lunedì 13 gennaio 2014

Esercizi pratici di antifascismo

"Avete visto?" diranno con tono supponente "non è successo niente di rilevante e voi vi siete allarmati per nulla".
Probabilmente così reagiranno in molti, a fronte dei nostri continui richiami alla vigilanza territoriale nei riguardi della possibilità che si potessero verificare nuovamente i fatti del 9 dicembre, ad opera dei c.d. "forconi" guidati da quegli improbabili leader così ambigui, così controversi.
Nei giorni 9, 10, 11 e 12 dicembre ci preoccupammo molto per ciò che stava avvenendo, poiché stavamo assistendo ad un proliferare di violenza incontrollata, organizzazioni di estrema destra affiancate e sostenitrici di quei movimenti disordinati che imperversavano per strade, piazze e rotonde, presenziando e ostruendo i punti nevralgici di una grande città come Torino. E dintorni.
Sì, perché in molti si sono già dimenticati di ciò che, in quei gironi, è avvenuto al centro commerciale Le Gru di Grugliasco, dell'invasione di gruppetti incitanti la chiusura delle serrande dei locali in nome di una non ben definita "rivoluzione", e del blocco degli accessi stradali che impedivano l'ingresso delle auto ai parcheggi della struttura commerciale.
E davanti alle banche? O agli istituti di credito o ai centri della finanza?  Niente, neanche un cartello grande come un francobollo.
Ovvero davanti ai soggetti principali delle rimostranze dei Calvani e dei Ferro, davanti agli accusati principali del malessere sociale, della disoccupazione e di tante sofferenze dettate da quelle che sono le impossibilità di adempiere agli stili di vita che la linea occidentale ci ha imposto, davanti ai c.d. criminali finanziari non succedeva niente, la ribellione chiamava in causa la merceria, il giornalaio, o il bar, meglio ancora se entrandogli dentro e finendogli le brioches e le pizzette. 
La "rivoluzione", in fondo, va nutrita.
Violenze e minacce si sono susseguite, con le istituzioni che, al contrario di altre volte, hanno preferito stare a guardare, piuttosto che agire.
E i manifestanti, chi erano? Fascisti? Anarcoidi? Masse convulse in cerca di una rivalsa sociale? Un po di tutto, questo sì, e sicuramente le etichette sarebbero riduttive e semplicistiche. 
I problemi esistono, non si può assolutamente negare, e le richieste e le invocazioni di trovare una soluzione non trovano orecchio disposto ad accoglierle e mano pronta a porvi rimedio. 
Come si potrebbe condannare il tentativo di riscatto dalla sofferenza, sarebbe inadeguato oltreché ingiusto.
Ma chi ha mosso, quelle masse, chi le ha istigate, chi le ha convinte che, a seguito di quelle azioni, avrebbero giovato dei benefici di un cambiamento dai livelli paradisiaci, questi responsabili vanno condannati, perché hanno compiuto un vero e proprio raggiro, una truffa intellettuale fomentate dalla disperazione della propria condizione. E dobbiamo essere veramente coscienti di ciò che è successo e a quale matrice apparteneva questo fenomeno, perché in quei giorni ciò che ricorreva di più era il richiamo nazionalistico, il fascino, ancora una volta, di potersi ritenere migliori di altri per diritto di nascita, quel concetto assurdo e fuorviante del Salviamo gli italiani veri e che soccombano tutti gli altri.
L'esaltazione della figura dell'italiano vero, neanche avessimo chissà quanti motivi per autoincensarci, è qualcosa di pericoloso, ha un richiamo troppo forte a periodi bui e nefasti della nostra storia, soprattutto se condita con il populismo becero e arrabbiato.

Ma qual è la discriminante da usare nel valutare la loro azione?
Questa risiede nel fine dell'azione: il nostro è nell'efficacia di una lotta dai risvolti del benessere collettivo.
Il nostro è quello dei beni comuni, beni comuni che sono presenti nella nostra Costituzione.
Nella nostra Carta vengono chiamati utilità sociale e furono inseriti dai Costituenti come guida per la costruzione dello Stato e per il suo governo futuro.
Noi sappiamo, nelle nostre azioni, di rifarci a quei principi, quei concetti, quei valori e seguendo quei precetti continueremo nell'idea che non vogliamo il lavoro a tutti i costi, che non vogliamo la casa o la sanità a tutti i costi, accettando i terribili compromessi che ne deriverebbero, perché, quando si accettano, prima o poi qualcuno ne chiede il conto, in termini di consenso e di limitazione delle libertà personali e collettive.
Non creeremmo solo un'altra ingiustizia se la nostra sofferenza venisse sostituita da quella di un'altra persona?
Cosa si sarebbe risolto effettivamente?
Noi vogliamo equità, diritti, dignità, ma per tutti i CITTADINI, senza distinzione di razza, censo o provenienza, ovvero senza quelle distinzioni alle quali siamo stati abituati da coloro che invece ne approfittano di queste divisioni.
Pensiamo e crediamo fortemente che tutte le persone che nascono e vivono su questa Terra abbiano il diritto ad accedere a ciò che è necessario per vivere, senza che qualcuno vi imponga un prezzo che non ha diritto a richiedere.
Noi non abbiamo un prezzo, soprattutto quando quello richiesto è la nostra libertà.

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