giovedì 15 gennaio 2015

Giù le mani dall'Ex-moi!



Quando ospitammo orgogliosamente la mostra fotograficasull’Exmoi vennero anche diversi amici di via Giordano Bruno, a festeggiare con noi l’inaugurazione.


In quell’occasione conoscemmo, tra gli altri, Vitalis, occhi neri come il buio, sguardo fiero e attento, diviso tra il presente e il passato, così giovane, ma già ricco di storie.
Italiano stentato, meglio l’inglese, e mentre parla ti guarda, sa che tu fai parte, per un beffardo destino, di quella schiera di persone che con giacca e cravatte hanno deciso che sulle sue terre deve nascere una miniera o un oleodotto, e per farlo ha imbastito guerre e massacri.
Ma capisci anche, in qualche modo, che Vitalis, per quello, ti ha già perdonato.
Racconta bene l’esperienza della fuga, il dramma dell’abbandono della sua terra, dei suoi famigliari, del sentirsi perennemente braccati dal rimorso per essere andato via.
E poi di ciò che ha trovato qui, la paura di essere rimpatriato, lo sbando della strada, altro buio, poi: l’Exmoi.
La ripresa, le persone del Comitato di Solidarietà che hanno saputo restituire il significato del termine "umano".
Ti racconta, Vitalis, ti spiega, e poi alla fine ti sorride, perché, tiene a sottolineare, "la vita è bella".
Vitalis è il nome di un ragazzo, ma, lì dentro, sono tanti i “Vitalis”.

L’Ex-moi sappiamo cos’è e cosa significa oggi per tutte le persone che hanno trovato, in quel luogo, un rifugio improvvisato che è servito a sopperire ad una mancanza grave e ingiustificabile delle nostre istituzioni.
Adesso, un provvedimento disposto dal gip Luisa Ferracane darà azione al sequestro preventivo delle palazzine olimpiche, occupate proprio da quelle famiglie di immigrati e dai profughi di guerra.
Le palazzine in oggetto sono quelle di via Giordano Bruno, esempio lampante della malapolitica legata a filo doppio ai comitati d’affari che sfruttano e speculano: costruite nel 2006 per ospitare gli atleti delle olimpiadi, abbandonate a se stesse, vennero poi svendute al fondo privato Città di Torino (Compagnia di San Paolo, Pirelli Re, ecc…), senza effettuare sull’area ulteriori progetti per restituirla alla cittadinanza.

Vengono occupate nel marzo del 2013.
I rifugiati che ci vanno ad abitare sono gli stessi del Progetto “Emergenza Nord Africa” che, dopo aver rappresentato per due anni un’occasione ghiotta di arricchimento e speculazione da parte della politica nazionale e locale, vengono letteralmente abbandonati fuori dai “centri di accoglienza”, senza aver avuto la reale possibilità di potersi integrare, dando loro 500 euro e lasciandoli senza vitto, alloggio o supporto.
È allora che circa 200 persone, aiutate da un comitato di volontari e militanti dei centri sociali Gabrio e Askatasuna, entrano nelle palazzine, dando vita al Comitato di Solidarieta con Rifugiati e Migranti.
Nel dicembre di quell’anno, dopo svariate proteste e tentativi di mediazione, viene riconosciuta loro una residenza virtuale in “via della casa Comunale n.3”.

Perché la residenza?
Perché questa è un primo passo verso l’autonomia dei rifugiati.
Senza non è possibile accedere ai centri per l’impiego, mandare i bambini all’asilo o perfino farsi assegnare un medico di famiglia: tutti diritti stabiliti, in teoria, dal riconoscimento dello status di rifugiato.
Ma molte altre sono le barriere. Prima di tutto quelle legislative. La Bossi-Fini impone che ogni migrante debba avere un lavoro per poter entrare in Italia. Al licenziamento segue la detenzione nei CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione introdotti con il pacchetto Turco-Napolitano del 1998) e poi l’espulsione. Ulteriore assurdità è il regolamento Dublino II del 2003, che impedisce ai richiedenti asilo di presentare domande in più stati obbligandoli a rimanere in un paese che si rifiuta di accoglierli.
Molte persone queste cose non le sanno, e spesso scambiano il tentativo di sopravvivvere, con il lassismo del nullafacente.
Cosa nella quale gli italiani, peraltro, sono maestri.
In questi luoghi gli abitanti si organizzano, recuperano materiali, riciclano mobili, cercano di rendere confortevole un luogo che presto diventa simbolo dell’integrazione e della solidarietà.
Rimettono in sesto la struttura come possono, perché, come peraltro potemmo constatare noi stessi quando andammo a trovarli, i tubi dell’acqua e del riscaldamento erano stati messi nel cemento senza isolante, i controsoffitti erano piegati dalle infiltrazioni e gli impianti elettrici andavano rimessi in sesto.
Questo luogo era la rappresentazione dell’amministrazione di questa “partitica”, lo specchio di un’anima corrotta e vergognosa votata solamente al potere e al profitto.

Dopo l’insediamento dei rifugiati questo luogo diviene dimora di conoscenza e integrazione, spirito di aggregazione e di solidarietà, nonostante tutte le difficoltà di convivenza tra persone che si portano dietro le problematiche dei loro Paesi.
Qui vede la luce il progetto più bello: la scuola.
Risultato della volontà di creare uno spazio dedicato all’apprendimento della lingua italiana che potesse diventare anche luogo di aggregazione e confronto attivo.
C’è voglia di riscatto, c’è il desiderio di crescere e di vivere dignitosamente.
Benché alcuni politicanti in cerca di notorietà, animati dal sano odio dell’ignoranza, cerchino a più riprese di provocarli al fine di ottenere un pretesto per mandarli via da lì, la risposta degli abitanti è un atto di incredibile civiltà, uno schiaffo morale che arriva dall’Africa sventrata e sfruttata dalla mano bianca che oggi vorrebbe, con un colpo di spugna, cancellare gli effetti dei suoi crimini.

E adesso, è arrivata questa disposizione, l’applicazione di una norma, per carità, ma sicuramente un’altra tegola sulle vite già difficili che hanno trovato riparo in quei luoghi.

Anche qui ci chiediamo perché.
Forse una risposta risiede nel fatto che alla fine di tutto, a tutt’oggi, i rifugiati siano ancora senza residenza e il Fondo Città di Torino continua a includere le palazzine nel suo portafoglio, dichiarandole “in stato di restauro”.

Un’altra speculazione in corso?
Forse.

Ma noi, “Vitalis”, non lo lasciamo solo.

GPC

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