quello relativo all’approvazione di alcuni elementi del bilancio, determinanti per il proseguo delle azioni amministrative intraprese.
Il Sindaco Montà, sommessamente, chiede ai consiglieri “di minoranza” (come gli piace chiamarli) di inserire le loro tessere e garantire così il numero utile almeno per l’approvazione di tale punto, in quanto la prossima seduta, aggiornata ad una settimana, avrebbe fatto slittare le necessarie autorizzazioni a procedere con il bilancio, e lo fa appellandosi al loro di “senso di responsabilità” per il ruolo per il quale sono chiamati.
Dopo aver ricevuto la garanzia che, nel caso avessero assicurato il numero legale, si sarebbe votato solo sul punto del bilancio, i consiglieri dell'opposizione adempiono al loro compito con “senso di responsabilità” ricordando però, ad un fumante Sindaco, che quel senso di responsabilità da lui, e da quelli come lui, tanto decantato, non deve essere unilaterale, e che la correttezza politica e il rispetto delle varie posizioni sono due strumenti importanti che permettono, se praticati in maniera corrisposta, di costruire delle belle cose per il territorio che si è chiamati ad amministrare o governare.
Votata la delibera si chiude e si aggiorna la seduta.
Se molti cittadini ieri sera si aspettavano delle risposte su alcune questioni che erano all’ordine del giorno, e non le hanno ricevute, sanno chi devono ringraziare.
Una maggioranza imbronciata probabilmente non avrà passato una bella serata, ma tant’è.
Una cosa però la si può dire: la strada l’hanno imboccata, i termini e le parole da usare le hanno imparate, gesti e modi ci siamo, magari avranno ancora qualcosa da apprendere, qualche sbavatura da limare, ma chissà come sarà orgoglioso, Matteo, delle “sue creature” grugliaschesi…

venerdì 14 novembre 2014

Presidiando il domani

"Quando mancasse il consenso, c'è la forza. Per tutti i provvedimenti, anche i più duri che il Governo prenderà, metteremo i cittadini di fronte a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli" [Mussolini risponde al Ministro delle Finanze, 1923]

Sabato mattina, a partire dalle ore 10.00, davanti al Monumento ai 68 Martiri a Grugliasco, si terrà il presidio organizzato dall’ANPI locale per rimarcare con forza la natura antifascista del nostro territorio.
Non è un atto sterile nato dallo sdegno e dall’indignazione di un atto vigliacco capitato alla sede di uno storico partito antifascista e all’Università di Agraria.
  

Sarà un momento importante finalizzato all manifestazione di quel lavoro costante e paziente che si pratica tutti i giorni dalle nostre parti.

La presenza nelle scuole, le iniziative culturali, i dibattiti, i momenti di festa, tutte queste cose troveranno sintesi in quel presidio, a ricordare che, pur su piani e con modalità diverse, l’ostruzione alla diffusione delle idee fascistoidi è necessaria e deve essere continuativa.
Per un motivo, in particolare.
Quando salì il fascismo, in Italia, nel 1922, non avvenne con aerei bombardanti il Palazzo del Presidente del Consiglio, o con l’occupazione del regio parlamento da parte dei militari.
In Italia il fascismo salì con le elezioni, regolari e ordinarie.
Le violenze e gli atti squadristici, che fino a quel momento avevano attraversato il nostro Paese, erano stati funzionali ad ammutolire le forze sociali che si battevano per un mondo diverso da quello imposto da meccanismi profittatori e da volontà economicamente, dunque socialmente, repressive.
Ma la camicia nera giungeva sullo scranno più alto anche con l’aiuto delle forze fino a quel momento erano ritenute garanti della democrazia del tempo.
Le motivazioni di perché ciò avvenne sono riportate in molti libri e saggi sul tema, e provarne a farne un sunto qui sarebbe improbo.
Ma sicuramente si può condensare in questa maniera: quando l’essere umano delega in toto, a partire dalla propria coscienza, sta aprendo la strada al fascismo.
E non per forza quello della camicia nera, del fez e delle mascelle pronunciate.
A furia di lavaggi oggi le camice si sono stinte, e le maniche si sono arrotolate
Oggi ci si attrezza su dei palcoscenici a fare i lanci dei programmi di governo come si fosse in uno spettacolo teatrale.
Coreografie, luci, suoni, facce belle, facce pulite, niente barba o comunque tenuta bene.
Entrano nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle famiglie e peggio dell’ebola sconquassano la nostra storia, la nostra educazione (non quella borghese, ma quella civile), la nostra cultura, la nostra dignità.
Riducono a mera sopravvivenza gli obiettivi primari delle nostre vite, ci prosciugano di sogni e ci fanno credere che tutto questo sia un bene, in nome di un qualcosa che non si può identificare se non nelle garanzie di mantenimento del potere, di uno status quo di alcuni (pochi) a discapito di altri (molti).
Vestiti così fanno meno paura, alla vista, e questo permette loro di fare cose senza quell’apparente violenza di cui invece sarebbe circondata una figura su un balcone atta a sbraitare frasi dalla composizione infantile e con modi da bullo di periferia.
I presidi antifascisti, oggi, sono atti coraggiosi.
Oggi questi presidi denunciano le vergogne di un sistema che non pone più freni allo schifo che genera, in primis i rigurgiti di matrice fascistoidea, utili ai potenti e affascinanti per giovani ragazzotti armati di bomboletta spray e tanta, tantissima sana, volontaria e perseverante ignoranza.
Le persone che saranno presenti domani, davanti al monumento dei NOSTRI martiri, non saranno lì a cercare di tenere acceso il lumicino di un passato, che seppur glorioso, ha già fatto il suo lavoro, e da quale bisogna attingere il meglio.
Saranno lì per ricordare che il futuro si può e si deve illuminare di coscienza, di idee, di progetti, di vita e di partecipazione, tanta, diretta e costruttiva.
Noi vogliamo far parte di questa schiera. Noi domani ci saremo.

giovedì 6 novembre 2014

SBLOCCA IPOCRISIA


Lo Sblocca Italia serve. Serve tantissimo. Serve a restituire l’esatta “cifra ambientalista” di questo governo, del Partito Democratico e della nuova corte che circonda il segr. pres. del Cons. Matteo Renzi. Con buona pace per Ecodem, malpancisti vari che comunque continuano ad albergare e ad allearsi con quel partito beneficiando della grande asta democratica utile a superare ogni asticella di sbarramento, il “Nazareno” mostra la propria natura anti-ecologista.
L’Italia cambia verso… Regioni come la Basilicata diventeranno finalmente dei piccoli Texas. Novelli J.R. (lo ricordate il mitico petroliere di “Dallas”?) scorrazzeranno per le campagne lucane a bordo di Hummer H1 6000 cc. Grazie allo Sblocca Italia, appena firmato dal Capo dello Stato e che presto sarà convertito in legge dal Parlamento Italiano, le attività di prospezione, ricerca e coltivazione d’idrocarburi e quelle di stoccaggio sotterraneo di gas naturale rivestiranno carattere d’interesse strategico e saranno di pubblica utilità, e quindi urgenti e indifferibili. Finalmente qualcuno ha detto basta ai comitatini che intralciano la corsa al petrolio e le trivellazioni e impediscono al nostro Paese di dotarsi di “bomboloni” sotterranei per fronteggiare le crisi energetiche.
Grazie alla dichiarazione di pubblica utilità, indifferibilità e urgenza dell’opera, si partirà veloci con l’esproprio e ogni opposizione sarà rimossa, ogni contestazione tacitata, e se gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste si ostinano a mettersi di traverso, saranno guai!
Libertà è Partecipazione. Bellissime le parole di Giorgio Gaber che troviamo spesso nei convegni elettorali dei democratici e agli ingressi delle Feste de L’Unità: sfondi rassicuranti. Ok, belle parole, buone per prendere voti e accontentare la base, ma se sei di intralcio al “manovratore del fare”, interviene la celere. Peggio della Legge Obiettivo (Lunardi-Berlusconi) che per realizzare opere strategiche (come il TAV) ha azzerato ogni forma di partecipazione dei cittadini e di coinvolgimento delle istituzioni locali nelle scelte che interessano territori e comunità.
Nel 1787 Goethe descriveva così il territorio polesano nel suo viaggio in Italia: «Il tragitto, con un tempo splendido, è stato piacevolissimo; il panorama e le singole vedute, semplici ma non senza grazia. Il Po, dolce fiume, scorre fin qui attraverso pianure estese; ma non si vedono che le sue rive a cespugli e a boschetti».
Nel 1948, la Costituente stabiliva, per preservare la bellezza unica italiana: «La Repubblica tutela il paesaggio ed il patrimonio storico e artistico della nazione».
Nel 2013, l’ISPRA ha certificato in 8 mq al secondo la quantità di terra italiana seppellita sotto il cemento e l’asfalto.
Nel 2014, il governo Renzi accentua ulteriormente la già grave “deregulation” edilizia che ha saccheggiato e devastato territorio e paesaggio di cui tanto ci vantiamo (e che ha romanticamente ispirato poeti e viaggiatori), rimette il turbo a tante grandi opere inutili e dannose che segneranno irreversibilmente le linee del nostro paesaggio e rilancia la svendita di patrimonio demaniale presentandolo all’opinione pubblica come agognata “valorizzazione”.
Tra le pieghe, poi, oltre al danno c’è anche una bella beffa.
La mirabolante Autostrada Orte-Mestre, 10 miliardi per 400 km di asfalto in territori fragili e bellissimi, densi di Zone a Protezione Speciale e Siti di Interesse Comunitario, da realizzarsi tramite la bacchetta magica chiamata “Project Financing”, aveva un problema: non stava in piedi. Almeno senza la defiscalizzazione. Ed infatti, per questo, la Corte dei Conti aveva imposto uno stop. Ma qui arriva in soccorso lo Sblocca Italia: la defiscalizzazione (che equivale a quasi 2 mld di euro che evidentemente non entreranno nella casse dello Stato) si applicherà anche alla Orte- Mestre. Chissà cosa direbbe Goethe di fronte a cotanta fantasia al potere!
Nel decreto del governo Renzi infine non poteva certo mancare l’accelerata sugli inceneritori che saranno così sbloccati e imposti al pari delle altre opere ritenute strategiche e senza alcun vincolo di bacino. Tradotto: laddove si riducono rifiuti, si ricicla e si riusa, arrivano rifiuti freschi freschi da altri territori. Con tanti complimenti ad amministrazioni locali e cittadini virtuosi…
Spazzando via slides e buone intenzioni di chi predica la sostenibilità, lo Sblocca Italia sarà un utilissimo spartiacque.
Infatti, da una parte ci saranno i dirigenti ed i fiancheggiatori del partito del cemento, delle privatizzazioni, delle emissioni, della crescita “costi quel che costi”; gli esecutori degli interessi di lobbies, profittatori di ciò che appartiene a tutti.
Dall’altra parte, da questa parte, ci saranno le forze che non accettano né mai accetteranno che ambiente, salute e beni comuni siano sacrificati insieme agli altri diritti dei cittadini per soddisfare l’avidità di poche persone, di pochi gruppi di potere. Occorre una nuova resistenza, un’alleanza di cittadini, ambientalisti, comitati e comitatini… Occorre unirsi con urgenza.
 

martedì 4 novembre 2014

IL GOVERNO È DIVISO, SI PREPARA LO SCONTRO SUL TAV TORINO-LIONE


di Giorgio Meletti

GLI ESPERTI ECONOMICI DI PALAZZO CHIGI VOGLIONO IMPORRE L’ANALISI COSTI-BENEFICI MAI FATTA. DIMOSTREREBBE CHE SONO SOLDI BUTTATI. LOBBISTI DEL CEMENTO IN ALLARME.

Un tecnicismo è il detonatore e la bomba sta per esplodere sulla scrivania di Matteo Renzi. Ancora una volta   - come ai tempi di Prodi – un governo guidato dal centro-sinistra sta per spaccarsi sulle grandi infrastrutture, rilanciate con entusiasmo dal decreto Sblocca Italia. Il tecnicismo è una strana mossa di Rfi, la società Fs che gestisce la rete ferroviaria. Nel nuovo contratto di programma con il ministero delle Infrastrutture ha corretto da 8,4 a 12 miliardi di euro il costo previsto del Tav Torino-Lione, con un’impennata del 40 per cento. In realtà è stata solo applicata al preventivo originario, stilato a prezzi 2012, l’inflazione degli anni occorrenti alla realizzazione, calcolata al tasso pessimista del 3,5 per cento annuo.

Tanto che Mario Virano, commissario governativo della Torino-Lione, ha subito minimizzato: il costo previsto per il governo italiano (2,9 miliardi se arriva un cospicuo finanziamento europeo) non aumenterà di un euro.   MA TANT’È, quel numerino scritto da Rfi ha toccato nervi scopertissimi. Stefano Esposito, sostenitore acceso della Torino-Lione – tanto da essere nel mirino di frange violente dei No Tav – considera la correzione verso l’alto un siluro all’opera, tanto da aver ottenuto per l’11 novembre prossimo la convocazione dei vertici di Rfi alla commissione Trasporti del Senato. Il parlamentare piemontese punta a stroncare subito ogni resistenza facendo uscire allo scoperto i frenatori delle grandi opere. Solo che stavolta la lobby del cemento non se la dovrà vedere con localismi e ambientalismi, bensì con un’agguerrita pattuglia di economisti piazzati proprio a palazzo Chigi.   Il Tav Torino-Lione è solo la prima stazione di una via crucis destinata a toccarne numerose, soprattutto ferroviarie, come il terzo valico Genova-Tortona, il nuovo tunnel del Brennero e l’alta velocità Napoli-Bari, investimenti più celebrati che finanziati nel decreto Sblocca Italia, approvato alla Camera e in attesa del voto del Senato.   Il fatto è che la tesi principale degli oppositori della Torino-Lione – sono soldi buttati – ha sempre convinto anche Renzi. Ancora un anno e mezzo fa diceva: “Prima lo Stato uscirà dalla logica ciclopica delle grandi infrastrutture e si concentrerà sulla manutenzione delle scuole e delle strade, più facile sarà per noi riavvicinare i cittadini alle istituzioni. E anche, en passant, creare posti di lavoro più stabili” . Sulla Torino-Lione la bocciatura era quasi sprezzante: “Non credo a quei movimenti di protesta che considerano dannose iniziative come la Torino-Lione. Per me è quasi peggio : non sono dannose, sono inutili. Sono soldi impiegati male”.   Poi la politica ha imposto i suoi prezzi e Renzi, conquistando palazzo Chigi, ha confermato Maurizio Lupi al ministero delle Infrastrutture per non perdere l’appoggio parlamentare del Ncd e quello lobbistico del potente e trasversale partito del cemento. Il decreto Sblocca Italia è stato il trionfo di Lupi e dei suoi sostenitori, con grandi opere a strafare e ampi varchi per cementificazioni di ogni tipo.   Adesso però sono proprio i lobbisti del cemento e delle imprese di costruzione a notare con preoccupazione che tra gliesperti economici che Renzi ha portato a palazzo Chigi ci sono autorevoli avversari dello spreco di miliardi in nome delle imprescindibili infrastrutture. Il più insidioso è il bocconiano Roberto Perotti, uno che già sei anni fa pubblicò sul Il Sole 24 Ore rasoiate del seguente tenore: “Che cosa sarebbe più utile per l’immagine del Paese: ripulire i treni utilizzati da milioni di turisti stranieri o fare una galleria di dubbia utilità a costi esorbitanti? (…) Nonostante i loro eccessi, gli ambientalisti hanno ragione: deturpare una vallata per ridurre le emissioni dell’1% al costo di 16 miliardi è un buon investimento per le imprese appaltatrici, ma non per il Paese”.   SOLDI BUTTATI, dunque, come diceva Renzi finché ha potuto. E come pensa un altro esperto di palazzo Chigi, il deputato Pd ex McKinsey Yoram Gutgeld, che già in tempi non sospetti definiva le nuove linee ad alta velocità “opere faraoniche, miliardarie e inutili”. Per adesso la legge di Stabilità andrà liscia, e vedrà la conferma di tutti i finanziamenti previsti per la Torino-Lione e le altre grandi opere. Ma lo scontro è solo rinviato. Gutgeld e Perotti pensano all’arma totale, a uno scherzetto che per il partito del cemento è come l’aglio per i vampiri: imporre al Cipe – l’opaco comitato interministeriale dove si fanno i giochi per i grandi investimenti, una cosa che in Italia nessuno ha mai fatto, la cosiddetta analisi costi-benefici. Un esercizio che serve agli economisti per sapere se si sta spendendo bene o male. Domande come: serve davvero questa nuova ferrovia? Quanti posti di lavoro crea? È possibile spendere gli stessi soldi in qualcosa che dia risultati più interessanti? Siccome in Italia l’analisi costi-benefici non è mai stata adottata, a domande del genere si è risposto finora con slogan come “è per la competitività” o “ce lo chiede l’Europa”. Ma oggi l’unico argomento politicamente solido per andare avanti con la Torino-Lione è anche il più antipatico: non darla vinta ai No Tav.   IL NODO ADESSO sta per arrivare al pettine. Già la Corte dei Conti francese ha fatto notare che i miliardi di euro per la nuova ferrovia Torino-Lione sono sostanzialmente soldi buttati. Gli esperti di palazzo Chigi adesso si preparano a dare unaspallata nella stessa direzione, scommettendo che nella difficile situazione dei conti pubblici si potrebbero risparmiare o spendere meglio decine di miliardi. Per adesso l’operazione è tenuta sotto traccia. Il momento propizio, superato lo scoglio della Legge di stabilità, potrebbe essere l’inizio del 2015, per evitare un duello con la lobby del cemento in un momento politicamente complicato. Nello scontro frontale tra il partito anti-spreco e quello del cemento guidato da Lupi è proprio Renzi che rischia di trovarsi schiacciato, se non si inventa una delle sue mosse.

Da Il Fatto Quotidiano del 02/11/2014

giovedì 30 ottobre 2014

La vittoria degli europeisti in Ucraina è scomoda. Soprattutto per loro

di Fulvio Scaglione

Ci sono vittorie che rischiano di far più male ai vincitori che ai perdenti. Questo potrebbe essere il caso del risultato ottenuto dagli “europeisti” nelle elezioni politiche di domenica scorsa in Ucraina.
Non è una buona notizia, perché l’alternativa non esiste o sa di vecchio in misura quasi insopportabile, ma solo il buon José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea che vediamo uscire di scena senza troppi rimpianti, poteva felicitarsi in quel modo per quanto successo nelle urne delle 32 mila sezioni elettorali e nei cuori dei 34 milioni e mezzo di cittadini iscrittisi alle liste elettorali.
Partiamo dalle cifre. Ha votato il 52,42% degli aventi diritto. Percentuale accettabile nelle democrazie mature dell’Occidente, ma scarsa per un paese che doveva fare una scelta decisiva per il presente funestato da una guerra e per un futuro da costruire tra grandi difficoltà. 
Non si era detto che dietro le manifestazioni di Euromaidan c’era l’Ucraina intera, compatta nel desiderio di affrancarsi dall’ossequienza a Mosca?
A quanto pare non è così, e la guerra c’entra solo fino a un certo punto. Kiev, la capitale del nuovo corso, ha avuto una percentuale di votanti appena superiore a quella nazionale (55,86%) e nei distretti elettorali dell’Ovest del paese, a L’viv e Ivano-Frankivsk, dove l’affluenza è stata ai massimi livelli, ci si è comunque fermati sotto il 60%.
Questo significa che l'Ucraina è effettivamente divisa e che l’Est russofono (non necessariamente russofilo) pensa in modo diverso e ha interessi economici diversi dall’Ovest nazionalista ed europeista. Una spaccatura negata dagli zeloti del nuovo corso ma che ha radici storiche e non è certo nata con la cacciata di Yanukovich, che ha semmai contribuito ad approfondirla.
Se così non fosse, il Blocco dell’opposizione guidato da Yuri Boiko, ex ministro dell’Energia di Yanukovich, non sarebbe arrivato al 10% dei consensi. Chi si astiene ha sempre torto, quindi sarebbe sbagliato considerare quel quasi 48% di voti non espressi come un voto contrario alla tendenza politica incarnata da Petro Poroshenko, Arseniy Yatsenjuk e da coloro che più si sono esposti per far cambiar strada all’Ucraina.
Da questo punto di vista, l’europeismo vince: come si diceva, è comunque una proposta mentre gli scettici un'alternativa politica non l’hanno trovata. Ma il 22% del 52,42% dei voti espressi equivale, sul totale dei potenziali votanti, all’11%: Poroshenko e Yatsenyuk, quindi, non hanno sfondato. Né come leader carismatici né come attori politici. Hanno più potere che consenso, insomma, il che consegna loro - più che un’investitura popolare - una patata bollente.
Dovranno formare una coalizione con altri partiti (la partecipazione di “Auto aiuto”, la lista guidata da Andriy Sadovyi, sindaco di L’viv, potrebbe non bastare) per gestire un inverno che si prospetta tra i più difficili che l’Ucraina post-sovietica si sia trovata a vivere. Per capirlo basta leggere i documenti che il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato per affrontare la richiesta di sostegno finanziario presentata da Kiev. 
Inflazione in crescita, pil in calo (meno 5% la previsione per l’anno in corso), riserve in valuta quasi azzerate, tagli alle spese sociali, aumento delle tasse (l’Iva sui generi voluttuari anche fino al 45%), riduzione del personale pubblico e aumenti più che consistenti (tra 25 e 45%) dei prezzi al consumo di gas e gasolio da riscaldamento.
Se a questo aggiungiamo le leggi populiste prese prima delle elezioni, come quella che potrebbe portare all’epurazione di un milione di dipendenti pubblici per essersi “compromessi” col precedente regime, si capisce perché moltissimi ucraini abbiano scelto di stare a guardare. Il presidente Poroshenko e il premier Yatsenjuk (dimissionario a luglio proprio perché il parlamento non approvava le drastiche proposte economiche) non hanno necessariamente contro tutto il 47,58% che non è andato a votare, ma dovranno conquistarlo alla propria causa.
Non sarà facile, con un programma “sangue, sudore e lacrime” come quello proposto-imposto dal Fondo Monetario Internazionale. Le elezioni decisive per il futuro dell’Ucraina arriveranno quando le misure anti-crisi degli europeisti cominceranno a mordere la carne viva di una società da troppi anni abituata a convivere con il binomio corruzione-assistenzialismo.
Un patto sociale perverso che però sarebbe tornato utile all’oligarca come al cittadino qualunque. A Poroshenko e Yatsnenyuk farebbe ora comodo una media borghesia produttiva e illuminata, di cui però l’Ucraina al momento non dispone.
 
 
 

mercoledì 29 ottobre 2014

Come la corsa al cemento sta rovinando l'Italia.


Gran parte del nostro suolo è edificato, il doppio rispetto a venti anni fa. Ma molti appartamenti rimangono vuoti. Lo dicono i dati del censimento 2011 secondo cui il 25% degli alloggi è inutilizzato. Ecco perché si deve mettere un freno alla schizofrenia delle politiche urbanistiche


di ALBERTO ZIPARO*


27 ottobre 2014  
 

Nel NOSTRO ormai ex Belpaese, il combinato tra la crescita di energia nell'atmosfera causata dai cambiamenti climatici e i dissesti del territorio da ipercementificazione generalizzata rivela effetti sempre più drammatici. Diverse ricerche ne indagano i motivi, anche per quanto riguarda gli aspetti quantitativi.
Il primo dato che emerge è la recente forte crescita di suolo consumato: meno di venti anni fa, l'ingombro era pari alla metà. Il contraltare di questo incredibile consumo di suolo - che significa distruzione di sistemi idrogeologici e di conseguenza dissesti, oltre che perdita di paesaggio - è costituito dall'abnorme quota di volumi, spesso vuoti che sono stati edificati nella "città diffusa" italiana.

TABELLA: POPOLAZIONE ITALIANA REGIONE PER REGIONE

I dati del censimento 2011 mostrano che gli appartamenti inutilizzati sono più di sette milioni: in attesa del dato esatto relativo ai vani, infatti, ipotizzando un'ampiezza media di 2,8 stanze per appartamento, si può stimare una quota di circa 20 milioni di stanze vuote. L'aumento di vuoto nel decennio è stato pari al 350%. I dati conclusivi forniti oggi dall'Istat, sono impressionanti: oggi il numero degli edifici presenti sul territorio nazionale è pari a circa 14,5 milioni per poco più di 31 milioni di appartamenti residenziali. In attesa di avere il dato netto anche su volumetrie e stanze, appare accettabile la stima di OLT (Osservatorio sui Laboratori Territoriali) di almeno di 18 miliardi di metri cubi edificati, di cui 15,5 miliardi (84,3%) residenziali; laddove il fabbisogno nazionale aggregato è di 6,2 miliardi di metri cubi (siamo 62 milioni di persone, includendo una stima molto largheggiante anche degli immigrati non censiti).
Le Regioni meridionali esasperano il quadro nazionale: la Campania presenta circa 1 milione di edifici, di cui 65.000 vuoti e inutilizzati per una popolazione di 5.760.000 abitanti; la Puglia ha 1.100.000 edifici di cui 54.200 vuoti per quattro milioni circa di abitanti; la Basilicata 117.000 edifici di cui 11.700 vuoti per 580.000 abitanti; la Sicilia 1.722.000 edifici di cui 132.000 vuoti per circa 5 milioni di abitanti; la Calabria 1.250.000 alloggi, di cui 420.000 vuoti per poco meno di 2 milioni di abitanti; la Sardegna presenta "solo" 570.000 edifici, di cui 70.000 vuoti o inutilizzati, per 1.640.000 abitanti.

TABELLA: LE CASE NON OCCUPATE IN ITALIA

Il dato relativo agli appartamenti vuoti è strabiliante: quasi un alloggio su quattro è vuoto, con una "punta" presentata ancora dalla Calabria con una quota pari al 40%; seguono Sicilia e Sardegna con circa il 30% del patrimonio abitativo inutilizzato. In Piemonte 1 alloggio su 4 è vuoto, laddove in Veneto e Toscana il rapporto è di uno su cinque circa poco meno del Lazio (22%) e poco più della Lombardia (16%).
Per quanto riguarda le città, in attesa del dato finale, si possono considerare consistenti le proiezioni parziali, che presentano quote di vani vuoti superiori a 100.000 a Torino, Milano e Roma, poco meno a Napoli, decine di migliaia nelle città di Venezia, Padova, Bologna, Firenze e Genova. In diverse città del sud il numero dei vani costruiti supera quello degli abitanti (ancora in Calabria, a Reggio, "il top" con 40.000 stanze in più dei residenti!). In molte aree interne, non solo meridionali, gli edifici sono più degli abitanti. Emerge una considerazione: solo fino a venti anni fa il dato forse più significativo era il rapporto abitanti/stanze. Con il censimento 2001, per l'emergere della "cascata di case", oltre alla rilevanza di aspetti più sociologici, quale la tendenziale forte crescita delle famiglie mononucleari, è apparso consistente parlare in termini di abitante/appartamento. Oggi diventa significativo e iconico il rapporto abitante/edificio! In Piemonte abbiamo poco più di 3 abitanti per edificio, in Lombardia poco meno di 5, in Toscana poco più di 4, nel Lazio circa 5. Nelle regioni meridionali abbiamo addirittura meno di 3 abitanti per edificio in Sardegna e in Sicilia, 2,5 in Calabria (!), 5 in Campania, 3,2 in Basilicata, poco meno di 4 in Puglia, che è in linea con il dato medio nazionale.
Ci siamo chiesti a lungo perché nel nostro Paese si continuasse a costruire, a dispetto del declino demografico (la quota di immigrazione appare tuttora relativa) e socioeconomico. La spiegazione è stata fornita dagli studiosi di marketing immobiliare: da tempo non si costruisce più per la domanda sociale: la rendita fondiaria, poi immobiliare, si è trasformata sempre più in finanziaria. I "nuovi vani" dovevano costituire le "basi concrete" per "costruzioni virtuali" di fondi d'investimento o risparmio gestito. A parte la quota di riciclaggio di capitale illegale, facilmente intrecciata a essa. La schizofrenia delle politiche urbanistiche delle ultime fasi ha largamente favorito tutto ciò, con accelerazioni da parte del presente governo, per cui tutela e attenzione all'ambiente e al paesaggio sono solo declaratio: in realtà si tenta di continuare ad aggirarle per realizzare nuove "Grandi opere inutili" e cementificazioni; come dimostrano lo "Sblocca Italia" e il ddl Lupi, da cancellare subito.
 
(*) Professore associato in Pianificazione Urbanistica presso l'Università degli Studi di Firenze