martedì 17 febbraio 2015

Nido "B. Allende": apologia del bene comune

La questione della privatizzazione dell'ultimo asilo comunale di Grugliasco, il nido "B. Allende", ha portato alla ribalta la ormai atavica contrapposizione tra bene pubblico e bene privato.
Il fatto è questo: il Comune ha a bilancio il personale di un asilo che sembra non potersi più permettere di mantenere, almeno su questi presupposti ha basato la sua analisi, che ha poi presentato ai cittadini.
Cosa decide di fare? Semplicemente di dismettere la gestione dal pubblico, affidarlo ad una cooperativa, che peraltro si terrebbe 7 delle 23 dipendenti, e portarsi le restanti negli uffici comunali a svolgere mansioni diverse per le quali queste professioniste si erano specializzate e impegnate sino a quel momento.
Anni di formazione e dedizione spazzati via dalla furia dei tagli.
Le dipendenti e i genitori del nido non l'hanno presa bene, ma le rimostranze, di questi tempi, non hanno più quell'appeal che avevano fino a quanche tempo fa: ormai questi sono certi che, rimanendo agganciati al treno giusto, possono salire di livello anche senza quel consenso dal basso, una volta più che necessario per far carriera politica.
Ora. Che in tempi di incertezza economica sempre più galoppante, con i contratti a tempo indeterminato che diventano sempre più precari, lo sdoganamento della libertà di licenziamento (che concesso da un governo che si definisce "di sinistra" lascia quantomeno perplessi) e una spesa pubblica che subisce tagli sempre più drastici impoverendo i cittadini e lasciando indietro i più deboli, si può capir bene che, di fronte a decisioni di questo tenore, qualche sollevazione ce la si poteva pure aspettare.
Come peraltro ci si aspetterebbe, da chi compie certe scelte, che poi non andasse in giro a screditare i suoi oppositori, ma provasse a ricondurre a ragione coloro ai quali ha scatenato la rabbia, altrimenti, come si dice in questi casi, si finisce per subire, oltre al danno della perdita, la beffa di essere passati anche per degli irragionevoli iracondi opportunisti.
Le cose stanno in un'altra maniera, perché chi si sta opponendo alla dismissione dell'asilo, non lo sta facendo perché ostile a "temibili e orribili" gestioni private e timoroso che le pure brave operatrici, che operano sotto contratti privati (spesso discutibili, in termini di riconoscimento dei loro diritti), non sappiano garantire i medesimi livelli di servizio. Tutt'altro.
Coloro che stanno chiedendo a gran voce che l'asilo rimanga pubblico lo fanno in nome di quell'insindacabile principio che si basa sul concetto che esso è un bene pubblico, COMUNE, ovvero è di tutti, non è un oggetto dominio della municipalità, bensì è una cosa (res in latino, da cui res-pubblica: cosa di tutti) da tutelare e conservare per la fruizione da parte della generazione attuale, e di quelle future.
Dunque battaglia di principio? 
Sì, certo, ma non solo, è anche e soprattutto una difesa legittima di un bene che è di "nostro" possesso, e come tale lo difendiamo, come difenderemmo la nostra casa, la nostra macchina o che altro, solo che in questa situazione la questione assume una valenza collettiva.
Ma, visto che ne abbiamo la possibilità, chiediamo soccorso a chi la giurisprudenza la applica quotidianamente: Ugo Mattei, professore di diritto civile all'Università di Torino. Egli spiega che "in un processo di privatizzazione il governo non vende quanto è suo ma quanto appartiene pro quota a ciascun componente, [là dove] i beni comuni assolvono per vocazione naturale ed economica all'interesse sociale, servendo immediatamente non l'amministrazione pubblica, ma la stessa collettività in persona dei suoi componenti". 
E va bé, si dirà, si sa che Mattei è un "rivoluzionario", è uno che legittima le occupazioni di spazi abbandonati dallo Stato e crede nella proprietà collettiva gestita dalle persone medesime.
Forse per noi è un troppo.
Allora proviamo ad orientarci verso una personalità più inquadrata istituzionalmente come Paolo Maddalena, ex-vice Presidente della Corte Costituzionale, il quale scrive che "un bene comune appartiene a tutti, non come la quota di un condominio, ma secondo un tipo di appartenenza che non contempli la possibilità della disposizione, ma soltanto del suo uso".
Fantascienza per i fan di Renzi, vero?
In pratica Maddalena ci dice che se un bene è di tutti, non può arrivare "uno", che sia esso Ente Statale o Comune, e disporne come meglio crede, concedendolo ad altri senza tenere conto di alcuni passaggi fondamentali, in primis il coinvolgimento ed il parere delle persone, perché nel momento in cui il Demanio (lo Stato) o l'Ente amministrativo (il Comune) si toglie quote o la totalità di un bene dal proprio bilancio economico, chi ne subentra può iniziare a disporne come meglio crede.
Questa non è solo teoria, come ci vorrebbero indurre a pensare, poesia eterea slegata dall'amara realtà delle ristrettezze economiche, cioè quelle che invece insistono per farcele metabolizzare a tutti i costi.
Questo è il panorama entro il quale tutto noi dovremmo muoverci e pretendere che si muovessero anche coloro che vengono mandati a rappresentarci, attraverso il nostro voto e la nostra fiducia, che peraltro non sono cose raggirabili.
Abbiamo il diritto ad avere rappresentanti e governatori che agevolino i processi sopra indicati e non inducano i cittadini a credere che privarsi di diritti, affidandoli de facto a privati, sia un atto giusto e bello, e che tutto sommato alla fine faccia anche bene perché, come stupidamente dice qualcuno, ne abbiamo troppi.

Quando mai un popolo è stato male perché ha avuto troppa sanità, troppa educazione, troppa cultura, troppo tempo per viversi la vita?
La perversione di questa politica, non tutta ma buona parte, sta lì, cioè nell'aver smesso di fare l'interesse del pubblico iniziando spudoratamente a favorire il privato, prendendo le parti ed esaltandone le doti.
In questi anni l'impoverimento generale è stato unidirezionale, non abbiamo visto né i "marchionne" né i "dellavalle" accodarsi alla mensa dei poveri e aspettare il loro pasto quotidiano.
La famosa e famigerata "spesapubblicaimproduttiva" che tanto ci sentiamo ripetere nei telegiornali, o dagli strumenti di educazione di massa, alla fine non è altro che il nostro patrimonio storico-artistico, la nostra sanità, le nostre scuole, il nostro futuro.

Dunque, tornando a casa nostra, a Grugliasco.
Questa non è, questa, una battaglia di giardino.
Non è una lotta basata sul capriccio di alcuni dipendenti o cittadini che non vogliono accettare i cambiamneti del mondo moderno.
Questa battaglia è portata avanti da chi si oppone a questo meccanismo che sta sacrificando le nostre vite in nome di qualcosa che non vediamo nemmeno, se non nel peggioramento dei nostri stili di vita.
Questa è la società civile che decide di provare a fermare questo mostro famelico che tutto sta devastando, e che viene foraggiato proprio da coloro i quali dovrebbero essere i primi ad opporsi, gli stessi che invece di accusare gli oppositori di idealismo, dovrebbero presentare alternative e proposte valide atte ad arrestare questa avanzata selvaggia, e non lasciando, invece, queste incombenze a cittadini che non possiedono certamente gli strumenti e che tutti i giorni sono già impegnati a trovare il modo di sopravvivere.
Italo Calvino: "un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere".

Adesso, a noi la mossa.

GPC






1 commento: