giovedì 30 ottobre 2014

La vittoria degli europeisti in Ucraina è scomoda. Soprattutto per loro

di Fulvio Scaglione

Ci sono vittorie che rischiano di far più male ai vincitori che ai perdenti. Questo potrebbe essere il caso del risultato ottenuto dagli “europeisti” nelle elezioni politiche di domenica scorsa in Ucraina.
Non è una buona notizia, perché l’alternativa non esiste o sa di vecchio in misura quasi insopportabile, ma solo il buon José Manuel Barroso, presidente della Commissione europea che vediamo uscire di scena senza troppi rimpianti, poteva felicitarsi in quel modo per quanto successo nelle urne delle 32 mila sezioni elettorali e nei cuori dei 34 milioni e mezzo di cittadini iscrittisi alle liste elettorali.
Partiamo dalle cifre. Ha votato il 52,42% degli aventi diritto. Percentuale accettabile nelle democrazie mature dell’Occidente, ma scarsa per un paese che doveva fare una scelta decisiva per il presente funestato da una guerra e per un futuro da costruire tra grandi difficoltà. 
Non si era detto che dietro le manifestazioni di Euromaidan c’era l’Ucraina intera, compatta nel desiderio di affrancarsi dall’ossequienza a Mosca?
A quanto pare non è così, e la guerra c’entra solo fino a un certo punto. Kiev, la capitale del nuovo corso, ha avuto una percentuale di votanti appena superiore a quella nazionale (55,86%) e nei distretti elettorali dell’Ovest del paese, a L’viv e Ivano-Frankivsk, dove l’affluenza è stata ai massimi livelli, ci si è comunque fermati sotto il 60%.
Questo significa che l'Ucraina è effettivamente divisa e che l’Est russofono (non necessariamente russofilo) pensa in modo diverso e ha interessi economici diversi dall’Ovest nazionalista ed europeista. Una spaccatura negata dagli zeloti del nuovo corso ma che ha radici storiche e non è certo nata con la cacciata di Yanukovich, che ha semmai contribuito ad approfondirla.
Se così non fosse, il Blocco dell’opposizione guidato da Yuri Boiko, ex ministro dell’Energia di Yanukovich, non sarebbe arrivato al 10% dei consensi. Chi si astiene ha sempre torto, quindi sarebbe sbagliato considerare quel quasi 48% di voti non espressi come un voto contrario alla tendenza politica incarnata da Petro Poroshenko, Arseniy Yatsenjuk e da coloro che più si sono esposti per far cambiar strada all’Ucraina.
Da questo punto di vista, l’europeismo vince: come si diceva, è comunque una proposta mentre gli scettici un'alternativa politica non l’hanno trovata. Ma il 22% del 52,42% dei voti espressi equivale, sul totale dei potenziali votanti, all’11%: Poroshenko e Yatsenyuk, quindi, non hanno sfondato. Né come leader carismatici né come attori politici. Hanno più potere che consenso, insomma, il che consegna loro - più che un’investitura popolare - una patata bollente.
Dovranno formare una coalizione con altri partiti (la partecipazione di “Auto aiuto”, la lista guidata da Andriy Sadovyi, sindaco di L’viv, potrebbe non bastare) per gestire un inverno che si prospetta tra i più difficili che l’Ucraina post-sovietica si sia trovata a vivere. Per capirlo basta leggere i documenti che il Fondo Monetario Internazionale ha elaborato per affrontare la richiesta di sostegno finanziario presentata da Kiev. 
Inflazione in crescita, pil in calo (meno 5% la previsione per l’anno in corso), riserve in valuta quasi azzerate, tagli alle spese sociali, aumento delle tasse (l’Iva sui generi voluttuari anche fino al 45%), riduzione del personale pubblico e aumenti più che consistenti (tra 25 e 45%) dei prezzi al consumo di gas e gasolio da riscaldamento.
Se a questo aggiungiamo le leggi populiste prese prima delle elezioni, come quella che potrebbe portare all’epurazione di un milione di dipendenti pubblici per essersi “compromessi” col precedente regime, si capisce perché moltissimi ucraini abbiano scelto di stare a guardare. Il presidente Poroshenko e il premier Yatsenjuk (dimissionario a luglio proprio perché il parlamento non approvava le drastiche proposte economiche) non hanno necessariamente contro tutto il 47,58% che non è andato a votare, ma dovranno conquistarlo alla propria causa.
Non sarà facile, con un programma “sangue, sudore e lacrime” come quello proposto-imposto dal Fondo Monetario Internazionale. Le elezioni decisive per il futuro dell’Ucraina arriveranno quando le misure anti-crisi degli europeisti cominceranno a mordere la carne viva di una società da troppi anni abituata a convivere con il binomio corruzione-assistenzialismo.
Un patto sociale perverso che però sarebbe tornato utile all’oligarca come al cittadino qualunque. A Poroshenko e Yatsnenyuk farebbe ora comodo una media borghesia produttiva e illuminata, di cui però l’Ucraina al momento non dispone.
 
 
 

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