lunedì 29 febbraio 2016

Sì, il tempo del petrolio deve scadere

di Monica Pepe

I cittadini e le cittadine italiani saranno presto chiamati a votare su una questione molto importante, l’abolizione delle trivelle all’interno delle dodici miglia dalla costa di tutti i mari italiani: Adriatico, Jonio, Tirreno.
Al Referendum del 17 aprile si voterà SI per impedire che le compagnie petrolifere possano sfruttare i giacimenti di cui dispongono senza limiti di tempo, questione che peraltro attiene al semplice buonsenso prima di incorrere nelle trappole della concorrenza e nelle direttive europee.
Questa battaglia è nata grazie ai Comitati No Triv (www.notriv.com), una bella pagina del nostro paese, di quelle che ti fanno ricordare che a fronte di tanti scempi e rassegnazione, i beni comuni in Italia sono una cosa seria non solo perché abbiamo un paese di rara bellezza ma perché abbiamo un movimento ambientalista fatto di persone competenti e appassionate.
Per la prima volta nella storia del nostro paese dieci Regioni raccolgono la voce dei territori che rappresentano e la spinta dei movimenti che li abitano. Questo ne fa un Referendum particolare, un inedito esercizio diretto della democrazia che potrà avvalersi di una pluralità di modi di agire la politica – di solito contrapposti – combattere una leale competizione per raggiungere lo stesso obiettivo.

Non è stata altrettanto democratica la prova del Governo.

Renzi avrebbe potuto accorpare la consultazione alle elezioni amministrative di giugno con una semplice norma. Anticipare il referendum alla prima domenica utile per scongiurare che si raggiunga il quorum, costerà 360 milioni di euro di denaro pubblico, per ironia della sorte tanto quanto lo stato incassa dalle royalties delle trivellazioni in un anno, tra le più basse al mondo.
Tanto ci costa la paura di Renzi di perdere questo referendum. Il premier sa che sarà solo l’inizio di una serie di consultazioni che giudicheranno il suo operato nel merito delle cose (Costituzione, Scuola, Lavoro, Legge elettorale) e non le performance televisive che siamo obbligati a tracannare ogni giorno.
Allora prendiamo in prestito le parole di Renzi alla Conferenza del Clima di Parigi: “Agire ora” e mettiamole accanto ai dati del Coordinamento Free (Fonti Rinnovabili ed Efficienza energetica). 
Il 2015 è stato un anno in cui i posti di lavoro nel settore sono diminuiti da 37mila unità del 2102 a 26mila.
L’Italia, secondo un’analisi di Oil change presentata in concomitanza con la Cop21, spende in finanziamenti pubblici agli inquinatori 42 volte il denaro che destina alle politiche climatiche. Ma allora cosa ci vengono a raccontare?
Perchè Renzi non dice concretamente quale futuro vuole dare all’Italia e ai suoi impegni contro il cambiamento climatico? Perchè invece di parlare di referendum della “disoccupazione” non dice qual è il suo piano nazionale sulle rinnovabili, dal momento che da sedici mesi l’eccesso di produzione petrolifera al mondo viene calcolato in 9-12 milioni di barili al giorno?
Questo Referendum sarà il primo passo per garantire al nostro paese una strategia energetica nazionale basata su energie rinnovabili ed efficienza energetica, e ha la possibilità di renderci protagonisti di una svolta epocale nella produzione di energia pulita.

L’eventuale esito positivo non farà perdere neanche un posto di lavoro, verranno solo riportate a scadenza contrattuale precedente le concessioni già rilasciate, mentre oggi le compagnie possono estrarre senza limiti di tempo.
Turismo, pesca, agricoltura sono invece settori che perderebbero migliaia di posti di lavoro, come ogni altra economia locale.
La sfida è portare 26 milioni di italiani a essere protagonisti di una grande battaglia democratica che intende pensare alle generazioni future, a partire dal recupero del dominio dell’uomo sulla conoscenza della natura e non dell’esaurimento delle sue risorse.
Questione affatto separata da un modello di convivenza civile che non può prescindere dal rispetto della casa comune, il cui valore intrinseco si traduce in produzione materiale e sociale se non viene indicato come sovrapponibile o intercambiabile al cento per cento con interessi economici o di natura predatoria.

mercoledì 3 febbraio 2016

Inceneritore: la diminuzione di conferimento di... partecipazione

Tanto tuonò che... alla fine non piovve.
Il meteo è ancora ostile, gli dei del clima non cedono una preziosa goccia d'acqua che sia una, la vegetazione ne risente, le piante resistono ma i terreni patiscono, per non parlare delle nostre laringi.
Anche l'ARPA ci tiene a sottolineare che effettivamente questa anomalia stagionale non sta aiutando quella che invece è la prassi che solitamente segue il processo "inquinamento - vento - pioggia - aria pulita": il metodo pratico che solitamente aiuta a credere che lo smog, e le puzze che ci appestano, non ci siano più solo perché volate da un'altra parte.
Parlare di inceneritore sta diventando sempre più difficile, e non perché la parte definibile come "ambientalista", anche se il termine potrebbe risultare impropriamente riduttivo, non ha più argomentazioni valide a sostenere le proprie ragioni, riguardo all'incenerimento dei rifuti.
Ma perché le regole che stanno riscrivendo, e i metodi che stanno adottando, puntano a blindare la materia in modo tale che tutto ciò che può ruotare intorno a questa politica della combustione, scellerata e dannosa, sia formalmente LEGALE.
Aahh, che bel termine, mette una pace...
Il Comitato Locale di Controllo è (ancora) in stand-by perché stanno definendo il regolamento: due anni, casualmente quelli più critici, vista la coincidenza con l'avvio dell'impianto, passati a discutere se accettare o meno i cittadini o le associazioni, all'interno di tale organo, e come e se questo debba sorvegliare.
Un'eternità di tempo durante la quale sono successi incidenti, emissioni fuori norma, aumenti di carico termico, conferimenti extra-regionali, il tutto senza poterci affidare all'attività di un ente che era stato creato per esprimere considerazioni e conseguire azioni in merito agli accadimenti. E soprattutto SORVEGLIARE, checché oggi se ne dica.
L'assemblea che si è svolta ieri sera a Grugliasco sul tema non è stata una farsa, non è stata nemmeno uno sfogatoio, peggio.
È stata la constatazione che in questo Paese, chi governa, gli spazi di partecipazione non li vuole più garantire, sempre di più i cittadini si troveranno esclusi dai luoghi dove si valuta e si decide.
Un esempio? Lo stesso regolamento del nuovo CLdC, tutt'ora in bozza, prevede, tra le altre cose, che vengano fatte riunione a porte chiuse.
E la stessa amministrazione cittadina ha "concesso" questa assemblea pubblica dopo più di 1.100 gg dall'approvazione, in Consiglio Comunale, della mozione che ne richiedeva la convocazione.
Alle domande poste ai tecnici presenti, si sono ricevute risposte spesso evasive o ritenute poco esaustive e questa diventerà sempre più la prassi, soprattutto perché il modello legislativo che stanno ritagliando intorno a questi impianti farà sì che alle critiche avanzate verrà sempre risposto: "lo dice la Legge", e quindi tutti zitti e muti.
E vai a ricordare che lo Stato non è infallibile e che anzi spesso è la distanza tra l'istituziuone e i problemi reali del territorio a permettere che avvengano abomini legislativi come, ad esempio, l'art. 35 dello Sblocca Italia.
In un momento in cui la legge italiana sta permettendo che il diritto al profitto dell'impresa scavalchi, quando non schiacci, i diritti costituzionalmente riconosciuti dei cittadini, in questo caso alla salute, che attualmente non vediamo garantiti, non si può più parlare di stato di diritto ma di stato di profitto.
E uno stato di profitto è lontano anni luce da un modello di evoluzione sociale diffusa e garantita per tutti.
Ieri sera, tra mancato spostamento della Servizi Industriali, disattese pratiche di sorveglianza del CLdC e dubbi sul rinnovo del mandato del piano di sorveglianza sanitaria SPoTT si è percepito che, per gli attuali governanti, oramai i cittadini non possono più avere un peso nelle decisioni della politica, perché per loro non rappresentano un profitto reale, se non nella misura della loro azione finalizzata al consumo.
Ieri sera era chiaro che le prese in giro continueranno fino a quando le leggi non garantiranno ciò che ancora oggi non è garantibile, mettendo tutti a tacere una volta per tutte, con buona pace di studiosi, medici ed esperti del settore che, con grandi sforzi, provano a dimostrare come l'incenerimento dei rifiuti sia una pratica obsoleta, dannosa e culturalmente aberrante.
Sapremo e vedremo, tra qualche anno, quali saranno gli effetti delle scelte di questa politica, ma siamo già pronti alle spiegazioni alla qualunque: "è ciò che ha mangiato" diranno "è quanto ha fumato" sentenzieranno, e gioco forza la responsabilità non sarà di nessuno.
E poi la solita dannata memoria all'italiana farà il resto.
A poco serve la pantomima del nostro Sindaco, che si affanna, con sguardo severo e giuramento figliare, a dichiararsi pronto ad assumersi le sue responsabilità per gli eventuali effeti salutari.
Il tempo, quando vuole, può essere una macina, soprattutto con le disgrazie.
E adesso, non rompete più, e ripassate tra vent'anni, adesso c'è bisogno di andare, di bruciare, di vendere e di consumare, e in tutto questo non bisogna più distrarre il guidatore: quindi, aspettando che piova, silenzio, prego!