martedì 29 luglio 2014

Comunicato: scomparsa Comandante partigiano Gino Cattaneo

L'associazione Grugliasco Comunità Sostenibile si unisce al cordoglio del mondo antifascista per la scomparsa del Comandante partigiano Gino Cattaneo.
Classe 1921, da famiglia di origine antifascista, partecipò valorosamente alla Resistenza partigiana contro i nazifascisti, e si distinse per la sua capacità di guida militare e per le sue qualità carismatiche e umane. Prese parte alla Liberazione della città di Torino nei giorni dell'insurrezione d'aprile 1945. 
Gino Cattaneo tenne con i suoi uomini il picchetto militare d'onore durante il funerale dei 68 Martiri di Grugliasco e Collegno il 2 maggio 1945.
Grugliasco, libera e antifascista, fu anche merito suo.
Lo ricorderemo nelle nostre idee, nelle nostre azioni e nei racconti che tramanderemo alle generazioni future: la sua storia non avrà mai fine.

Il Direttivo

mercoledì 23 luglio 2014

Testimonianze dalla Palestina

Un interessante resoconto, preso dal sito del C.I.V.G., di un testimone diretto del dramma palestinese ci permette di comprendere in maniera più viva e profonda quanto sta accadendo in quei territori.
Una testimonianza illuminante, che nulla ha a che vedere con le prese di posizione basate su preconcetti o limitate ideologie: un reportage che scardina il muro massiccio di quel mainstream imperante che tutto rimodula secondo precise esigenze. A noi la responsabilità di prendere atto di quanto accade e di continuare ad informarci e ad informare.

Resoconto di ISM
26 Giugno 2014 – 6 Luglio 2014
Arrivo a Gerusalemme alle 23.00 dopo una giornata passata tra aeroporti e voli e trovo una città deserta. Negozi chiusi e solo un ristorante tra la Porta di Giaffa e la Porta Nuova è aperto. Gerusalemme Est è già off limits. Pattuglie di soldati e della sicurezza israeliana si muovono per le strade. Ho davanti una decina di giorni da passare in Palestina. Da Nablus mi dicono che la situazione è molto difficile, gli spostamenti da Gerusalemme sono lunghi e difficili. Il giorno dopo il mio arrivo parto per Erez per entrare nella prigione più grande al mondo: la Striscia di Gaza. Dal 12 giugno, giorno della sparizione dei tre coloni, si sono intensificati i bombardamenti sulla Striscia di Gaza mentre la Cisgiordania è sotto rastrellamento. L’accesso alla prigione di Gaza è come al solito sotto l’attento controllo israeliano. Sembra una giornata tranquilla, calda e umida, ma tranquilla. Arrivo alla solita sistemazione messa a disposizione da uno dei nostri partner a Gaza, l’associazione Medical Relief. Nelle prime ore del pomeriggio del mio primo giorno a Gaza, sento un forte boato: hanno assassinato due resistenti, Osama e Mohammed, mentre erano in macchina e attraversavano il campo profughi di Shati. Un drone, con grande precisione, ha colpito la macchina senza lasciare scampo ai due ragazzi. Vado sul posto e trovo tanti palestinesi attorno a quello che è rimasto della macchina; i corpi martoriati sono già stati portati all’obitorio dello Shifa Hospital. Con un passaggio di fortuna, mi sposto allo Shifa dove incontro i padri e fratelli dei due ragazzi assassinati; è qui che grazie all’aiuto di un amico palestinese che fa da traduttore, parlo con i parenti di Osama e Mohammed. Sono stanca di pubblicare e far girare foto di martiri, corpi di bambini e donne straziati, chiedo che si faccia conoscere il volto dei ragazzi in un momento di vita, anche se sono consapevole che quei corpi martoriati dentro la cella sono l’immagine della loro quotidianità.
Questa è una foto che li ritrae tutt’e due vivi:
Mentre a Gaza si colpiscono i resistenti, in Cisgiordania continuano i rastrellamenti con il pretesto di cercare i tre coloni spariti. L’esercito israeliano, con l’aiuto della sicurezza palestinese, predispone le perquisizioni nelle case; durante le operazioni vengono distrutti beni personali, rubati materiali e documenti e i palestinesi vengono prelevati dalle loro case senza motivo (detenzione amministrativa). Sono oramai più di 500 i palestinesi arrestati in queste settimane e tre di loro assassinati dopo essere stati sequestrati. I dieci giorni trascorsi a Gaza sono stati impegnati incontrando i bambini e le bambine del progetto Gazzella; monitorando la condizione sanitaria dello Shifa hospital dove la carenza cronica di medicinali, di materiali monouso ma anche l’impossibilità di fare manutenzione ai macchinari hanno determinato una situazione molto difficile. Con la chiusura, o apertura a singhiozzo, dei valichi Kerem Shalom e Rafah, ma anche con la chiusura dei tunnel, tanti materiali sanitari, medicine e non solo, non sono più reperibili. Si negano i diritti alla vita, alla salute e alle cure. Durante la mia presenza a Gaza i bombardamenti sono stati frequenti su tutta la Striscia, si dice siano contro i resistenti, per distruggere depositi di armi, ma qualsiasi attacco è contro la popolazione civile di Gaza. Bombardamenti che si intensificano soprattutto durante la notte: iniziano verso le 2 del mattino e proseguono per ore. Nel cuore della notte vieni svegliato da un forte boato, il letto oscilla come per una forte scossa di terremoto. Vetri delle finestre in frantumi, crepe vistose sulle pareti delle case, e tanta paura. Questa è la vita a Gaza! Il Ramadan è iniziato e forse qualcuno spera che almeno in questo periodo gli attacchi siano limitati, ma non è così. Il Ramadan viene vissuto sotto le bombe, con l’elettricità a fasce orarie divise per zona; un Ramadan più povero del solito a causa anche dei mancati pagamenti dei salari dallo scorso mese di maggio a più di 40.000 dipendenti del governo di Hamas; per la disoccupazione cronica, mali tutti determinati dall’occupazione israeliana e dalle politiche complici dell’Europa e degli USA. Vengono ritrovati i corpi dei tre coloni e gli attacchi su Gaza si intensificano, ancora martiri della resistenza e feriti tra i civili, mentre in Cisgiordania continuano gli arresti e rastrellamenti. Il mondo condanna l’omicidio dei tre coloni, omicidio che Israele vuole imputare a Hamas che invece, fin dal primo momento dell’annuncio della loro sparizione, ha negato qualsiasi responsabilità. La faccenda dei tre coloni ha messo in luce le non tanto nascoste divergenze politiche palestinesi. Mahmud Abbas Abu Mazen da una parte ha denunciato le punizioni collettive attuate dall’esercito israeliano in Cisgiordania, e dall’altra ha espresso solidarietà a Israele condannando il “rapimento” dei tre coloni e continuando la collaborazione tra le forze di sicurezza dell’ANP e l’esercito israeliano per organizzare rastrellamenti e sequestri dei palestinesi nei territori occupati. A Gaza arrivano notizie della situazione esplosiva in Cisgiordania, notizie inquietanti di aggressioni a bambini e ragazzi palestinesi da parte dei coloni, una caccia al palestinese al grido “morte agli arabi”, fino all’assassinio di Mohammed Abu Khdeir, 16 anni, sequestrato da coloni israeliani e dato alle fiamme. Una morte che i sionisti italiani imputano alla famiglia del ragazzo perché, scrivono, è gay, e postano su facebook e non solo insulti e menzogne. Intanto dalla Striscia di Gaza si intensificano i lanci di razzi contro le colonie israeliane, molti di questi intercettati dal sistema antimissile Iron Dome. Una risposta da Gaza contro l’occupazione, contro le politiche israeliane di pulizia etnica iniziate prima del 1948 e mai terminate. Riporto per dovere di cronaca le dichiarazioni rilasciate dai gruppi islamici mentre ero a Gaza. Il 3 luglio la Brigata armata Ezzedin Qassam, braccio armato di Hamas, tiene una conferenza stampa a Gaza nella quale ribadisce il diritto alla resistenza contro l’occupante e il diritto alla difesa del popolo palestinese. Una conferenza stampa dai toni bassi nella consapevolezza del difficile momento politico, ma con una dichiarata determinazione: “Se gli occupanti daranno il via a un’escalation o a una guerra, apriranno le porte dell’inferno su loro stessi”. Anche il leader dell’organizzazione islamica Jihad, Khaled AlBatsh esprime una ferma condanna nei confronti degli assassini di Mohammed Abu Khdair e per coloro che hanno prestato e prestano sostegno agli assassini. Il leader dell’organizzazione islamica Jihad lancia un appello ai palestinesi dei territori occupati perché organizzino comitati a protezione dei bambini, delle donne e delle case, contro le aggressioni dei coloni e dell’esercito israeliano e dichiara “se non combatteremo contro i coloni loro ci uccideranno e se non li manderemo fuori dalla nostra terra loro ci espelleranno… e chiediamo alla comunità musulmana di guardare con attenzione alla situazione palestinese, perché la vera resistenza è qui”. Esco dalla prigione della Striscia di Gaza domenica 6 luglio nella speranza che i bombardamenti non si intensifichino, ma già sulla strada da Erez verso Gerusalemme la vista di convogli di camion che trasportano carri armati, mi fa pensare che non sarà così. Arrivo a Gerusalemme, una città sotto shock, dove pochi turisti si muovono nella città vecchia. Gerusalemme Est e Beit Hanina, dove vorrei andare per trovare degli amici, sono sotto controllo delle forze di occupazione israeliane, ma anche di coloni armati che si aggirano minacciosi per le strade. Lascio la Palestina, mentre da Gaza arrivano notizie preoccupanti di un prossimo attacco. Il pensiero è ai nostri bambini che dovranno affrontare e sopportare ancora tanta sofferenza, alle persone che mi hanno accolto con affetto, a quella terra, a quel popolo che ho avuto la fortuna di conoscere e di incontrare. Mentre cerco di scrivere un resoconto del mio viaggio indirizzato a sostenitori di Gazzella, mi rendo conto di non saper adeguatamente trasmettere quello che porto dentro come conoscenza di un popolo che resiste, che ricerca quotidianamente – in una condizione di vita vissuta sotto occupazione da più di 60 anni – la propria dignità. Penso alle politiche compromesse della cooperazione internazionale che con il “servizio sociale” e l’aiuto umanitario, mantengono lo stato delle cose; penso alle sfilate dei politici a favore sia della Palestina sia di Israele, negando così il fatto che, fin dalla dichiarazione dello Stato di Israele è iniziata la pulizia etnica, la deportazione del popolo Palestinese. Siamo, dopo circa due anni dall’ultima aggressione israeliana, nuovamente alla conta: in 5 giorni più di 130 martiri e più di 1.000 i feriti. Il valico di Rafah sul confine egiziano, sigillato da settimane, è stato aperto solo per poche ore per far uscire alcuni attivisti internazionali, cittadini con passaporto egiziano e i feriti più gravi. L’Egitto guarda indifferente l’agonia dei palestinesi! Sono rimasti a Gaza solo alcuni attivisti del gruppo Unadikum e dell’ISM: stanno danno il loro appoggio e sostegno, anche come scudi umani, per salvaguardare siti individuati da parte di Israele quali obiettivi da colpire, come l’ospedale Al Wafa. È tutta la Palestina che ci chiama e che ha bisogno della nostra protezione, del nostro sostegno!. Ancora troppo silenzio. La comunità internazionale sta cercando un dialogo per una tregua. Ne abbiamo visti tanti di accordi per una tregua, ogni volta violata da Israele, con licenza di uccidere; abbiamo visto troppi morti, troppi feriti, troppa sofferenza che non si cancellano con un colloquio di pace, con una tregua. Non si cancellano i video dello strazio di intere famiglie, non si cancella nel cuore, nella mente e nella crescita di un popolo l’orrore degli omicidi che Israele ha compiuto, che la comunità internazionale non ha voluto fermare. Non sento di dover alcun rispetto al popolo ebraico, sento rispetto per i milioni di persone assassinate nei campi di concentramento a causa dell’ideologia nazi-fascista, una cultura che oggi il governo sionista israeliano sta riproducendo e applicando. C’è chi vive e muore per la libertà, per la democrazia, per l’autodeterminazione dei popoli, per i diritti universali; queste morti non potranno mai essere messe sul piatto di una bilancia che vorrebbe vittime anche i carnefici, gli oppressori, gli occupanti. Chi vuole e ha voluto “bilanciare” queste morti ha solo l’obiettivo di delegittimare le ragioni della lotta e della morte degli oppressi Intanto l’informazione al servizio dei sionisti scrive sulle prime pagine dei giornali: “Israele ad Hamas: fermatevi”. Basta occupare la terra di Palestina, basta rubare terra e acqua, basta costruire insediamenti, basta costruire il muro, basta con la pulizia etnica della Palestina, basta con il genocidio dei palestinesi! Chi fa un certo tipo di informazione tutto questo non lo può scrivere, eppure la Corte internazionale si è già espressa, l’Onu ha detto la sua….appunto ognuno ha detto la sua, ma solo per facciata. A noi tutti il dovere di dare voce alle ragioni e ai diritti del popolo palestinese, senza sostenere questo o quel partito, ma con la determinazione di essere contro l’occupazione e riconoscere al popolo palestinese il diritto di resistere con qualsiasi mezzo e in qualsiasi forma.

mercoledì 16 luglio 2014

Piano Scuola: Alla ricerca del progetto perduto

Ieri sera si è conclusa la riunione della Commissione "Ambiente – Urbanistica - Pianificazione Territoriale" chiamata a valutare le osservazioni pervenute al Comune in merito alle modifiche delle linee di indirizzo del PRG.
38 proposte che, una volta analizzate e dibattute in maniera tecnica in Commissione, verranno poi portate in Consiglio Comunale per le dovute considerazioni politiche.
Tra queste figurava anche la nostra, riferita naturalmente alla Scuola Don Milani. 
Riassunto della vicenda: il Sindaco, nelle linee di indirizzo del nuovo PRG, dichiara di volerla abbattere per recuperare denaro, a suo dire 1 mln di euro (non sappiamo su quali certezze si basi questo assunto), per intervenire su ciò che lui definisce "un costo per il Comune" e per andare a modificare l'attuale Gramsci, smettendola come istituto di scuola media, e trasformandola in un complesso materna/elementare.
A fronte di queste manifestazioni d'intenti, noi, insieme al Comitato Genitori Scuola Sicura, alquanto preoccupati, chiediamo un incontro con il Sindaco per comprendere le ragioni del perché abbattere due strutture (la Don Milani prima e l'Ungaretti poi) in un'area che è perfetta come polo scolastico, invece di migliorarle sul piano dell'efficientamento energetico, così da andare a pesare realmente meno sulle casse comunali.
Arrivano le solite risposte: non ci sono soldi, il Patto di stabilità, la congiuntura economica, ecc.. Ovvero: la volete ancora una scuola per i vostri figli? E allora questo bisogna fare.
Ma le garanzie? Quali certezze sui progetti per le scuole? Queste dovrebbero arrivare durante l'incontro, tenutosi il 9 aprile scorso presso la Gramsci: Sindaco e Dirigente scolastica presentano oralmente (nessun supporto cartaceo è venuto in loro, e in nostro, aiuto), davanti a più di 60 genitori, il progetto della futura materna/elementare che sarebbe sorto sulle ceneri dell'attuale media Gramsci.
"C'è un bellissimo progetto, con una grande area verde e aule degnamente attrezzate", ci viene raccontato, e ci viene garantito che di lì a poco sarebbe stato possibile anche visionarlo sul sito del Comune, insieme ad una fantomatica relazione di un RSPP che stabiliva la bontà dei locali dell'Ungaretti per accogliere "temporaneamente" (vedasi Europa Unita) i bambini sfollati dalla Don Milani.
Probabilmente se lo immaginavano così, Sindaco e dirigenti, il fantasmagorico progetto inerente la futura materna/elementare, ma purtroppo questo rimaneva nel loro personale immaginario, insieme alla granitica relazione dell'RSPP, perché non solo sul sito del Comune, in 3 mesi, non è stato caricato un bel niente, ma ieri sera, durante la discussione sulla nostra proposta di modifica con la quale chiedevamo di orientare le compensazioni dell'inceneritore da improbabili piste ciclabili a sicure ed efficienti ristrutturazioni per l'attuale Don Milani, l'Assessore Pierpaolo Binda, commentando il destino scolastico di Grugliasco, dichiarava non solo di non sapere la destinazione finale delle aree alienate alle scuole Don Milani e Ungaretti, ma di non aver mai neppure visto il progetto della futura materna/elementare.
Caduta generale di mascelle: il progetto si è forse perduto nel corridoio che collega il Sindaco con l'Assessore?
Ora, capiamoci, su una roba del genere, su un argomento di questa delicatezza, sentire una dichiarazione di questo tenore lascia quantomeno esterrefatti. Perché dopo mesi in cui noi e il Comitato Genitori siamo stati tacciati di essere sobillatori, allarmisti, portatori d'acqua al mulino di alcuni partiti, ecc, sentire dalle parole dell'Assessore competente che non solo non esiste un disegno generale delle scuole per Grugliasco, ma non esistono nemmeno i progetti riferiti ai singoli interventi, non ci fa solo arrabbiare per l'enorme presa in giro che hanno rifilato a noi e ai genitori che erano presenti quel giorno alla Gramsci, ma cataloga questi amministratori come soggetti incapaci di coordinarsi e di creare una sapiente pianificazione scolastica funzionale e coerente con le esigenze delle popolazione di Grugliasco da qui a 10 anni. 
Venire a scoprire che non esistono piani dedicati all'istruzione, che tutto è fatto approssimativamente, che "al massimo si valuterà di volta in volta" non fa stare per nulla tranquilli. Anche perché adesso la domanda sorge spontanea: ma se non ci sono progetti a riguardo, come hanno fatto a stabilire in 1 mln di euro la somma per rifare la Gramsci? I soldi saranno veramente destinati a quell'opera, o serviranno per qualcos'altro?
Chissà  chi si merita veramente di finire nella rubrica "Balle spaziali": con arroganza e indelicatezza hanno osato asserire che noi raccontiamo solo bugie, ma come sempre i nodi vengono al pettine.
Non solo, dunque, il Comitato Genitori ha fatto bene a sottoscrivere la Petizione Popolare contro l'abbattimento della Don Milani, ma tutti coloro che in questo periodo hanno manifestato le loro perplessità sulla bontà di questo pseudo-progetto (che di definitivo ha solo l'intenzione di recuperare denaro dalla dismissione delle scuole e la successiva vendita dei terreni) non hanno fatto altro che andare a mettere il dito in una piaga che questa Amministrazione non si sta dimostrando in grado di curare. 
A questo punto noi e il Comitato Genitori porteremo avanti la raccolta firme, con la quale peraltro siamo già arrivati a quota 450 firme.
La Petizione verrà depositata in Comune il 25 agosto, molto prima dell'inizio delle scuole, proprio per avere così ancora tempo e margine di discussione. 
Dare diffusione di queste notizie e continuare a raccogliere altre firme è un dovere morale e sociale, per noi, che si rende necessario a fronte del fatto che non è accettabile che la materia scuola venga trattata in questo modo, non è concepibile che il futuro dei nostri figli, e delle famiglie che verranno a stare a Grugliasco nei prossimi anni, debba rimanere così fumoso, così indefinito e soprattutto così inadeguato. 
Chiediamo sicurezza per i nostri figli e certezze per il loro futuro scolastico, come minimo, se poi magari questo, che possiamo immaginare che per loro risulti già uno spasmo cerebrale immane, si riuscisse a condire con maggiori dosi di dignità e umanità, allora a quel punto si raggiungerebbero livelli a dir poco epici.
E questa volta il titolo per la loro prossima rubrica lo diamo noi: "Pierino torna a scuola". 

giovedì 3 luglio 2014

Potere ai "privati"

Alla fine è arrivato il SI' al parcheggio sotterraneo dei Giardini Reali, ma con qualche posteggio in meno che eviterà, così, l'abbattimento di una decina di alberi all'angolo con via Rossini, previsto dal piano iniziale.

Una decisione che vedrà la riduzione dei posti auto da 370 a 260. Una vittoria ambientalista? Mha, la vera natura di questa revisione del progetto sta nel fatto che questa soluzione "salva alberi" consentirà di approvare il passaggio di proprietà di tutta la parte bassa dei Giardini Reali dal Demanio al Comune. E chi gestisce il Comune potrà poi deciderne il da farsi. Anche svenderla del tutto.
Ormai è così dappertutto: Torino è da anni stretta in una morsa di debiti contratti e perdita progressiva di area di pubblica utilità, svendute, per non dire regalate, a privati che, prendendone possesso, le svuotano della loro funzione sociale e ambientale per trasformarle in aree-business.
Il libro "Chi comanda Torino" di Maurizio Pagliassotti descrive bene il passaggio, per quanto riguarda la realtà torinese, da un'economia di produzione ad una di rendita: dal costruire automobili nelle fabbriche si è passati a ricavare i soldi dalla spoliazione delle proprietà pubbliche ritenute economicamente insostenibili. E per altre realtà è andata più o meno così, è un processo che è stato messo in atto ovunque.
Paolo Maddalena, non proprio un anarco-insurrezionalista, nelle sue analisi sull'art. 9 della Costituzione spiega bene il concetto di Patrimonio, definendolo come la sintesi della memoria e della cultura di un popolo, questo popolo, quello italiano che, sempre secondo la Costituzione, è SOVRANO, e in quanto Patrimonio  va tutelato, e non trattato come un bene che deve essere quantificato economicamente per poi alienarlo al capitale privato. 
Inoltre ci ricorda anche che è previsto che i cittadini, nella figura dello Stato, possa no rientrare in possesso di un bene o un'attività che è andato contro il fine sociale.
I gioielli di famiglia non sono eterni, e quando si porta al banco dei pegni anche l'ultimo anellino poi ci si accorge che i tanto decantati "servizi" (che in realtà sono DIRITTI, lo ricordiamo ogni volta) non si possono più garantire. Eh già, perché gli amministratori vendono tutto, dalla reggia dei savoia alla dentiera della nonna, e questo spesso lo fanno perché sono incompetenti, perché mancano di lungimiranza e/o valutazione del futuro, o perché non vedono, o non vogliono vedere, più in là dell'entrata economica immediata.
"Pochi, maledetti e subito" recita un detto popolare, ma per LORO è diventato comportamento abituale.
E così il campetto da calcio diventa un palazzone di 10 piani, l'area agricola un parcheggio e la vecchia area industriale, invece di restituirla alla comunità, la si trasforma in un centro commerciale.
Ormai camminiamo sull'asfalto, l'erba si crede che sia una svista del capocantiere che si è dimenticato di coprirla e i nostri figli ritrovano la loro socialità solo più nell'area giochi del grande ipermercato: la nostra generazione non ha preso fucile ed elmetto ed è andata a combattere per qualche km di terreno in più, in nome di quella scellerata credulità di supremazia di un uomo su un altro uomo.
La nostra generazione vive bellicosamente in pace, perché le bombe non sono solo quelle che ti sganciano in testa i nemici: le nostre bombe sono gli inceneritori, i tunnel inutili nelle montagne, i rifiuti pericolosi gettati nei campi agricoli, i licenziamenti in nome della speculazione e lo sfruttamento in nome del profitto. Sono i disagi sociali che devono subire milioni di giovani, ma ormai anche di cinquantenni, che si trovano a dover vivere senza garanzie per il lavoro, per la casa, per la famiglia, per la salute: per il futuro.
Strategia della destabilizzazione.
Sono gli atteggiamenti strafottenti che subiamo quando osiamo opporci all'ennesima ingiustizia, all'ennesimo sopruso, all'ennesima carneficina mascherata da "scelta politica".
Di quali guerre avremmo ancora bisogno? Di quali privazioni dovremmo ancora essere vittime?
Ci tolgono un prato? Un giardino? Qualche albero? Che sarà mai? Lo spazio...
In Italia esistono gli standard urbanistici, questi rappresentano i rapporti massimi tra gli spazi destinati agli insediamenti residenziali e gli spazi pubblici riservati alle attività collettive, all'edilizia scolastica, a verde pubblico o a parcheggi.
Un decreto del 1968 valuta in 18 m²/ab la quantità minima di spazi pubblici suddivisi in: 9 m²/ab di "verde regolato", 2,5 m²/ab di "parcheggi", 4,5 m²/ab per l'istruzione e 2 m²/ab per "attrezzature di interesse comune".
Quando LORO si muovono, usano questi riferimenti. In 18 m² sono confinati i nostri diritti: provate a misurarli.
Per LORO è tutto un numero, e quando vogliono, lo modificano e in un attimo - ZAC - da 18 magari si passa a 15, poi 13 e così via.
I cittadini, alla fine, sono i veri "privati" nel senso che vengono privati dei loro diritti, sociali e ambientali, delle loro libertà, della loro memoria. 
Abbattere un'area come la Cavallerizza, a Torino, per farci nascere altri centri commerciali o residenziali è da considerarsi reato culturale; danneggiare il sottosuolo dei Giardini reali per farci dei parcheggi è un danno ambientale e paesaggistico enorme, per un fine peraltro, più che discutibile.
La nostra è una guerra, sì ed è anche molto dura, perché si scontra con l'interesse, il profitto, la degenerazione del diritto comune, l'annullamento del concetto "sociale".
Una guerra che ha il fine ultimo e supremo di difendere ciò che LORO vogliono demolire e cancellare: IL BENE COMUNE.
Il BENE COMUNE esiste, benché qualcuno possa sostenere il contrario, esiste sia concettualmente che giuridicamente che materialmente, e il nostro compito, e di chiunque abbia a cuore il benessere e l'evoluzione dell'essere umano e dell'ambiente, è di difenderlo e di ridare connotati pubblici e ciò che negli anni ci è stato ingiustamente sottratto.
I cittadini devono essere coscienti che ci son cose che non sono più rimandabili, tra queste una importantissima: la tutela della nostra salute, la difesa del nostro habitat passa proprio da qui.
E' ora di capire capire bene una cosa, in questo sistema, con queste regole e con questi meccanismi, noi non abbiamo più nulla da perdere se non noi stessi, in compenso, se sapremo impegnarci verso un'altra direzione, avremo tutti un MONDO da guadagnare.