giovedì 30 ottobre 2014

La vittoria degli europeisti in Ucraina è scomoda. Soprattutto per loro

di Fulvio Scaglione

Ci sono vittorie che rischiano di far più male ai vincitori che ai perdenti. Questo potrebbe essere il caso del risultato ottenuto dagli “europeisti” nelle elezioni politiche di domenica scorsa in Ucraina.
Non è una buona notizia, perché l’alternativa non esiste o sa di vecchio in misura quasi insopportabile, ma solo il buon José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea che vediamo uscire di scena senza troppi rimpianti, poteva felicitarsi in quel modo per quanto successo nelle urne delle 32 mila sezioni elettorali e nei cuori dei 34 milioni e mezzo di cittadini iscrittisi alle liste elettorali.
Partiamo dalle cifre. Ha votato il 52,42% degli aventi diritto. Percentuale accettabile nelle democrazie mature dell’Occidente, ma scarsa per un paese che doveva fare una scelta decisiva per il presente funestato da una guerra e per un futuro da costruire tra grandi difficoltà. 
Non si era detto che dietro le manifestazioni di Euromaidan c’era l’Ucraina intera, compatta nel desiderio di affrancarsi dall’ossequienza a Mosca?
A quanto pare non è così, e la guerra c’entra solo fino a un certo punto. Kiev, la capitale del nuovo corso, ha avuto una percentuale di votanti appena superiore a quella nazionale (55,86%) e nei distretti elettorali dell’Ovest del paese, a L’viv e Ivano-Frankivsk, dove l’affluenza è stata ai massimi livelli, ci si è comunque fermati sotto il 60%.
Questo significa che l'Ucraina è effettivamente divisa e che l’Est russofono (non necessariamente russofilo) pensa in modo diverso e ha interessi economici diversi dall’Ovest nazionalista ed europeista. Una spaccatura negata dagli zeloti del nuovo corso ma che ha radici storiche e non è certo nata con la cacciata di Yanukovich, che ha semmai contribuito ad approfondirla.
Se così non fosse, il Blocco dell’opposizione guidato da Yuri Boiko, ex ministro dell’Energia di Yanukovich, non sarebbe arrivato al 10% dei consensi. Chi si astiene ha sempre torto, quindi sarebbe sbagliato considerare quel quasi 48% di voti non espressi come un voto contrario alla tendenza politica incarnata da Petro Poroshenko, Arseniy Yatsenjuk e da coloro che più si sono esposti per far cambiar strada all’Ucraina.
Da questo punto di vista, l’europeismo vince: come si diceva, è comunque una proposta mentre gli scettici un'alternativa politica non l’hanno trovata. Ma il 22% del 52,42% dei voti espressi equivale, sul totale dei potenziali votanti, all’11%: Poroshenko e Yatsenyuk, quindi, non hanno sfondato. Né come leader carismatici né come attori politici. Hanno più potere che consenso, insomma, il che consegna loro - più che un’investitura popolare - una patata bollente.
Dovranno formare una coalizione con altri partiti (la partecipazione di “Auto aiuto”, la lista guidata da Andriy Sadovyi, sindaco di L’viv, potrebbe non bastare) per gestire un inverno che si prospetta tra i più difficili che l’Ucraina post-sovietica si sia trovata a vivere. Per capirlo basta leggere i documenti che il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato per affrontare la richiesta di sostegno finanziario presentata da Kiev. 
Inflazione in crescita, pil in calo (meno 5% la previsione per l’anno in corso), riserve in valuta quasi azzerate, tagli alle spese sociali, aumento delle tasse (l’Iva sui generi voluttuari anche fino al 45%), riduzione del personale pubblico e aumenti più che consistenti (tra 25 e 45%) dei prezzi al consumo di gas e gasolio da riscaldamento.
Se a questo aggiungiamo le leggi populiste prese prima delle elezioni, come quella che potrebbe portare all’epurazione di un milione di dipendenti pubblici per essersi “compromessi” col precedente regime, si capisce perché moltissimi ucraini abbiano scelto di stare a guardare. Il presidente Poroshenko e il premier Yatsenjuk (dimissionario a luglio proprio perché il parlamento non approvava le drastiche proposte economiche) non hanno necessariamente contro tutto il 47,58% che non è andato a votare, ma dovranno conquistarlo alla propria causa.
Non sarà facile, con un programma “sangue, sudore e lacrime” come quello proposto-imposto dal Fondo Monetario Internazionale. Le elezioni decisive per il futuro dell’Ucraina arriveranno quando le misure anti-crisi degli europeisti cominceranno a mordere la carne viva di una società da troppi anni abituata a convivere con il binomio corruzione-assistenzialismo.
Un patto sociale perverso che però sarebbe tornato utile all’oligarca come al cittadino qualunque. A Poroshenko e Yatsnenyuk farebbe ora comodo una media borghesia produttiva e illuminata, di cui però l’Ucraina al momento non dispone.
 
 
 

mercoledì 29 ottobre 2014

Come la corsa al cemento sta rovinando l'Italia.


Gran parte del nostro suolo è edificato, il doppio rispetto a venti anni fa. Ma molti appartamenti rimangono vuoti. Lo dicono i dati del censimento 2011 secondo cui il 25% degli alloggi è inutilizzato. Ecco perché si deve mettere un freno alla schizofrenia delle politiche urbanistiche


di ALBERTO ZIPARO*


27 ottobre 2014  
 

Nel NOSTRO ormai ex Belpaese, il combinato tra la crescita di energia nell'atmosfera causata dai cambiamenti climatici e i dissesti del territorio da ipercementificazione generalizzata rivela effetti sempre più drammatici. Diverse ricerche ne indagano i motivi, anche per quanto riguarda gli aspetti quantitativi.
Il primo dato che emerge è la recente forte crescita di suolo consumato: meno di venti anni fa, l'ingombro era pari alla metà. Il contraltare di questo incredibile consumo di suolo - che significa distruzione di sistemi idrogeologici e di conseguenza dissesti, oltre che perdita di paesaggio - è costituito dall'abnorme quota di volumi, spesso vuoti che sono stati edificati nella "città diffusa" italiana.

TABELLA: POPOLAZIONE ITALIANA REGIONE PER REGIONE

I dati del censimento 2011 mostrano che gli appartamenti inutilizzati sono più di sette milioni: in attesa del dato esatto relativo ai vani, infatti, ipotizzando un'ampiezza media di 2,8 stanze per appartamento, si può stimare una quota di circa 20 milioni di stanze vuote. L'aumento di vuoto nel decennio è stato pari al 350%. I dati conclusivi forniti oggi dall'Istat, sono impressionanti: oggi il numero degli edifici presenti sul territorio nazionale è pari a circa 14,5 milioni per poco più di 31 milioni di appartamenti residenziali. In attesa di avere il dato netto anche su volumetrie e stanze, appare accettabile la stima di OLT (Osservatorio sui Laboratori Territoriali) di almeno di 18 miliardi di metri cubi edificati, di cui 15,5 miliardi (84,3%) residenziali; laddove il fabbisogno nazionale aggregato è di 6,2 miliardi di metri cubi (siamo 62 milioni di persone, includendo una stima molto largheggiante anche degli immigrati non censiti).
Le Regioni meridionali esasperano il quadro nazionale: la Campania presenta circa 1 milione di edifici, di cui 65.000 vuoti e inutilizzati per una popolazione di 5.760.000 abitanti; la Puglia ha 1.100.000 edifici di cui 54.200 vuoti per quattro milioni circa di abitanti; la Basilicata 117.000 edifici di cui 11.700 vuoti per 580.000 abitanti; la Sicilia 1.722.000 edifici di cui 132.000 vuoti per circa 5 milioni di abitanti; la Calabria 1.250.000 alloggi, di cui 420.000 vuoti per poco meno di 2 milioni di abitanti; la Sardegna presenta "solo" 570.000 edifici, di cui 70.000 vuoti o inutilizzati, per 1.640.000 abitanti.

TABELLA: LE CASE NON OCCUPATE IN ITALIA

Il dato relativo agli appartamenti vuoti è strabiliante: quasi un alloggio su quattro è vuoto, con una "punta" presentata ancora dalla Calabria con una quota pari al 40%; seguono Sicilia e Sardegna con circa il 30% del patrimonio abitativo inutilizzato. In Piemonte 1 alloggio su 4 è vuoto, laddove in Veneto e Toscana il rapporto è di uno su cinque circa poco meno del Lazio (22%) e poco più della Lombardia (16%).
Per quanto riguarda le città, in attesa del dato finale, si possono considerare consistenti le proiezioni parziali, che presentano quote di vani vuoti superiori a 100.000 a Torino, Milano e Roma, poco meno a Napoli, decine di migliaia nelle città di Venezia, Padova, Bologna, Firenze e Genova. In diverse città del sud il numero dei vani costruiti supera quello degli abitanti (ancora in Calabria, a Reggio, "il top" con 40.000 stanze in più dei residenti!). In molte aree interne, non solo meridionali, gli edifici sono più degli abitanti. Emerge una considerazione: solo fino a venti anni fa il dato forse più significativo era il rapporto abitanti/stanze. Con il censimento 2001, per l'emergere della "cascata di case", oltre alla rilevanza di aspetti più sociologici, quale la tendenziale forte crescita delle famiglie mononucleari, è apparso consistente parlare in termini di abitante/appartamento. Oggi diventa significativo e iconico il rapporto abitante/edificio! In Piemonte abbiamo poco più di 3 abitanti per edificio, in Lombardia poco meno di 5, in Toscana poco più di 4, nel Lazio circa 5. Nelle regioni meridionali abbiamo addirittura meno di 3 abitanti per edificio in Sardegna e in Sicilia, 2,5 in Calabria (!), 5 in Campania, 3,2 in Basilicata, poco meno di 4 in Puglia, che è in linea con il dato medio nazionale.
Ci siamo chiesti a lungo perché nel nostro Paese si continuasse a costruire, a dispetto del declino demografico (la quota di immigrazione appare tuttora relativa) e socioeconomico. La spiegazione è stata fornita dagli studiosi di marketing immobiliare: da tempo non si costruisce più per la domanda sociale: la rendita fondiaria, poi immobiliare, si è trasformata sempre più in finanziaria. I "nuovi vani" dovevano costituire le "basi concrete" per "costruzioni virtuali" di fondi d'investimento o risparmio gestito. A parte la quota di riciclaggio di capitale illegale, facilmente intrecciata a essa. La schizofrenia delle politiche urbanistiche delle ultime fasi ha largamente favorito tutto ciò, con accelerazioni da parte del presente governo, per cui tutela e attenzione all'ambiente e al paesaggio sono solo declaratio: in realtà si tenta di continuare ad aggirarle per realizzare nuove "Grandi opere inutili" e cementificazioni; come dimostrano lo "Sblocca Italia" e il ddl Lupi, da cancellare subito.
 
(*) Professore associato in Pianificazione Urbanistica presso l'Università degli Studi di Firenze

martedì 28 ottobre 2014

Leopolda “mafia free”



Diciamo che con quegli altri, Silvio e compari, in fondo non potevamo nemmeno aspettarcelo ma tra i benefici certi che ci si poteva attendere da un modernista annunciato come Matteo Renzi tutti si auguravano un cambio di passo sul tema dell’antimafia e legalità: perché per migliorare lo stato attuale della situazione basterebbe davvero così poco, perché sarebbe un’azione visibile e spendibile e perché, personalmente puntavo soprattutto su questo, l’antimafia va molto di moda anche tra gli ambienti di centrocentrocentrosinistra.

Ci siamo sbagliati, scusate.

Dalla Leopolda non è uscito un solo segnale significativo che sia uno e, per ora, l’unica scelta degna di nota rimane la nomina di Raffaele Cantone come Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione che proprio alla Leopolda ha augurato, in un intervento durato dieci minuti, un cambiamento di verso nella lotta alla corruzione (mentre a Roma l’Associazione Libera stendeva concretissime proposte con gli impegni piuttosto che gli auguri) e mentre i testimoni di giustizia (e i collaboratori, pure) stanno toccando uno dei punti più bassi nell’efficienza del programma di protezione. Eppure sarebbe così ggiovane e bbello fare almeno antimafia di facciata, mi sono ripetuto in questi giorni, perché tra le promesse (non mantenibili) di questi mesi non si promette più tutela per le vittime, più sicurezza per i magistrati e più incisività nella ricerca della verità?
Mancheranno gli spunti parlamentari, forse, mi sono risposto. Sbagliato.
In Commissione Antimafia è stata redatta una relazione sul sistema di protezione dei testimoni di giustizia (la trovate qui) che è bell’e pronta per rilanciare un’azione di governo in discontinuità con il passato ma è rimasta per ora flebile materia di studio per antimafiosi incalliti. Sui beni confiscati ci si aspetta una rivoluzione da un giorno con l’altro ma per ora tutto tace. Su Expo farebbe piacere una parola di “presa di coscienza” (se non di allarme) ma ci sventolano il protocollo di legalità (che solo il 4% degli Stati partecipanti ha firmato ad oggi) come la panacea di tutti i mali. 
Verrebbe da pensare almeno al delicato processo sulla “trattativa” in corso a Palermo ma Matteo Renzi si è limitato a dire che “l’Italia per bene sta con Napolitano”: una frase “a cazzo” che non dice nulla ma semplicemente presta il fianco ai detrattori e nient’altro.
E allora perché il venditore Renzi nella sua manifestazione apicale non parla? Forse perché nonostante lo smacchiante continuo insieme a questi governano quegli altri, quelli che speravamo di contraddire con una nuova stagione antimafia. E se nei matrimoni omosessuali le larghe intese portano il centrodestra a smentirsi pur di continuare a suonare questa orchestrina festosa, sui temi antimafiosi non è nemmeno (ancora) il tempo delle promesse. Nemmeno quelle. Ci deve bastare l’arresto di Dell’Utri, si vede.

venerdì 24 ottobre 2014

La sicurezza prima di tutto


Quando abbiamo appreso la notizia che sarebbe stato necessario chiudere il teatro
Perempruner di Grugliasco, a parte il primo momento di scoramento (è un’eccellenza nel genere del teatro dell’impegno civile e saperlo chiuso non rende certo allegri), fatte le dovute riflessioni, alla fine abbiamo compreso.
La questione della chiusura non risiede mica in una volontà di voler far sparire il teatro dalla nostra città, ci mancherebbe altro.
Lo sanno, i nostri stimati amministratori, che un teatro che risiede in una storica struttura del ‘700 è solo da valorizzare.
Ricavato dall’ex-cappella dei maristi, venne inaugurato il 17 febbraio 1979 con lo spettacolo “Il cilindro” di Edoardo De Filippo e quando venne poi riaperto, dopo essere stato per anni il deposito dei sacchi della posta, al nuovo debutto vide come ospite d’eccezione Marco Travaglio.
L’intenzione dell’amministrazione, in questo caso, è più che legittima: è il mantenimento del principio, sacrosanto ed intoccabile, di salvaguardia dell’incolumità delle persone.
Un controsoffitto pericolante, diventato tale a causa delle mai risolte infiltrazioni d’acqua, non poteva e non doveva essere preso sottogamba e bene ha fatto chi ha chiuso i locali.
Bè, sì certo, a tanti sarà sembrata un po’ una beffa assistere alla prima e poi vederselo chiudere la sera dopo: in teoria, questi controlli, non si dovrebbero fare prima di far accedere le persone nei locali pubblici?
Vien da chiedersi se si possa fare, di aprire dei locali al pubblico e poi verificare successivamente se tutto funziona...
Va bè, ma intanto noi vogliamo credere e sperare che l’attenta amministrazione comunale si stia già organizzando per intervenire prontamente ed eseguire i necessari lavori di ripristino.
Perché mica lo lasceranno chiuso per sempre sparpagliando definitivamente le sue attività per le varie strutture del parco Le Serre? Noi non lo crediamo proprio.
Un teatro non è solo un luogo dove vanno in scena delle rappresentazioni o si fanno laboratori.
Il TEATRO è il tempio dove l’artista si dedica al culto della forgiatura dell'aspetto culturale, emozionale e spirituale dell’essere umano, come diceva proprio De Filippo: “Nel teatro si vive sul serio quello che gli altri recitano male nella vita”.
Il TEATRO, col SUO palcoscenico, le SUE luci, le SUE sedie, i SUOI camerini ha un’identità unica che si può anche percepire, quando va in scena uno spettacolo: privare una compagnia di tutto questo, come dice giustamente la direttrice Pietra Selva Nicolicchia, significherebbe morire.
Ma noi siam certi che tutto questo, Sindaco e Assessori, lo sappiano benissimo, e si prodigheranno perché il tutto si risolva al più presto e nel miglior modo possibile, proprio come fanno con tutto il resto.
La sicurezza prima di tutto, perché non si può pensare di derogarla, da nessun ambito, nemmeno, ad esempio, dalle scuole...

mercoledì 22 ottobre 2014

GCS attiva nella lotta al TTIP!




COMUNICATO DEL 19/10/2014

L'associazione Grugliasco Comunità Sostenibile, ritenendo completamente interno ai propri intenti e basi fondanti, relativi agli obiettivi di una solidarietà e scelta di campo, sui terreni della difesa delle categorie sociali aggredite dall’interesse legato al profitto, aderisce al Comitato torinese Stop TTIP - Italia e porterà avanti il lavoro di informazione richiesto al fine di dare la più ampia diffusione dell'argomento in oggetto.

Il Direttivo 


giovedì 16 ottobre 2014

Rapporto speciale: ISIS ha usato armi chimiche contro i curdi a Kobane?



Il destino della città di ora Kobane è appeso a un filo mentre circa 9000 miliziani dell’organizzazione Stato Islamico avanzano nell’area tenuta dai curdi.  L’attuale attacco di IS all’enclave di Kobane non è il primo tentativo degli jihadisti di distruggere l’area sotto controllo curdo.
L’enclave di Kobane, la maggior parte della quale ora si trova nelle mani di IS, si estende verso Tel Abyad a est e verso Jarabulus all’ovest.  Costituisce un grosso ostacolo al desiderio degli jihadisti di mantenere un passaggio aperto per i loro miliziani dalla città di Raqqa fino al confine turco e ad ovest verso le linee del fronte della provincia di Aleppo.  Per questo IS cerca da tempo di distruggerla.
Prima dell’attuale campagna, il più grave (ma infruttuoso) tentativo di conquistare Kobane è stato quello del luglio 2014, poco dopo la drammatica avanzata di IS nell’Iraq.
È stato durante l’attacco a Kobane che sono emerse prove che sembrano indicare l’uso da parte di Stato Islamico di qualche tipo di agente chimico contro i combattenti curdi delle YPG (Unità di Difesa del Popolo) in almeno un’occasione.

L’offensiva di luglio è iniziata il 2 luglio.  Secondo attivisti curdi, l’uso dell’agente chimico è avvenuto il 12 luglio, nel villaggio di Avdiko, nella parte est dell’enclave di Kobane (ora nelle mani di IS.) 
Nisan Ahmed, Ministro della Salute dell’autorità curda a Kobane, ha istituito una squadra sanitaria per esaminare l’incidente. Secondo Ahmed, i corpi di tre combattenti curdi non mostravano segni di danni causati da pallottole.  Piuttosto “bruciature e macchie bianche sui corpi dei morti indicavano l’uso di sostanze chimiche che hanno portato alla morte senza ferite visibili o sanguinamento esterno.”
La “Middle East Review of International Affairs” (MERIA Journal) ha ottenuto accesso esclusivo alle fotografie dei corpi di questi combattenti che appaiono qui di seguito per la prima volta. Secondo fonti israeliane esperte che hanno visto le immagini, queste sembrano indicare l’uso di una qualche forma di agente chimico, probabilmente iprite (agente vescicante), ma non è possibile confermarlo in via definitiva senza ulteriori indagini.
Dove potrebbe IS aver acquisito questi agenti?  Secondo un rapporto del sito web in lingua araba Al-Modon del 16 luglio, testimoni oculari nella città di Raqqa asseriscono l’esistenza di una struttura nei pressi della città che contiene agenti chimici. L’affidabilità dei testimoni oculari è stata suggerita a MERIA da parti terze.
È possibile che questi [agenti chimici] siano stati trasferiti a Raqqa dall’Iraq dopo la cattura del complesso di Muthanna da parte di IS a giugno, 35 miglia a nordest in Iraq. L’ambasciatore dell’Iraq Mohammed Ali Al-Hakim, parlando dopo la conquista di Muthanna da parte di IS, ha indicato due bunker nella struttura, il 13 e il 41, come motivo di particolare preoccupazione.
Secondo un rapporto dell’ONU compilato dopo la partenza degli ispettori dell’ONU e citato dall’Associated Press, il bunker 41 conteneva “2,000 granate di artiglieria da 155mm vuote contaminate con l’agente chimico bellico iprite, 605 contenitori di iprite da una tonnellata con residui e materiale da costruzione fortemente contaminato.
All’epoca, Jen Psaki del Dipartimento USA ha minimizzato l’importanza della conquista di Muthanna. Psaki suggeriva che la struttura conteneva “residui chimici degradati” ma che sarebbe stato “difficile, se non impossibile, usarli a scopi militari in modo sicuro o, francamente, spostarli.”
Un rapporto della CIA del 2007 tuttavia fornisce prove che potrebbero mettere in discussione l’apparente assenza di preoccupazione da parte di Psaki. Il rapporto osserva che “La produzione di precursori e agenti a Al Muthanna non è stata completamente distrutta durante Desert Storm. Parti della produzione e dello stoccaggio di iprite (agente vescicante) sono sopravvissute. Le strutture di produzione di VX e Tabun (gas nervino) sono state rese inservibili.”
Il rapporto osserva inoltre che “ISG non è in grado di determinare in modo inequivocabilmente l’intera sorte di vecchie munizioni, materiali e sostanze chimiche prodotti e immagazzinati lì. La questione è ulteriormente complicata dai saccheggi e dalle demolizioni fatte dagli irakeni.” Rispetto allo stato di al-Muthanna al momento della stesura del rapporto (2007), si nota che scorte di munizioni chimiche sono ancora immagazzinate in quel luogo. Le più pericolose sono state denunciate all’ONU e sono chiuse in bunker. Anche se denunciati, i contenuti dei bunker devono ancora essere confermati.
Numerosi bunker, inclusi undici bunker a forma di croce, sono stati utilizzati. Alcuni dei bunker erano vuoti. Alcuni bunker contenevano grandi quantità di munizioni chimiche non riempite.
Così il rapporto della CIA conferma che al-Muthanna è stato usato per la produzione di armi chimiche, inclusa l’iprite.  Il rapporto conferma anche che indagini non sono state in grado di ‘determinare in modo inequivocabile’ la sorte di munizioni nel sito e mentre è chiaro che scorte sono conservate nel sito, la natura precisa delle scorte resta senza conferma.  Non ci sono indicazioni sul fatto che questa situazione sia cambiata nel periodo successivo al rapporto. Le prove sembrano sostenere l’affermazione che, almeno in un’occasione, forze di Stato Islamico hanno usato una qualche forma di agente chimico, acquisito da quale parte, contro le YPG a Kobane.
Non sono stati riportati ulteriori casi.  Le prove indicano anche che è probabile che come risultato della conquista del complesso di al-Muthanna, scorte di munizioni chimiche siano entrate in possesso del gruppo.
L’incidente nel villaggio di Avdiko il 12 luglio suggerisce che IS potrebbe essere riuscito a rendere parte di questo materiale disponibile per l’uso in combattimento.
Il probabile possesso da parte di Stato Islamico di una capacità di armi chimiche per ovvie ragioni è motivo delle più gravi preoccupazioni e dovrebbe essere urgentemente oggetto di ulteriore attenzione e di indagini.

martedì 14 ottobre 2014

La Gramsci che verrà?


Era un bel pomeriggio di primavera quando, presso la scuola Gramsci, futura ex-media della Borgata San Francesco, venivano elargiti proclami e promesse a genitori desiderosi di rassicurazioni e ragguagli in merito al destino dei loro piccoli.
In quell'occasione veniva illustrato una sorta di piano-fornero della scuola di Grugliasco: sì, è vero, temporaneamente i bambini della materna Don Milani, saranno sistemati al secondo piano di una scuola buona per l’abbattimento come l'Ungaretti, alla quale le lasceremo delle caratteristiche discriminanti per i disabili, e quindi magari questa soluzione non soddisferà tutti (i sacrifici di Elsa...), ma questo perché è necessario vendere il terreno della materna, dalla quale si ricaverà 1 mln di Euro che servirà per rifare la Gramsci e a trasformarla in un plesso unico materna+elementare, con (pausa-sospiro) abbattimento dei costi.
Gaudenti e soddisfatti sorrisi si sarebbero dovuti, secondo loro, spiaccicare sulle facce degli incuriositi genitori, chi vive nel Renzieworld pensa che tutto si risolva come in una sitcom americana degli anni ’70, con selfie finale allegato.
Venerdi 10 ottobre, genitori e interessati convenuti alla Commissione urbanistica hanno potuto invece constatare l’avveniristico progetto che prevede un istituto capace di ospitare circa 370 alunni (250 per le elementari e 120 per la materna), distribuiti rispettivamente in 10 e 4 sezioni.
Nota: per quanto riguarda la materna, la normativa, a meno che Grugliasco non faccia caso a sè, come oramai per molte cose, gli alunni per classe non dovrebbero superare il numero, già discutibilissimo, di 29 (fatta salva la presenza di disabili, che allora abbasserebbe il numero), invece qui, a quanto pare, loro pensano di stiparne di più (120/4=30).
Due piani, materne sotto ed elementari sopra, ci sarà la costruzione di una nuova mensa, che naturalmente mangerà ulteriore terreno esterno, alla faccia del consumo di suolo.
Pareti mobili, spazi verdi dedicati, aree didattiche rimodulabili, tutte quelle cose che sulle carta costano poco, molto poco, ma che poi spesso, alla conta dei fatti, non trovano riscontro nella realtà.
Palestra, campo da basket, pista d'atletica ad uso e consumo dei grugliaschesi (chissà chi la gestirà...) e, naturalmente, dato che viviamo nel fantastico mondo del Renzie Style, dove il superfluo diventa necessario e il linguaggio vince sul pensiero, ecco sbucare il cleaver and smart Civic Center: cioè un auditorium.
Ma veniamo all’aspetto tecnico-economico.
Tempi di realizzazione: 24 mesi che, se assomiglieranno a quelli dell’Europa Unita, trasformeranno la “temporanea sistemazione” dell’Ungaretti in una quasi-definitiva.
E a proposito di Europa Unita, l’assessore si è sperticato nel confermare la sua riapertura agli studenti avverrà nel settembre del 2015: dunque fra 320 gg circa potremo celebrare la riapertura di una scuola che pensavamo ormai andata. Tenetevi pronti, grugliaschesi!
Tornando alla Gramsci, il progetto andrà in gara con la formula dell’appalto integrato, ovvero il progetto definitivo ed esecutivo verranno realizzati dalla ditta aggiudicatrice, ammontare totale: 4.000.000,00 di Euro, circa.
4.000.000,00?
Ma nell’ormai famosa assemblea del 9 aprile non venne raccontato ai genitori che serviva 1 milione di euro per rifare la Gramsci?
Allora era 1 da aggiungere ad altri 3: ma magari avevamo capito male noi...
Però quante domande nascono, così.
Ad esempio: siamo sicuri che questi 3 milioni siano già nella pancia dell'amministrazione?
E dato che quello della Don Milani è un terreno da vendere a privati, e gli ultimi deludenti esiti delle aste pubbliche non fanno ben sperare, si può essere sicuri che tale somma verrà incassata? 
E se sì, perché?
E se non si ricaverà la cifra prevista? Son previsti altri saccheggi del territorio?
Dunque, si sta andando in gara con un progetto che, de facto, non ha copertura finanziaria: si può fare?
E poi ancora: in questo disegno (folle) della sistemazione delle scuole di Grugliasco si è tenuto conto delle variazioni demografiche che si verificheranno di qua al 2018, anno in cui dovrebbe essere inaugurata la nuova materna?
Quante domande, vero?
E soprattutto, quanti dubbi reali, come dicono in piemonte: NEN BALE... SPAZIALI.

venerdì 10 ottobre 2014

Chi vuole cementificare l'Italia


La ricetta da Lupi per “sbloccare l’Italia” è una selvaggia deregulation che capovolge la gerarchia costituzionale fra pubblico interesse e profitto privato, e imbavagliando le Soprintendenze impone agli organi di tutela la santa ubbidienza alle imprese di costruzione. 



Il Lupi non perde né il pelo né il vizio. Anzi conquista il Palazzo, con un governo nominalmente di centro-sinistra, come non era mai riuscito a fare con la destra a cui appartiene.

Il suo primo disegno di legge per il governo del territorio conteneva norme intese al «rovesciamento dell’urbanistica, al trasferimento di poteri dal pubblico al privato, all’ingresso formale della rendita immobiliare al tavolo dove si decide, rendendo permanenti le regole della distruzione del Paese avviate con i condoni» (Edoardo Salzano): eppure finì col raccogliere le firme di 147 deputati, allineando Bossi e Bersani, Mussolini e Realacci, Bocchino e Vendola, La Russa e Pecoraro Scanio (III governo Berlusconi, 28 giugno 2005).

Arenatasi al Senato con la fine della legislatura, quella proposta fu la prova generale di una concordanza bipartisan per il saccheggio d’Italia, una crociata di cui Maurizio Lupi è da sempre l’apostolo, pronto a saltare su qualsiasi treno pur di coronare il suo sogno.

Anche il meritorio disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo, presentato nel 2012 da Mario Catania, ministro dell’Agricoltura nel governo Monti, diventò in mano a Lupi e ai suoi alleati d’ogni segno (ingenui o complici?) il cavallo di Troia per rilanciare tal quale una concezione del territorio come risorsa passiva, da attivare mediante colate di cemento (Repubblica, 1 giugno 2013).

Ma mentre il ddl Catania, rilanciato all’inizio di questa legislatura, viene ritardato sine die in gara con testi alternativi, il cosiddetto “sblocca Italia” rimette nelle botti del governo il vino vecchio di un Lupi d’annata. Anche se «i benefici della cementificazione sono a breve termine mentre i danni che crea si riverseranno, ampliandosi, sulle generazioni a venire, bruciando il nostro patrimonio territoriale con una politica profondamente miope ed inefficace» (Catania).

La ricetta da Lupi per “sbloccare l’Italia” è una selvaggia deregulation che capovolge la
gerarchia costituzionale fra pubblico interesse e profitto privato, e imbavagliando le Soprintendenze, impone agli organi di tutela la santa ubbidienza alle imprese di costruzione.

Qualche esempio: l’Ad delle Ferrovie è Commissario per la costruzione di nuove linee ferroviarie, e ogni eventuale dissenso può essere espresso solo aggiungendo «specifiche indicazioni necessarie ai fini dell’assenso», dando per scontato che ogni progetto debba essere sempre e comunque compatibile con la tutela del paesaggio. Quando poi vi sia «motivato dissenso per ragioni di tutela ambientale, paesaggistico-territoriale, del patrimonio storico-artistico o della tutela della salute e della pubblica incolumità», la decisione è rimessa all’arbitrio inappellabile dello stesso Commissario (art. 1).

L’autorizzazione paesaggistica viene cancellata all’art. 6, in barba al Codice dei Beni Culturali, per ogni posa di cavi (sottoterra o aerei) per telecomunicazioni; e all’art. 25 viene “semplificata”, cioè di fatto rimossa, per «interventi minori privi di rilevanza paesaggistica», e assoggettata al silenzio-assenso ignorando le sentenze della Corte Costituzionale (26/1996 e 404/1997) secondo cui in materia ambientale e paesaggistica «il silenzio dell’Amministrazione preposta non può aver valore di assenso».

L’art. 17 è un inno alla “semplificazione edilizia”, di stampo paleo-berlusconiano: scompare la “denuncia di inizio attività”, sostituita da una “dichiarazione certificata”, di fatto un’autocertificazione insindacabile; e si inventa un “permesso di costruire convenzionato”, vera e propria licenza di uccidere che affida al negoziato fra costruttore e Comune l’intero processo, dalla cessione di aree di proprietà pubblica alle opere di urbanizzazione, peraltro eseguibili per “stralci”, cioè di fatto opzionali. È il trionfo dei “diritti edificatori generati dalla perequazione urbanistica” e delle “quote di edificabilità” commerciabili, che Lupi persegue da anni.

Nel buio di una “larga intesa” a geometria variabile, la direzione è chiara, e ce ne sono altri indizi.

Per esempio, la decisione del Governo di ubbidire agli armatori delle grandi navi che deturpano Venezia, ampliando a dismisura il canale di Contorta Sant’Angelo (da 6 a oltre 100 metri, per una lunghezza di 51Qn!), con pesantissime conseguenze ambientali.

Per esempio, l’imminente intesa con la Regione Puglia per consentire nuovi impianti eolici nonostante il parere negativo della Soprintendenza, accogliendo lo specioso argomento, avanzato dalle ditte interessate, che altri impianti eolici sono già presenti in aree adiacenti (come dire che un nuovo tumore non va curato, se il malato ne aveva già un altro). Anziché affermare, come vuole la Costituzione, la preminenza del pubblico interesse, prevale il negoziato con le imprese che privilegia il loro punto di vista, cioè di fatto legalizza il conflitto di interessi e ne fa anzi il motore della politica. Così, mentre il controverso decreto promosso dal ministro Franceschini rimaneggia l’organizzazione del Ministero dei Beni Culturali ridistribuendo competenze tra Musei e Soprintendenze, il vero smontaggio della tutela comincia dall’urbanistica, dal paesaggio e dall’ambiente, all’insegna dell’abdicazione delle istituzioni pubbliche e del disprezzo della Costituzione.

Per governare il territorio la soluzione di legge non è la deregulation, ma il piano paesaggistico coordinato fra Regioni e Ministero, come quello varato in luglio dalla Regione Toscana, oggetto di furibondi attacchi da parte dei titolari della rendita fondiaria ma anche di molte amministrazioni comunali. 
Ma nulla fa credere che il governo intenda dar corso a questa co-pianificazione.

Tutto fa credere invece che Lupi, promosso ministro da Letta e da Renzi per meriti acquisiti in era berlusconiana con l’ideologia della cementificazione, incarni il pensiero dichiarato dal presidente del Consiglio nel suo libro Stil novo (2012): «Sovrintendente è una delle parole più brutte di tutto il vocabolario della burocrazia. È una di quelle parole che suonano grigie. Stritola entusiasmo e fantasia fin dalla terza sillaba. Sovrintendente de che?». 
Sarà ormai questo il dolce stil novo di un Pd post-costituzionale?

martedì 7 ottobre 2014

Ucraina e Isis, il vice di Obama rivela per sbaglio la verità


Questo è un esempio di come certe informazioni non circolino sui media occidentali. Un amico che pesca molto bene online mi ha inviato la segnalazione di alcuni articoli che recavano un titolo forte: “Il vicepresidente americano Joe Biden ammette di aver obbligato i paesi europei ad adottare le sanzioni contro la Russia”. Come mio dovere, verifico le fonti. E scopro che a dare questa notizia sono “Russia Today” e altre agenzie di stampa russe. Da esperto di spin mi sorge il dubbio che si tratti di una strumentalizzazione da parte di Mosca. E verifico ulteriormente. In pochi minuti. Sì, Biden ha tenuto un lungo discorso sulla politica estera all’università di Harvard, discorso a cui i media americani hanno dato ampio spazio ma per evidenziare una battuta, anzi una gaffe su quanto sia frustrante fare il vicepresidente, espressa con un linguaggio molto colorito. Negli articoli, però, nessun riferimento alla frase sull’Europa.
J. Biden ad Harvard
Allora indago ulteriormente, vado sul sito della Casa Bianca dove è pubblicata la trascrizione integrale del discorso di Biden. E, come potete verificare voi stessi, la frase riportata dai media russi è corretta e l’indifferenza con cui è stata accolta dai media Joe Biden a Harvardoccidentali, ma anche europei è significativa. Praticamente nessun giornalista ha saputo valutare la portata delle dichiarazioni di Biden. Il che è grave professionalmente, ma non sorprendente: a dare il tono sono state le agenzie di stampa e le tv “all news” che si sono soffermate sull’aspetto più leggero e sensazionale ovvero la gaffe di Biden; tutto il resto è passato in secondo piano. Anche sulla stampa più autorevole. Perché Biden poteva reggere un titolo, non due. E quelle dichiarazioni formulate nell’ambito di un lungo discorso in cui Biden ha toccato molti aspetti. Gli spin doctor della Casa Bianca si sono ben guardati dall’evidenziarle e sono scivolate via assieme ad altre.
Obama al vertice UE
Nessuna manipolazione, nessuna censura: se conosci le logiche e le debolezze dei media puoi orientarli a piacimento, Negli Stati Uniti, ma anche in Europa. In realtà le dichiarazioni di Biden sono davvero sensazionali, una gaffe in termini diplomatici: «Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia. E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano a insistere, tante di quelle volte da dover mettere in Obama coi vertici Ue imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi». L’ammissione è fortissima: è stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin, contro la sua volontà.
Poi un’altra strabiliante ammissione, sull’Isis, che l’America combatte con toni accorati salvo poi ammettere che il pericolo per gli stessi americani non è così rilevante: «Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti». Dunque l’Isis non è una minaccia seria, così come non lo è più il terrorismo negli Stati Uniti. Quando qualcuno dice la verità – e chi più di un vicepresidente americano? – il mondo appare molto diverso rispetto alla propaganda ufficiale. In Ucraina e sul terrorismo. Ma se i media non ne parlano, la propaganda diventa, anzi resta apparente verità. E la vera verità limitata ai pochi che la sanno davvero cogliere e trasmettere.

fonte Libre

sabato 4 ottobre 2014

Salviamo Taranto dal petrolio. No al progetto Tempa Rossa!


GCS ritenendo completamente interno ai propri intenti e basi fondanti, relativi agli obiettivi di una solidarietà e scelta di campo, sui terreni della difesa delle categorie sociali aggredite dall’interesse legato al profitto, aderisce e sosterrà la campagna della petizione popolare sul Progetto Tempa Rossa, nel lavoro di Informazione e denuncia, e nelle sue progettualità, che ci verranno indicate.

Il Direttivo di Grugliasco Comunità Sostenibile, ottobre 2014

 
Perché è importante

Ai Ministeri italiani dell' Ambiente e dello Sviluppo Economico.

Salviamo Taranto dal petrolio. No al progetto Tempa Rossa!

Tempa Rossa è un giacimento petrolifero situato in Basilicata. Il petrolio estratto sarà trasferito a Taranto e smistato su navi petroliere. Per questo progetto saranno costruiti 2 serbatoi da 180 mila metri cubi ed è previsto l'allungamento in mare del pontile Eni per oltre 324 metri.

Secondo il Progetto Tempa Rossa 2,7 milioni di tonnellate di petrolio transiteranno nel Mar Grande di Taranto ogni anno, con un aumento del traffico di 140 petroliere che metteranno in serio pericolo di inquinamento le nostre risorse marine. Uno studio ufficiale dell'ISPRA ha evidenziato che i porti più trafficati da petroliere sono quelli più inquinati da idrocarburi derivanti da petrolio.

Taranto inoltre sarà trasformata in un deposito di greggio con un aumento del 12% delle emissioni tossiche in una città già martoriata dal siderurgico Ilva. A Taranto la popolazione più colpita dai tumori è quella infantile, come confermano recenti studi epidemiologici. Il progetto Tempa Rossa accrescerà inoltre il rischio di incidente rilevante oltre ad impedire uno sviluppo economico sostenibile per una città già ridotta in miseria.

Il progetto Eni Tempa Rossa con alle spalle le multinazionali Total, Shell e Mitsui ha ricevuto pieno appoggio dai Ministeri dell’ Ambiente e dello Sviluppo Economico che hanno approvato le procedure di autorizzazione. Per contrastare Tempa Rossa abbiamo anche presentato una petizione al Parlamento Europeo (petizione n.1107/2011).
Per queste ragioni chiediamo la revoca delle autorizzazioni e il blocco immediato del progetto. Taranto non deve morire!

Ecco le email dei Ministeri italiani dell' Ambiente e dello Sviluppo Economico:

urp@mise.gov.it ; URP@minambiente.it

giovedì 2 ottobre 2014

Audizione di Salviamo il Paesaggio alla Camera sul decreto “Sblocca Italia”

Il 29 settembre il Forum Salviamo il Paesaggio ha partecipato ad un’audizione alla Camera sul Decreto “Sblocca Italia”, insieme a WWF, Italia Nostra, Legambiente e Greenpeace.


Realacci ha presieduto l’audizione, presenti anche Massimo De Rosa (vice presidente della commissione ambiente), la commissaria di SEL, la relatrice Braga e Tullio Berlenghi (ufficio legale M5S). SiP era rappresentato da Claudio Arbib, Paolo Berdini e Cristiana Mancinelli Scotti.
Riportiamo qui sotto il nostro intervento durante l’audizione.

Quando il 29 ottobre del 2013 il nostro Forum fu ascoltato per la prima volta da questa Commissione, discutevamo in aula e con voi alcune proposte di legge sul tema del “consumo del suolo”, che dall’inizio della legislatura sembrava diventato un interesse prioritario del Parlamento e del Governo. Tanto che il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina non più tardi di qualche mese fa aveva assicurato l’approvazione di un provvedimento in materia entro la fine del 2014 (o comunque entro l’Expo).
Queste promesse, oggi, ci paiono lontane anni luce, e se guardiamo ai singoli articoli del cd. decreto “Sblocca Italia” per il quale ci troviamo a intervenire qui oggi (e di cui abbiamo preparato un’analisi di dettaglio, che vi consegnamo), non possiamo che riconoscere che esso calpesta ogni idea di intervento organico sui temi cari alle oltre mille tra associazioni e comitati che hanno dato vita al nostro Forum.

Non potremmo giudicare altrimenti una legge che – tra le altre cose:
  • rende possibile con un comma cucito ad hoc la costruzione di un inutile monumento d’asfalto, viadotti e cemento come la Orte-Mestre, progetto già bloccato dalla Corte dei Conti;
  • limita il potere di controllo delle Soprintendenze, arrivando a creare una sorta di “dissenso-assenso”;
  • limita la capacità d’intervento delle autonomie locali nell’ambito dei processi di valutazione d’impatto ambientale;
  • considera strategico e di pubblica utilità “a prescindere” ogni intervento in ambito energetico, aprendo di fatto le porte a quel piano mai sopito che vorrebbe fare del nostro Paese – e in particolare del suo Meridione – un hub metanifero europeo;
  • porta all’estremo il proposito di depauperare il patrimonio pubblico, il Demanio, attraverso la sua cessione e “valorizzazione”;
  • e infine, invece di prendere atto del fallimento di alcuni grandi progetti autostradali (tra cui il Passante di Mestre e la BREBEMI), offre ai concessionari non una ma due stampelle: la possibile emissione di project bond e l’accorpamento delle concessioni “limitrofe”.
Che ne è della lotta al consumo di suolo? Che ne è dell’esigenza di salvaguardare i terreni agricoli da ogni ulteriore cementificazione?
C’è in Italia un’immensa fonte di lavoro nelle opere di manutenzione del territorio, delle strade, delle ferrovie, delle scuole, degli ospedali, della pubblica illuminazione, degli autobus. Ma lo Stato sembra abdicare ai propri compiti per consentire a privati di fare nuovi, enormi profitti sulle spalle dei cittadini-utenti.

Per qual motivo – tanto per esemplificare – strade statali intensamente utilizzate versano da decenni in condizioni da terzo mondo chiedendo ogni anno il loro tributo di morti e feriti, e la sola soluzione che si riesce a concepire è costruire arterie a pagamento parallele per darle in concessione – uso bancomat – a degli oligopolisti?
Onorevoli, l’Italia non è la Polonia, che dall’ingresso nell’Unione ha dovuto colmare un retaggio di arretratezza realizzando migliaia di km di strade. Non lo è perché è un paese già infrastrutturato, e perciò a bassissima efficienza marginale del capitale speso (dallo Stato) in infrastrutture. Non lo è – e il Governo dovrebbe saperlo molto bene – per paesaggio e turismo: gli esempi di opere inutili per l’economia e letali per il paesaggio sono, in Italia, infiniti.

Opere fini a se stesse, che hanno funzionato soltanto da creatori di PIL malato: generato dalla loro costruzione, da incremento dei consumi energetici e, spesso, dalla corruzione. Opere che lasceranno ai posteri i costi della loro manutenzione e l’eredità di un patrimonio paesistico perduto per sempre.
Questo decreto – la cui costituzionalità è già stata messa in dubbio da autorevoli giuristi – andrebbe dunque lasciato scadere.

Ora, poiché è nostra abitudine contribuire agli atti governativi e parlamentari che riguardano la salvaguardia e la corretta gestione del territorio fornendo non soltanto le nostre valutazioni strategiche, ma anche puntuali osservazioni tecniche, abbiamo avviato al nostro interno una disamina completa degli articoli proposti dal DL; essendosi appena conclusa la nostra IV assemblea nazionale e avendo ricevuto la Vostra richiesta di audizione con scarso preavviso, questo processo è ancora in corso.
In questa sede provvediamo perciò a fornirVi una valutazione complessiva e un documento parziale che contiene i primi rilievi approfonditi. Prossimamente sarà nostra cura farVi pervenire un documento conclusivo, augurandoci comunque – come sopra considerato – che il decreto non trovi attuazione.

mercoledì 1 ottobre 2014

Notizie dal Controsservatorio Valsusa


Una buona notizia dal mondo della resistenza NO TAV

Il Tribunale Permanente dei Popoli ha risposto positivamente  all'esposto del Controsservatorio Valsusa

Ecco una ottima notizia: il Tribunale Permanente dei Popoli ha ritenuto ammissibile l'esposto presentato dal Controsservatorio Valsusa e da un folto gruppo di amministratori locali in cui veniva denunciata la violazione di diritti fondamentali dei singoli abitanti e della comunità della Valle con riferimento alla progettata costruzione della linea Tav Torino-Lione.
È una importante vittoria e un significativo riconoscimento per il movimento di opposizione al Tav e non solo. Una ragione di più per continuare nell’impegno di questi anni.

Nella risposta pervenuta il 20/09/2014 il Tribunale Permanente dei Popoli ci comunica che ha aperto un procedimento nel quale esaminerà in particolare "le finalità e l’effettività delle procedure di consultazione delle popolazioni coinvolte e l’incidenza sul processo democratico".
Nella risposta viene altresì segnalato che  «sempre più chiaramente si evidenziano anche nei Paesi cosiddetti "centrali”, situazioni - più volte rilevate nei Paesi del Sud in sessioni del Tribunale per quanto riguarda il rapporto tra sovranità, partecipazione delle popolazioni interessate, livello delle decisioni politico-economiche - che mettono in discussione e in pericolo l’effettività e il senso delle consultazioni e la pari dignità di tutte le varie componenti delle popolazioni interessate. In questo senso il caso TAV, insieme alle altre vicende segnalate al TPP, è “rappresentativo” di processi e meccanismi più generali, specificamente importanti nell’attuale fase della evoluzione economica-politica europea e mondiale...».
Di qui la decisione - particolarmente importante - di estendere il procedimento a casi analoghi, con una procedura avviata immediatamente e che si svilupperà nei prossimi mesi, a cavallo tra il 2014 e il 2015.

Il procedimento aperto oggi è il primo, nei 35 anni di storia del TPP, che affronta problemi di violazione di diritti fondamentali connessi alla realizzazione di un grande opera in Europa: segno che esistono i presupposti per ipotizzare che la Val di Susa rappresenti un laboratorio di ricerca avanzata di una nuova politica coloniale diversa nelle forme rispetto a quelle tradizionali ma non per questo meno devastante.

Sul sito del Controsservatorio trovate altre informazioni e il testo della risposta del TPP.

Se l'accoglimento dell'esposto è già di per sé un fatto di grande rilievo e lascia ben sperare sulle possibili conclusioni, il nostro impegno continua affinché la specificità della questione TAV To-Lyon trovi il giusto spazio nel percorso avviato. Come Controsservatorio coinvolgeremo anche in questa nuova fase amministratori, tecnici e comitati, consapevoli che solo uno sforzo comune può produrre il migliore risultato: 25 anni di esperienza lo dimostrano.

Seguite sul http://controsservatoriovalsusa.org  le prossime iniziative del Controsservatorio Val Susa

Un'altra buona notizia è che nei prossimi giorni uscirà il Quaderno n.2 del Controsservatorio: "TAV e Valsusa: diritti alla ricerca di tutela",  curato da Paolo Mattone e edito come il precedente quaderno da Intra Moenia. Già dal titolo appare evidente l'intreccio con l'iniziativa nei confronti del Tribunale Permanente dei Popoli.